Archive for dicembre, 2012


tre-sepolture

Un poliziotto uccide per caso un clandestino alla frontiera tra Texas e Messico; intenzionato a rendere giustizia all’amico, il vecchio Pete rapisce il poliziotto obbligandolo a un’allucinante espiazione.
Davvero brillante l’esordio alla regia di Tommy Lee Jones, che a 59 anni sfodera la stessa personalità sempre messa in mostra davanti alla cinepresa. La strada del western contemporaneo, battuta negli ultimi anni con rinnovato successo, è ampiamente nelle corde dell’attore-regista texano, a suo agio con i passi dolenti e i silenzi imposti dal genere, come già dimostrato nell’affine capolavoro dei Coen “Non è un paese per vecchi”. Le cadenze da requiem imposte dalla regia, ispirata al nume tutelare Eastwood, contano più della sussiegosa sceneggiatura del messicano Guillermo Arriaga (lo scrittore prediletto da Inarritu, e non è un caso); Jones tenta con discreto successo di intavolare discorsi universali sull’etica e sul dovere morale, che vanno oltre il caso specifico (per il quale, si sa, è pur sempre prevista una Legge) e, drammaticamente fuori tempo, diventano lo spunto per un bizzarro e affascinante racconto di formazione al contrario, in cui è stavolta l’anziano ad andare incontro e far visita ai fantasmi (vedi l’incontro col cieco). Il giovane e stupido Mike Norton è solo uno strumento dal quale non ci si aspetta alcuna redensione che naturalmente non arriverà. Oltre a rivelarsi un signor regista, Tommy Lee Jones brilla anche da attore (con tanto di premio a Cannes) in un cast in cui si fa notare la bionda January Jones, non ancora famosa prima di diventare la Betty Draper del formidabile “Mad Men”.

Voto: 7

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rushmore_ver2

Cosa succede quando il quindicenne Max Fischer, studente brillante e dal multiforme talento al prestigioso Rushmore College, si innamora di una professoressa vedova col doppio dei suoi anni?
Dopo l’esordio con “Un colpo da dilettanti” (1996), il film che rivelò il talento del 29enne Wes Anderson, atteso nel decennio successivo a una lunga serie di successi, da “I Tenenbaum” fino al recentissimo “Moonrise Kingdom”. Ogni opera prima (o seconda, come in questo caso) soffre di una certa ingenua sproporzione tra intenzioni e risultati e “Rushmore” non fa certo eccezione, contraddistinto com’è fino al midollo da tutti i marchi di fabbrica del regista texano: i suoi procedimenti per accumulo, la mania per le catalogazioni/elenchi di qualunque tipo (come quello iniziale di tutte le attività extra-scolastiche di Max), l’ironia malinconica e autunnale. Scritto con l’amico Owen Wilson; finché mantiene il suo carattere illustrativo – dedicandosi al disegno dei personaggi e dei luoghi con grande cura e ispirazione – il film funziona alla grande, salvo poi iniziare a zoppicare quando i centomila spunti narrativi, tutti degni di singolo interesse, devono per forza di cose mettersi in moto e diventare storia e romanzo di formazione. Bill Murray inaugura la sua galleria di personaggi andersoniani con un buffo ritratto di miliardario pigmalione e scapestrato, cui dà vita con il consueto sfoggio di impagabili micro-espressioni; ma brilla anche, nel ruolo del protagonista, il 18enne debuttante Jason Schwartzman, figlio di Talia Shire (“Adriana!!!!”). Colonna sonora di gran pregio con brani di Who, Rolling Stones, John Lennon, Cat Stevens.

Voto: 7-

rossoshocking

Dopo la morte accidentale della loro figlia, i coniugi Laura e John Baxter si trasferiscono per qualche settimana a Venezia per lavoro. Ma non riescono a ritrovare la tranquillità…
Oltre alla mitologica traduzione del titolo dall’inglese all’italiano (l’originale era il più discreto “Don’t look now”), sono vari i motivi che col tempo hanno fatto un piccolo cult di “A Venezia… un dicembre rosso shocking”. Innanzitutto la chiacchieratissima scena di sesso Sutherland-Julie Christie, che da più testimoni fu ritenuta molto poco cinematografica e ben più autentica; quindi il tono generale dell’opera, un thriller-horror inizialmente confuso e barocco e via via sempre più ansiogeno, fino all’agghiacciante finale che ispirerà le generazioni future; infine l’uso originale del montaggio e delle musiche antifrastiche realizzate dal veneziano Pino Donaggio, che da qui iniziò a costruirsi una solida fama di musicista thriller-horror, finendo per essere apprezzato da moltissimi cineasti di genere, primo fra tutti Brian De Palma. Da un racconto di Daphne du Maurier, clamoroso successo in Gran Bretagna e all’estero, è il film più famoso del londinese Nicolas Roeg; impressionarono all’epoca lo stile aggressivo e raffinato e l’indimenticabile ritratto di una Venezia cupa, lugubre e autunnale, in una specie di dépliant all’incontrario. La logica narrativa si espone a parecchie alzate di sopracciglio, ma col passare dei minuti lo spettatore impara a fare meno lo schizzinoso. Oltre al titolo di cui si è già detto, il pubblico italiano ha motivo di lagnarsi anche per un doppiaggio criminoso.

Voto: 7

zonamorta

Dopo un grave incidente automobilistico che l’ha costretto in coma per cinque anni, Johnny ha sviluppato l’insolita capacità di poter vedere il futuro attraverso il contatto con le altre persone.
Dall’omonimo romanzo (1979) di Stephen King, il film più convenzionale e meno personale di David Cronenberg, alla sua prima grande produzione hollywoodiana (targata Dino De Laurentiis) dopo il folgorante inizio di carriera. Opera fredda e trattenuta, poco in sintonia con la scrittura pop dell’autore di Portland. Più che occuparsi della sintonia tra i personaggi e lo spettatore, Cronenberg, impegnato in un insolito lavoro su commissione, si occupa di tenere in ordine la stanza e fare in modo che tutto risulti immediatamente comprensibile e interpretabile; nessuna traccia delle ambiguità morali del Cronenberg passato e futuro, sostituite da una netta e brutale separazione tra buoni e cattivi. L’intrattenimento è comunque di discreto livello, grazie alle riuscite interpretazioni di un delicato Christopher Walken e di un Martin Sheen “presidente operaio” più schizzato del solito, e non c’è mai rischio di annoiarsi.

Voto: 6

gambler 2

Un rispettabile professore d’inglese di New York è schiavo del demone del gioco e si indebita fortemente con un bookmaker clandestino controllato dalla mafia: deve rimediare 44 mila dollari in pochi giorni o saranno guai.
Tra i fondatori del free cinema, la nouvelle vague britannica esplosa tra gli anni ’50 e ’60, il cecoslovacco Karel Reisz girò in America negli anni ’70 un paio di ottimi film che non ottennero però il meritato successo. In particolare “40 mila dollari per non morire”, inspiegabilmente poco conosciuto, è un saggio lucidissimo e inappuntabile sul vizio del gioco, il miglior film mai realizzato sul gambling come condotta di vita ancor più che come bizzarra strategia economica. In altre parole: il giocatore compulsivo non aspira a diventare ricco e non si illude di poter vincere sempre, anzi in un certo senso anela inconsciamente la sconfitta perché quel che più gli importa è il “juice”, il brivido del rischio che più è prolungato più dà piacere, e nessun discorso moralistico o di semplice buon senso potrà mai fargli cambiare idea. Perciò, lo stato d’animo a cui il vero gambler non rinuncerebbe mai, la “droga” che lo fa andare avanti anche con debiti a sei zeri non è la soddisfazione di una larga vittoria secondo pronostico, ma la tensione di un finale di partita punto a punto come quello dell’incontro Lakers-Seattle che James Caan ascolta alla radio immerso nella vasca da bagno. La regia di Reisz asseconda l’ottima sceneggiatura di James Toback con uno stile nervoso e sincopato, dal taglio tipicamente anni ’70, in cui ogni giudizio morale sul protagonista si sublima nel malinconico finale. La personalità e la fisicità di un grande James Caan invadono ogni scena, ma molti attori di supporto non gli sono da meno, in particolare Morris Carnovsky (il nonno) e Jacqueline Brookes (la madre). Da qualche mese a Hollywood si parla di un remake probabilmente affidato a Todd Phillips, regista del fortunato ciclo di “Una notte da leoni”.

Voto: 7,5

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1965: avventurosa fuga d’amore nei boschi del New England tra i dodicenni Sam e Suzy, osteggiata dalla famiglia di lei e dai capi scout di lui. Intanto sta arrivando la bufera.
Ritorna Wes Anderson, e prosegue con successo sempre crescente nel suo cinema lezioso e delizioso, sempre più denso e ricco di piccoli dettagli e perle nascoste, ma anche ugualmente leggiadro e svolazzante. La caccia ai difetti di “Moonrise Kingdom” è compito arduo. Si potrebbe trovare il pelo nell’uovo di uno sguardo ancora un po’ troppo distaccato e “trattenuto” anche davanti a un tema come quello dell’adolescenza, che ben si concilierebbe con il suo stile studiatamente naif; ma stiamo pur sempre parlando di un cineasta che per ritmo, inventiva, profondità e stile vola usualmente mille miglia sopra la concorrenza. E quindi è vietato distrarsi, perché si può essere folgorati in ogni momento, da una striscia di sangue, dalla gerarchia di un campo scout, da una canzone di Françoise Hardy. Se il filone principale va a segno anche per la bravura dei due giovani interpreti Jared Gilman e Kara Hayward, altrettanto azzeccate come sempre le vicende di contorno, a cui il super-cast partecipa aderendo in pieno alla classica atmosfera andersoniana in cui si rimane impassibili e serissimi pur prendendosi amabilmente in giro. Al suo settimo film, grazie alla sua grande capacità di rinnovarsi e saltare con straordinaria naturalezza da un genere all’altro (compresa l’escursione nel cartoon con “Fantastic Mr. Fox”), Anderson non corre ancora il rischio di diventare stucchevole; pure, adesso che la sua fama è diventata solidissima e grandi stelle di Hollywood fanno a gara per poter lavorare con lui, non ci dispiacerebbe un ulteriore salto di qualità verso un cinema più intenso e meno pastelloso – non guardateci male, sono aggettivi che fanno storcere il naso anche a noi, ma sono anni che guardiamo i film di Anderson e ci manca sempre la parola giusta per catturarli. Sarà questa la sua nuova sfida?

Voto: 7,5

angelheart

New York 1955. Un detective scalcinato riceve un’indagine su commissione dal ricco e misterioso Louis Cyphre: rintracciare Johnny Favorite, un cantante sparito nel nulla dopo un incidente in guerra, senza aver saldato con Cyphre un non meglio precisato debito.
Semi-horror robusto ma non esattamente elegantissimo a firma Alan Parker, uno che non ha mai amato troppo i convenevoli (come dimostrerà anche nel successivo “Mississippi Burning”, rozzissimo thriller a sfondo razziale). La clava sostituisce lo scalpello nel disegno dei personaggi, tutti solidamente ancorati a un preciso stereotipo: Mickey Rourke nel fiore degli anni dà corpo e sostanza al cliché dell’investigatore maledetto, la femme fatale di turno si sdoppia nelle ambigue figure di Charlotte Rampling e Lisa Bonet (meglio la seconda) e dulcis in fundo il villain della situazione è un Robert De Niro persino oltraggioso nel suo denireggiare a tutto spiano approfittando dell’eccezionalità del suo ruolo (il diavolo, probabilmente). Parker usa la mano pesante anche in fase di sceneggiatura: l’effettaccio gratuito ha spesso la meglio sulla plausibilità della situazione, nonostante un paio di piroette mica male e un cruento finale a suo modo indimenticabile. Tra i film pionieri della corrente neo-noir, sviluppatasi in America a partire da metà anni ’80, con i temi classici del genere a mischiarsi con nuovi come la ricerca della propria identità da parte del protagonista. Punti a favore: una parte tecnica (regia compresa) di prim’ordine e un Rourke più che convincente. Punti deboli: un copione che nella seconda parte è a serio rischio naufragio. Scena cult: De Niro che sbuccia e mangia l’uovo sodo.

Voto: 6

furyo

Giava 1942: alcuni soldati occidentali (soprattutto inglesi) vengono tenuti prigionieri in un campo di lavoro giapponese; i rapporti tra le autorità e i detenuti vengono gestiti dal tenente colonnello Lawrence. La tensione aumenta all’arrivo dell’ufficiale Jack Celliers, un nuovo prigioniero catturato da poco.
Dal romanzo autobiografico “The Seed and the Sower” (1963) dell’olandese Laurens van der Post. Atipico film di ambientazione bellica senz’alcuna scena di battaglia o combattimento, “Furyo” (distribuito in Inghilterra come “Merry Christmas Mr. Lawrence”) è una delle maggiori opere del giapponese Nagisa Oshima, assurto a notorietà il decennio precedente con “L’impero dei sensi” e qui atteso a un nuovo successo internazionale. Film molto conturbante, che inizia come una tradizionale storia di scontro tra civiltà con la guerra sullo sfondo, prima di virare nella seconda parte su un registro decisamente più onirico e predicatorio, esaltati dai toni saturi della fotografia di Toichiro Narushima. Il tema dell’omosessualità e dell’attrazione sotterranea del capitano Yonoi verso Celliers, occultato dalle sforbiciate della censura italiana e restituito anni dopo nella versione integrale, è sviluppato in maniera elegante e sostenuta, senza mai abbassarsi alle didascalie o pescare nel torbido. Non tutti i momenti e gli elementi del film sono in armonia (per esempio, è fin troppo stridente il contrasto tra il pratico buonsenso del tenente Lawrence e l’eterea strafottenza dell’ufficiale Celliers), ma visto da lontano è un affresco potente, ispirato, che non ha timore di mirare alto. Splendide (e famosissime) le musiche di Ryuichi Sakamoto, anche attore nel ruolo del generale Yonoi; non ancora famoso e citato ancora con il solo nome d’arte di Takeshi, è il primo ruolo importante della carriera di Kitano.

Voto: 7,5

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