angelheart

New York 1955. Un detective scalcinato riceve un’indagine su commissione dal ricco e misterioso Louis Cyphre: rintracciare Johnny Favorite, un cantante sparito nel nulla dopo un incidente in guerra, senza aver saldato con Cyphre un non meglio precisato debito.
Semi-horror robusto ma non esattamente elegantissimo a firma Alan Parker, uno che non ha mai amato troppo i convenevoli (come dimostrerà anche nel successivo “Mississippi Burning”, rozzissimo thriller a sfondo razziale). La clava sostituisce lo scalpello nel disegno dei personaggi, tutti solidamente ancorati a un preciso stereotipo: Mickey Rourke nel fiore degli anni dà corpo e sostanza al cliché dell’investigatore maledetto, la femme fatale di turno si sdoppia nelle ambigue figure di Charlotte Rampling e Lisa Bonet (meglio la seconda) e dulcis in fundo il villain della situazione è un Robert De Niro persino oltraggioso nel suo denireggiare a tutto spiano approfittando dell’eccezionalità del suo ruolo (il diavolo, probabilmente). Parker usa la mano pesante anche in fase di sceneggiatura: l’effettaccio gratuito ha spesso la meglio sulla plausibilità della situazione, nonostante un paio di piroette mica male e un cruento finale a suo modo indimenticabile. Tra i film pionieri della corrente neo-noir, sviluppatasi in America a partire da metà anni ’80, con i temi classici del genere a mischiarsi con nuovi come la ricerca della propria identità da parte del protagonista. Punti a favore: una parte tecnica (regia compresa) di prim’ordine e un Rourke più che convincente. Punti deboli: un copione che nella seconda parte è a serio rischio naufragio. Scena cult: De Niro che sbuccia e mangia l’uovo sodo.

Voto: 6