gambler 2

Un rispettabile professore d’inglese di New York è schiavo del demone del gioco e si indebita fortemente con un bookmaker clandestino controllato dalla mafia: deve rimediare 44 mila dollari in pochi giorni o saranno guai.
Tra i fondatori del free cinema, la nouvelle vague britannica esplosa tra gli anni ’50 e ’60, il cecoslovacco Karel Reisz girò in America negli anni ’70 un paio di ottimi film che non ottennero però il meritato successo. In particolare “40 mila dollari per non morire”, inspiegabilmente poco conosciuto, è un saggio lucidissimo e inappuntabile sul vizio del gioco, il miglior film mai realizzato sul gambling come condotta di vita ancor più che come bizzarra strategia economica. In altre parole: il giocatore compulsivo non aspira a diventare ricco e non si illude di poter vincere sempre, anzi in un certo senso anela inconsciamente la sconfitta perché quel che più gli importa è il “juice”, il brivido del rischio che più è prolungato più dà piacere, e nessun discorso moralistico o di semplice buon senso potrà mai fargli cambiare idea. Perciò, lo stato d’animo a cui il vero gambler non rinuncerebbe mai, la “droga” che lo fa andare avanti anche con debiti a sei zeri non è la soddisfazione di una larga vittoria secondo pronostico, ma la tensione di un finale di partita punto a punto come quello dell’incontro Lakers-Seattle che James Caan ascolta alla radio immerso nella vasca da bagno. La regia di Reisz asseconda l’ottima sceneggiatura di James Toback con uno stile nervoso e sincopato, dal taglio tipicamente anni ’70, in cui ogni giudizio morale sul protagonista si sublima nel malinconico finale. La personalità e la fisicità di un grande James Caan invadono ogni scena, ma molti attori di supporto non gli sono da meno, in particolare Morris Carnovsky (il nonno) e Jacqueline Brookes (la madre). Da qualche mese a Hollywood si parla di un remake probabilmente affidato a Todd Phillips, regista del fortunato ciclo di “Una notte da leoni”.

Voto: 7,5