Archive for gennaio, 2013


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AMOUR-locandina

Georges e Anne, coppia di borghesi ottuagenari, si amano e vivono in armonia. Ma un’operazione andata male peggiora la salute della donna, fino a ridurla in fin di vita.

Il 12° film di Michael Haneke – maestro e ideologo della glaciazione formale, emozionale e sentimentale – è una provocazione a partire dal titolo, dacché prima d’ora il suo unico racconto d’amore era quello deviato, perverso e disperato della Pianista Isabelle Huppert. E’ una provocazione mettere per tutto il tempo al centro della scena due anziani, seppur interpreti sopraffini come Emmanuelle Riva e Jean-Louis Trintignant, e mostrarne senza filtri la quotidianità, i piccoli dolori, la consapevolezza di essere agli sgoccioli. Con queste premesse, è una provocazione fare un film molto fisico, di gesti e azioni più che di parole, con cadute, pianti, sputi, persino uno schiaffo (scena violentissima).
Ma “Amour” è anche una provocazione diversa, meno perfida e isterica di quelle che infliggeva allo spettatore nel prodigioso “Funny Games” o al tarlo che insinuava nel precedente “Il nastro bianco”. Considerato che per Haneke il male è innato e insopprimibile e siamo tutti destinati a soccombergli, per la prima volta in un suo film il protagonista non si arrende (o addirittura non cade nella sua seduzione), ma cerca di affrontarlo, di combatterlo con una dignità e una lucidità che non si erano mai apprezzate nei precedenti lavori del regista austriaco. Haneke scende dal piedistallo e si mette in pari con i suoi personaggi, verso i quali – finalmente! – c’è amore, e non solamente vivisezione. Film naturalmente molto triste, carico di pena e sofferenza, in cui però, diversamente che in passato, l’uomo acquisisce rispetto e dignità – con un gesto che probabilmente saprete già, ma che è opportuno non svelare in una recensione. La regia è come sempre rigorosa e precisissima e si esprime soprattutto attraverso piani-sequenza ampi, lenti e rilassati; nessuna colonna sonora. Palma d’Oro al Festival di Cannes 2012 e sorprendentemente atteso al ruolo di protagonista ai prossimi Oscar, dove ha ottenuto nomination prestigiose: film, regia, sceneggiatura, attrice protagonista (Emmanuelle Riva; la meritava anche Trintignant).

Voto: 7,5

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La tranquillità e l’armonia di una ricca famiglia vanno in pezzi quando il padre annuncia di volersi separare dalla moglie. La donna cade in depressione e le tre figlie, tutte distanti per vari motivi, cercano invano di sostenerla.

Dopo sette opere contraddistinte da una fortissima componente comica, l’ottavo film scritto e diretto da Woody Allen è anche il suo primo puramente e orgogliosamente drammatico. Un anno dopo il grande successo di “Io e Annie”, la prima spiazzante svolta della carriera di Allan Stewart Königsberg avviene sulle orme del suo grande ispiratore Ingmar Bergman, cui sono presenti riferimenti espliciti nella recitazione, nelle luci, nei dialoghi, persino nella posizione degli attori sulla scena. Questo non fa comunque di “Interiors” un film-caricatura, tutt’altro: senza più gli argini della gag slapstick o della battuta sferzante, il pessimismo e la personalità di Allen straripano senza freno e più di una volta si è colti dal dubbio che si tratti soprattutto di un dolore di maniera, se non proprio di un’imitazione sia pure coltissima; ma tutta la seconda parte, feroce ma compostissima, crudele ma colma di pietas e dignità innanzitutto verso i suoi personaggi, senza mai cedere una volta alla tentazione del colpo basso, spazza via ogni sospetto. Certo non è un film facile, né consolatorio: sostiene a bassa voce che ogni dimostrazione di sentimento ha legato a sé anche un inevitabile effetto negativo, ma suggerisce anche che la repressione delle emozioni conduce invariabilmente all’infelicità. E’ un’opera spigolosa in cui i colpevoli non sono solo uomini, ma anche la natura matrigna, se non proprio cattiva: il mare e il silenzio, per la prima volta presenti in un film di Allen dopo anni di ambientazioni metropolitane, di allegro trambusto e di musica jazz, sono indissolubilmente legati al tragico finale e li accompagna – per come sono guardati, per come sono fotografati, per come sono vissuti dai protagonisti – il gusto amaro della lontananza e dell’ostilità. Attori magnifici; spiccano Geraldine Page e Maureen Stapleton, entrambe candidate all’Oscar.

Voto: 7,5

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Sparta, Mississippi: la polizia locale indaga sulla morte di un ricco industriale con l’aiuto di un ispettore di colore lì di passaggio, nonostante le diffidenze degli abitanti locali.

Unico attore nero che all’epoca avesse una certa rilevanza, Sidney Poitier fu spesso utilizzato negli anni ’60 per veicolare, grazie ai suoi modi gentili e al suo aspetto elegante, messaggi anti-razzisti di solenne buonismo: pensiamo a “Indovina chi viene a cena” e soprattutto a questo film, ambientato in quel Mississippi in cui, proprio in quel decennio, operarono i famigerati “Cavalieri Bianchi del Ku Klux Klan”. Rassicurante crime-movie dal successo superiore ai meriti, “La calda notte dell’Ispettore Tibbs” vinse cinque Oscar, tra cui quello al miglior attore (Rod Steiger) e al montaggio (di Hal Ashby, futuro regista di successo anni ’70). Intreccio di prevedibilità cristallina: all’inizio il poliziotto nero e il poliziotto bianco non vanno d’accordo, ma alla lunga l’arguzia, la competenza e l’umanità del primo riusciranno a fare breccia nell’animo del secondo. Classico esempio di cinema sociale un po’ di grana grossa, ma che è lentamente servito – più di tanti buoni esempi e di tanti bei discorsi – alla causa dell’integrazione e della convivenza civile; in fondo, chi dubita della funzione educativa dell’arte si sbaglia o è in malafede. Uno dei primi grandi successi dell’allora 41enne canadese Norman Jewison; la canzone “In the heat of the night”, che apre e chiude il film di cui è anche titolo originale, è cantata nientemeno che da Ray Charles.

Voto: 7=

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Reduce della Seconda Guerra Mondiale, disturbato psicologicamente e abbandonato dalla fidanzata, Freddie Quell (Joaquin Phoenix) incontra per caso su una nave Lancaster Dodd (Philip Seymour Hoffman), leader carismatico di un non meglio precisato movimento scientifico-religioso (la Causa), rimanendone perdutamente affascinato. Ma come entrare definitivamente nelle sue grazie? Come diventarne l’adepto più fedele?

Chi scrive è un andersoniano di ferro, uno che ha visto tutti i suoi film e ha adorato persino quel bislacco Punch-Drunk Love con Adam Sandler. Ma il ritorno al cinema di Paul Thomas Anderson, a cinque anni dal titanico Il petroliere, è macchiato da un discreto eccesso di megalomania. Più ambizioso che mai, come nel film precedente Anderson mette al centro della scena un uomo bigger than life, un profeta-guru-santone (a voi la definizione più calzante) la cui figura ricorda, ma solo da lontano, quella del discusso Ron Hubbard, fondatore del movimento di Scientology. È bene precisare che – nonostante i rumors iniziati ormai anni fa – “The Master” non è assolutamente un biopic su Hubbard e neanche una satira o un’inchiesta sulle fortune dei “dianetici”; è un film che cammina con le proprie gambe e aspira ad essere, senz’apparenti riferimenti a fatti o persone realmente esistiti, il ritratto di un burattinaio che gioca con gli esseri umani, manipolando e plagiando i più deboli e suscettibili con il miraggio di una vita migliore o semplicemente più serena. La metafora è chiarissima e il contesto spazio-temporale dell’America dei primi anni ’50 è facilmente adattabile ai giorni d’oggi, così come “Il petroliere”, ambientato sulla West Coast tra il XIX e il XX secolo, indagava del resto sui futuri guasti del capitalismo e sulle (attualissime) commistioni tra denaro e religione. Là dove il grande film con Daniel Day-Lewis coglieva perfettamente nel segno, purtroppo, questo rimane incompiuto, sfilacciato, inconcluso o forse inconcludente, seppur capace di sprazzi isolati di cinema purissimo (si veda tutta la lunga sequenza della “rieducazione” di Freddie, scandita da un montaggio alternato da manuale ed esaltata dalle magnifiche musiche di Jonny Greenwood). Si ha l’impressione, da un certo punto in avanti, che Anderson (anche sceneggiatore) smarrisca la difficile materia del suo narrare, delegando la costruzione del senso ai due straordinari protagonisti: un Philip Seymour Hoffman di mefistofelica grandezza e un Joaquin Phoenix di nuovo a livelli d’eccellenza, con un personaggio che per ottusità ricorda quello interpretato quasi vent’anni fa in Da morire di Gus Van Sant. Alla ricerca di una propria strada autonoma dopo gli illustrissimi paragoni che avevano travolto i suoi lavori precedenti (“Boogie Nights”-Scorsese, “Magnolia”-Altman, “Il petroliere”-Kubrick), Anderson sembra ispirarsi a un regista raffinato e complesso come Richard Brooks e a uno dei suoi lavori più famosi, “Il figlio di Giuda” (uno dei primi classici del cinema politico americano, con Burt Lancaster nel ruolo del protagonista), ma il suo è appunto un mero procedere per suggestioni e momenti cool, un gettare tanti sassi nello stagno senza mai andare a ripescarne nessuno: dalla sindrome post-conflitto (risolta sbrigativamente con una stereotipata sex addiction) all’ambigua relazione tra Freddie e il Maestro, carica di sottostrati psicanalitici che rimangono appena accennati. È un film che verrà prevedibilmente esaltato per la sua solennità e per la conoscenza enciclopedica della materia da parte di mastro Anderson, ma fidatevi di noi: sfortunatamente ci è toccato parlare del suo peggior film.

Voto: 6+

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