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Reduce della Seconda Guerra Mondiale, disturbato psicologicamente e abbandonato dalla fidanzata, Freddie Quell (Joaquin Phoenix) incontra per caso su una nave Lancaster Dodd (Philip Seymour Hoffman), leader carismatico di un non meglio precisato movimento scientifico-religioso (la Causa), rimanendone perdutamente affascinato. Ma come entrare definitivamente nelle sue grazie? Come diventarne l’adepto più fedele?

Chi scrive è un andersoniano di ferro, uno che ha visto tutti i suoi film e ha adorato persino quel bislacco Punch-Drunk Love con Adam Sandler. Ma il ritorno al cinema di Paul Thomas Anderson, a cinque anni dal titanico Il petroliere, è macchiato da un discreto eccesso di megalomania. Più ambizioso che mai, come nel film precedente Anderson mette al centro della scena un uomo bigger than life, un profeta-guru-santone (a voi la definizione più calzante) la cui figura ricorda, ma solo da lontano, quella del discusso Ron Hubbard, fondatore del movimento di Scientology. È bene precisare che – nonostante i rumors iniziati ormai anni fa – “The Master” non è assolutamente un biopic su Hubbard e neanche una satira o un’inchiesta sulle fortune dei “dianetici”; è un film che cammina con le proprie gambe e aspira ad essere, senz’apparenti riferimenti a fatti o persone realmente esistiti, il ritratto di un burattinaio che gioca con gli esseri umani, manipolando e plagiando i più deboli e suscettibili con il miraggio di una vita migliore o semplicemente più serena. La metafora è chiarissima e il contesto spazio-temporale dell’America dei primi anni ’50 è facilmente adattabile ai giorni d’oggi, così come “Il petroliere”, ambientato sulla West Coast tra il XIX e il XX secolo, indagava del resto sui futuri guasti del capitalismo e sulle (attualissime) commistioni tra denaro e religione. Là dove il grande film con Daniel Day-Lewis coglieva perfettamente nel segno, purtroppo, questo rimane incompiuto, sfilacciato, inconcluso o forse inconcludente, seppur capace di sprazzi isolati di cinema purissimo (si veda tutta la lunga sequenza della “rieducazione” di Freddie, scandita da un montaggio alternato da manuale ed esaltata dalle magnifiche musiche di Jonny Greenwood). Si ha l’impressione, da un certo punto in avanti, che Anderson (anche sceneggiatore) smarrisca la difficile materia del suo narrare, delegando la costruzione del senso ai due straordinari protagonisti: un Philip Seymour Hoffman di mefistofelica grandezza e un Joaquin Phoenix di nuovo a livelli d’eccellenza, con un personaggio che per ottusità ricorda quello interpretato quasi vent’anni fa in Da morire di Gus Van Sant. Alla ricerca di una propria strada autonoma dopo gli illustrissimi paragoni che avevano travolto i suoi lavori precedenti (“Boogie Nights”-Scorsese, “Magnolia”-Altman, “Il petroliere”-Kubrick), Anderson sembra ispirarsi a un regista raffinato e complesso come Richard Brooks e a uno dei suoi lavori più famosi, “Il figlio di Giuda” (uno dei primi classici del cinema politico americano, con Burt Lancaster nel ruolo del protagonista), ma il suo è appunto un mero procedere per suggestioni e momenti cool, un gettare tanti sassi nello stagno senza mai andare a ripescarne nessuno: dalla sindrome post-conflitto (risolta sbrigativamente con una stereotipata sex addiction) all’ambigua relazione tra Freddie e il Maestro, carica di sottostrati psicanalitici che rimangono appena accennati. È un film che verrà prevedibilmente esaltato per la sua solennità e per la conoscenza enciclopedica della materia da parte di mastro Anderson, ma fidatevi di noi: sfortunatamente ci è toccato parlare del suo peggior film.

Voto: 6+