Category: Animazione




Ex ladro di galline convertitosi al giornalismo, il signor Fox sente in realtà la nostalgia di quella vita così avventurosa ed eccitante; così, progetta un colpo da maestro ai danni delle fattorie di tre avidi agricoltori suoi nuovi vicini di casa.
“Fantastic Mr. Fox” è un film fin troppo brillante che rischia di mandare lo spettatore in overdose di delizie, tanto che è necessaria massima concentrazione per orientarsi al meglio nel dedalo di scritte, allusioni, battute e citazioni disseminate in questo densissimo – nonostante la durata – sesto film di Wes Anderson. Tratto dal romanzo di Roald Dahl “Furbo, il signor Volpe”, sceneggiato insieme a Noah Baumbach, realizzato con la tecnica del passo uno e un’eccellente squadra di doppiatori (George Clooney e Meryl Streep su tutti), è la trasposizione animata del solito suggestivo mondo del regista. Curatissimo nei dettagli, nei colori e nelle espressioni, scoppiettante e ironico nei dialoghi e nelle caratterizzazioni, è un divertissement adulto dietro il quale si nasconde il consueto, sconfinato amore di Anderson per il genere umano e le sue versioni antropomorfe. I suoi film migliorano ogni volta che li si riguarda, ma per stile e poetica hanno bisogno di almeno tre o quattro visioni per essere compresi e apprezzati completamente; resta il fatto che, se avesse un centesimo dell’intelligenza dei suoi film, il mondo sarebbe un postaccio assai migliore.

Voto: 7+

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Oltre vent’anni dopo, un ex soldato israeliano reduce dalla guerra del Libano racconta al suo amico Ari Folman un incubo ricorrente: ventisei cani si radunano, latranti e ringhianti, sotto la finestra di casa sua, gli stessi ventisei cani da guardia uccisi durante le tante missioni notturne compiute durante il servizio militare. Ma Ari, che pure vi ha partecipato, non ricorda nulla di quella guerra.
Bashir era Bashir Gemayel, il presidente del Libano il cui assassinio fu la scintilla che provocò il massacro nei campi profughi di Sabra e Chatila, consumato dal 16 al 18 settembre 1982 dalle milizie cristiano-falangiste guidate da Elie Hobeika, con la silente complicità di Israele. Da questa pagina tragica e bestiale non solo della storia del conflitto israelo-palestinese, ma anche dell’intero Novecento, il 45enne israeliano Ari Folman trae un film indimenticabile per molti motivi, su tutti per la geniale idea di estraniare sé stesso e gli altri personaggi da una vicenda così dolorosa attraverso i disegni animati, dandole una dimensione onirica e irreale, e perciò ancor più simbolica e metaforica: realizza così un film sulla Guerra con la maiuscola, interessandosi in particolare allo spaesamento del singolo, che vive il conflitto come un trauma psichico e imbocca così la strada della negazione: non sa, non capisce e quindi – non potendo più intervenire – sceglie di non ricordare. Il punto di vista cambia in continuazione, seguendo le vere testimonianze raccolte da Folman: amici, ex commilitoni, un reporter televisivo a cui spetta il dolorosissimo epilogo, l’ingresso nei campi profughi dopo la strage. L’impianto visivo e specialmente quello sonoro sono di prim’ordine, riuscendo a garantire una verosimiglianza quasi miracolosa nonostante l’artificio dell’animazione. Importante atto d’accusa di un israeliano anche contro il suo stesso Paese. Golden Globe nel 2008.

Voto: 7,5


Nell’avveniristica Monstropolis l’energia per far andare avanti la città si ottiene catturando le urla di spavento dei bambini; il compito di terrorizzarli spetta alla Monsters Inc., un’azienda in diretto contatto con le camere da letto di tutti i bambini del pianeta.
Dopo “Up”, il miglior film mai sfornato dalla Disney Pixar è una frenetica sarabanda di colori, rumori e invenzioni narrative da avercene a sufficienza per dieci lungometraggi recitati da attori in carne e ossa. Al di là della trama in sé e della moraletta della favola (l’accettazione del diverso senza nascondersi dietro un rifiuto aprioristico della novità), conta soprattutto per la verve a trecento all’ora che innaffia ogni scena, ogni fotogramma, assolutamente compresi gli irresistibili titoli di coda di cui è giusto non riferire alcunché (li trovate qua sotto, ma non guardate il video se non avete ancora visto il film). Anche a distanza di ormai nove anni (un secolo nel mondo dei cartoni animati), rimane un’opera freschissima, un caposaldo nella storia di un’industria rivitalizzata dalla partnership con la Pixar dopo un apparente declino che a fine anni ’90 sembrava inarrestabile. Come tutti i grandi cartoons dell’ultimo decennio, si presta a una doppia lettura a seconda dell’età media dei due tipi di pubblico: quello adulto potrà divertirsi a cogliere anche le citazioni più colte (da Fritz Lang a Magritte) e apprezzare l’ironia snob metatestuale (il bambino che alla fine rimane impassibile ai giochi di parole di Mike per ridere di cuore a un suo rutto è una metafora abbastanza eloquente). Le voci dei doppiatori originali sono di John Goodman (Sulley), Billy Crystal (Mike), Steve Buscemi (Randall) e James Coburn (Waternoose). Nella versione italiana Sulley viene doppiato da Tonino Accolla, mentre tra i personaggi minori Loretta Goggi ha dato la voce all’arcigna Roz.

Voto: 8-

Trivia
(La frase dello Yeti “Bimbi belli, bimbi brutti, bimbi che fanno i rutti” in originale è “Tough kids, sissy kids, kids who climb on rocks”, il claim di un vecchio spot di una catena di hot dog)
(Nel pre-finale, tra i giocattoli offerti a Sulley dalla bambina compare anche il peluche del pesciolino Nemo, protagonista di un film Pixar di due anni più tardi)
(Ci volevano circa 12 ore per renderizzare ogni singolo fotogramma in cui era presente Sulley, a causa dei suoi oltre 2,3 milioni di peli, ognuno animato singolarmente)


Carl Fredricksen è un vecchio venditore di palloncini ormai vedovo dopo la scomparsa dell’amatissima moglie. Pur di non abbandonare la casa che è costretto a lasciare a causa di alcuni lavori nel suo quartiere, se la porta via col vento, trasportata da migliaia di palloncini legati al fondo del camino. La sua meta sono le cascate Paradiso in Sudamerica, il posto dove aveva sempre sognato di vivere con la moglie.
L’ultimo capolavoro Pixar è lo scalino conclusivo del processo di equiparazione tra il cartone animato e il cinema tout court: una realtà certificata anche dall’Academy, che ha inserito “Up” nella diecina dei migliori film dell’anno (onore toccato in passato solamente a “La bella e la bestia” nel 1991, quando i film della categoria erano cinque, la metà). Si risulta finanche banali nel prendere atto delle potenzialità ormai demiurgiche dell’animazione, nel momento in cui un insieme di pixel dalle fattezze di Carl Fredrickson risulta molto più espressivo di uno qualsiasi degli attori – chessò – di un Avatar (per non citare per pudore un qualsiasi prodotto a noi geograficamente più vicino). L’elemento aggiuntivo che rende questo film superiore alla quasi totalità dei suoi simili è l’affrontare temi notoriamente impopolari e scaccia-pubblico come la vecchiaia e la solitudine (sembrano mere e polverose masturbazioni mentali, ma andatelo a dire all’amministrazione finanziaria della Pixar, preoccupata di far quadrare i bilanci dovendo per forza di cose azzeccare il cartone animato estivo) con una passione e una sincerità (ironico a dirsi per un cartoon…) a prova di botteghino. Scena da antologia, la storia d’amore tra Carl e Ellie raccontata in 4’30” completamente muti, di sola musica: fatte le debite proporzioni, sta al cinema d’animazione come la descrizione del logoramento del rapporto tra Kane e sua moglie in “Quarto potere” al cinema classico (la trovate qua sotto). Bellissime musiche di Michael Giacchino, già autore della soundtrack di “Lost”. Il gallinaccio Kevin è fenomenale, mette allegria solo a pensarci.

Voto: 8

Trivia
(Il personaggio di Carl è vagamente ispirato a Spencer Tracy, anche lui legatissimo all’amata moglie Katharine Hepburn)
(Primo film d’animazione e primo film in 3D ad aver avuto l’onore dell’apertura di un Festival di Cannes)
(Carl è stato doppiato in italiano da Giancarlo Giannini e in francese da Charles Aznavour)
(A “Up” è legata una storia molto commovente che riguarda Colby Curtin, una bambina di 10 anni malata terminale di cancro, che aveva espresso come suo ultimo desiderio quello di riuscire a vedere questo film. La Pixar organizzò una proiezione privata nel giugno 2009 a casa della bambina, che però per il dolore non riuscì a tenere gli occhi aperti, tanto che sua madre a fianco dovette raccontarle tutto il film scena per scena. Sette ore dopo la fine del film, Colby morì)

Il dottor Parnassus gira Londra insieme alla sua scalcagnata compagnia per mostrare agli scettici passanti il suo specchio magico, attraverso il quale è possibile entrare in mondi misteriosi e fantastici dove l’immaginazione di ognuno diventa realtà. Lo specchio è un dono del Diavolo, che in cambio però ha preteso l’anima della figlia di Parnassus al compimento del sedicesimo anno di età.
L’ultimo film di Heath Ledger, la cui tragica morte sopraggiunse nel bel mezzo delle riprese, è prima di tutto un omaggio all’attore australiano: esplicito, come da didascalia finale e da sinceri e teneri cammei dei tre divi Depp, Law e Farrell che hanno accettato ruoli minori per omaggiarlo, e sottinteso nei tanti frammenti che sembrano realizzati apposta per eternare la figura di Ledger, dall’ingresso in scena appeso a una corda sotto il ponte dei Frati Neri (citazione del caso Calvi, che come ha sottolineato lo stesso Gilliam “solo gli italiani coglieranno”) fino al monologo di Depp con la partecipazione di Rudy Valentino, James Dean e lady Diana. Orazioni funebri a parte, è un film che non sfigura nel Pantheon dell’opera omnia gilliamiana: viene appagato il consueto gusto per l’eccesso e per lo svolazzo stilistico a serio rischio di svarionamenti, ma intorno il regista ex Monty Python ci costruisce una storia suggestiva che ha il carburante per reggere due ore ad alta quota; l’esaltazione del potere dell’immaginazione, tema nodale in Gilliam già da “Brazil” in poi, trova qui il suo degno collocamento in una storia fatalmente faustiana, ma dalle atmosfere felliniane (anche se il tocco del regista è perfettamente riconoscibile nelle sue scenografie magniloquenti, le sue inquadrature nervose, i suoi deliri visivi senza rete); i nemici non sono la burocrazia o gli adulti, ma semplicemente la Realtà, che rende Tony un lestofante e l’esimio Parnassus un modesto clochard. Un film che è un urlo: evadere, bisogna.

wall-e
Nel futuro remoto, su una Terra abbandonata dalla razza umana e ridotta ad un deposito di rifiuti, un robot spazzino provvede a pulire e a risistemare la situazione per un eventuale ritorno a casa degli umani. Il casuale ritrovamento di una piantina ridà speranze al nostro pianeta.
Ultimo gioiello della Disney Pixar, affidato a quell’Andrew Stanton che già si era occupato del capolavoro “Alla ricerca di Nemo”, “WALL-E” è una superba favola ecologista di nessuna pesantezza e grande felicità inventiva, sia nell’assunto generale sia nei particolari (la magnifica scena del robot che armeggia con i rimasugli del passato, dall’estintore al cubo di Rubik), oltre che suggestiva storia d’amore. Nel suo essere prodotto convenzionale tutto sommato incapace di concludersi in un modo che non sia quello previsto in partenza, è più adulto e originale di molti suoi predecessori quando riflette sulla degenerazione della specie umana ridotta a un ammasso di parassiti, obesi e felici di esserlo. Le citazioni ovviamente non mancano, e riguardano tutta la miglior fantascienza adulta della storia, da “Blade Runner” a “2001: Odissea nello spazio”, direttamente omaggiato dall’ironico contrappunto di “Also Spracht Zarathustra” mentre il comandante riprende il controllo della navicella; ma sono adoperate con garbo, appropriatezza e cultura, non con l’ammiccante invadenza di altri suoi colleghi; che coraggio nel girare un film per tre quarti muto. Naturalmente sontuoso il reparto digitale, con pochi svolazzi e grande essenzialità, senza personaggi inutili e altri ammennicoli; mostra un po’ la corda solo nell’ultima mezz’ora. Come legame con la musica e con il ventesimo secolo, non c’era niente di meglio che “Hello, Dolly”?

Voto: 7,5

Trivia
(WALL-E sta per Waste Allocation Loader Lifter-Earth; EVE per Extraterrestrial Vegetation Evaluator)
(Film dedicato a Justin Wright, 27enne animatore (che in questo film si era occupato dei titoli di coda) morto prematuramente d’infarto)
(Il primo dialogo tra “umani” arriva dopo 39 minuti di film)
(Primo film Pixar a ottenere ben sei nominations agli Oscar; la Disney non toccava questi vertici dai tempi de “La bella e la bestia”, unico film d’animazione della storia ad aver ottenuto la nomination come miglior film)

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A causa di un pasticcio di Homer (che ha riversato nel lago tutti gli escrementi prodotti dal suo nuovo maiale), Springfield viene isolata sotto una gigantesca campana di vetro come misura anti-inquinamento. La cittadinanza è inferocita contro i Simpson.
La tanto attesa e temuta versione cinematografica dei Simpson – la “miglior serie televisiva del ventesimo secolo” secondo il Times, ma non solo – non è soltanto un regalo d’élite agli aficionados più accaniti, ma è anche qualcosa che fa divertire un sacco e una sporta anche chi non fa parte dei suoi abituali telespettatori (il sottoscritto, ad esempio). Quel che è più importante è che si risolve con un enorme e graditissimo sospiro di sollievo: non solo è rimasta intatta la carica eversiva del telefilm, ma è addirittura triplicata. E del resto il film dei Simpson altro non è che un puntatone di durata tripla rispetto al normale, come acutamente osservato da Homer all’inizio: chi è così stupido da andare al cinema per vedere le stesse cose che guarda in tv? Chi gli ha fatto incassare oltre mezzo miliardo di dollari in tutto il mondo, forse.

Voto: 7,5

Trivia
(L’anteprima del film si è tenuta il 21 luglio 2007 a Springfield, Vermont. La produzione aveva individuato 16 città o paesi di nome Springfield in tutta l’America e l’ha appunto spuntata Springfield, Vermont, battendo Springfield, Illinois)
(Piccole variazioni dalla tv al cinema: la “Moe’s Tavern” della serie televisiva è diventato il “Moe’s Bar”. E si scopre finalmente dove si trova Springfield: tra il Nevada, il Maine, il Kentucky e l’Ohio)
(Il testo originale della canzone di Spiderpork recita: “Spiderpig, Spiderpig/does whatever a Spiderpig does/Can he swing from a web?/No, he can’t. He’s a pig/Look out! He’s a Spiderpig!”)

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Il timido e goffo Victor, a un giorno dal matrimonio per interesse (ma non solo) con Victoria, si ritrova per un equivoco nel mondo dei morti, sposato al cadavere di una donna.
Secondo esperimento nell’animazione a passo uno per Tim Burton, dopo il bellissimo “Nightmare Before Christmas” (1994). Ma questa volta il risultato è anche migliore: una strepitosa favola dark che riesce nel miracolo di coniugare la perfezione dell’immagine digitale e quella della storia, portentoso mix di horror, commedia e film d’amore, con poderose iniezioni di humour nerissimo, nella più pura tradizione burtoniana. Originalissima elegia funebre in cui la morte ha paradossalmente l’energia e la vitalità che mancano alla vita stessa: quanto più è triste, formale e lugubre quest’ultima, tanto più l’aldilà è un carosello spensierato e coloratissimo di gag, canzoni e numeri da musical. Almeno due scene da applausi: la sonata a quattro mani tra Victor e la Sposa e il duello spada-forchetta tra Victor e lord Bittern. Deliziosa, poi, la citazione da “Camera con vista”, talmente tortuosa e geniale da non poter essere spiegata in breve. Il finale perfetto sarebbe un eterno ménage à trois, ma non si può avere tutto dalla morte.

Voto: 8

Trivia
(E’ il primo film con tecnica stop-motion in cui viene usato il software Final Cut Pro della Apple)
(Nella scena in cui Victor suona il piano, sul pianoforte compare la targhetta “Harryhausen”, riferimento al tecnico dell’animazione Ray Harryhausen)
(Per realizzare questo film ci sono volute 55 settimane di lavorazione, e 109.440 fotogrammi sono stati realizzati e filmati)
(Nel film, Victoria (che ha le fattezze e la voce di Emily Watson) pronuncia la battuta “Mia madre pensa che la musica sia sconveniente per una signorina di buona famiglia”. Questa stessa battuta viene anche pronunciata da Helena Bonham-Carter nel film “Camera con vista”, 1986. Helena Bonham-Carter dà la voce alla Sposa. Helena Bonham-Carter è, infine, la moglie di Tim Burton)

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