Category: Anni 2000


tre-sepolture

Un poliziotto uccide per caso un clandestino alla frontiera tra Texas e Messico; intenzionato a rendere giustizia all’amico, il vecchio Pete rapisce il poliziotto obbligandolo a un’allucinante espiazione.
Davvero brillante l’esordio alla regia di Tommy Lee Jones, che a 59 anni sfodera la stessa personalità sempre messa in mostra davanti alla cinepresa. La strada del western contemporaneo, battuta negli ultimi anni con rinnovato successo, è ampiamente nelle corde dell’attore-regista texano, a suo agio con i passi dolenti e i silenzi imposti dal genere, come già dimostrato nell’affine capolavoro dei Coen “Non è un paese per vecchi”. Le cadenze da requiem imposte dalla regia, ispirata al nume tutelare Eastwood, contano più della sussiegosa sceneggiatura del messicano Guillermo Arriaga (lo scrittore prediletto da Inarritu, e non è un caso); Jones tenta con discreto successo di intavolare discorsi universali sull’etica e sul dovere morale, che vanno oltre il caso specifico (per il quale, si sa, è pur sempre prevista una Legge) e, drammaticamente fuori tempo, diventano lo spunto per un bizzarro e affascinante racconto di formazione al contrario, in cui è stavolta l’anziano ad andare incontro e far visita ai fantasmi (vedi l’incontro col cieco). Il giovane e stupido Mike Norton è solo uno strumento dal quale non ci si aspetta alcuna redensione che naturalmente non arriverà. Oltre a rivelarsi un signor regista, Tommy Lee Jones brilla anche da attore (con tanto di premio a Cannes) in un cast in cui si fa notare la bionda January Jones, non ancora famosa prima di diventare la Betty Draper del formidabile “Mad Men”.

Voto: 7

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In un paesino spettrale alla Simenon da qualche parte della Francia si incontrano e fanno amicizia Manesquier, professore di letteratura ciarliero e solitario, e Milan, misterioso fuorilegge con un qualche colpo in programma per il fine settimana.
“Mai conoscere le poesie a memoria”. Tra i più felici e apprezzati film del 55enne parigino Patrice Leconte, è un polar squisitamente francese nel dissociarsi dai cliché e uscire fuori dal seminato, perché – malgrado tutto – si chiude con una nota di speranza e fiducia, innanzitutto in sé stessi: non è mai troppo tardi. Film di persone e di solitudini che cresce e si fa amare a poco a poco, seguendo fedelmente il rapporto tra i due protagonisti, il magnifico Jean Rochefort e il cantante-attore Johnny Halliday, divo del rock francese qui alla migliore performance in carriera. Lieve e molto breve; lasciano il segno i dialoghi di Claude Klotz, che a volte amano specchiarsi nella bella scrittura (“L’eternità dura sempre fino al sabato”). Ma il finale, è così definitivo? A noi sembra aperto, spalancato.

Voto: 7+



A Sydney un poliziotto in crisi coniugale indaga sulla scomparsa di un’affermata psicologa che a sua volta si trascina dietro il trauma della morte di sua figlia…
Basato sull’opera teatrale “Speaking in Tongues” di Andrew Bovell, anche autore della sceneggiatura. Thriller insolito, lento e parlatissimo, solo apparentemente tessuto intorno a una morte misteriosa, in realtà fondato su tutt’altro: storie di solitudini incrociate, segreti e menzogne che si sovrappongono o semplicemente si sfiorano. Il tutto con uno stile lieve, impercettibile, molto lontano dalla mano pesante dei drammi americani o dalle ambizioni europee; il regista Ray Lawrence costruisce un bel meccanismo di rapporti umani che non annoia mai anche se risulta a volte prevedibile, creando a volte anche della suspense. Suggestioni lynchiane neanche tanto sotto traccia. Non è un film che si fa ricordare, ma raccoglie quasi dappertutto stima e consenso. Cast all-australian (a eccezione della californiana Barbara Hershey) che si fa apprezzare per misura e realismo della recitazione. Gli arbusti di lantana sono quelli tra cui viene ritrovato il corpo della psicologa Valerie Somers.

Voto: 7-



Biografia (molto) romanzata di Michael Gordon Peterson aka Charles Bronson, per decenni il criminale più temuto e pericoloso d’Inghilterra: trent’anni d’isolamento, tuttora detenuto nel carcere di Wakefield.
Il film che rivelò il talento del danese Nicholas Winding Refn, tre anni prima che esplodesse definitivamente con “Drive”. Nel tentativo di evadere (per l’appunto) dai classici binari del film carcerario, Refn si dimena un po’ troppo e, volendo miracol mostrare alla critica e alla platea internazionale, smarrisce progressivamente il senso del racconto e dell’opera stessa. Chi è Bronson? Una contraddizione ambulante, un bruto in isolamento da una vita senz’aver mai ucciso nessuno, un clown un po’ manesco, un entertainer sui generis (espediente un po’ ritrito, quello dell’esibizione-monologo di fronte a un pubblico immaginario)? Il film non si perita di chiarirlo, più preoccupato a choccare, impressionare, sbalordire sulla singola sequenza (a proposito, ce ne sono di notevolissime), ed è un peccato perché le premesse e i mezzi di Refn sarebbero sufficienti a venirne a capo con stile e sostanza. L’anarchia e il grottesco prevalgono sull’ordine e sull’analisi. Il più classico degli errori di gioventù, che sarà infatti parzialmente corretto nel film successivo. Un ottimo Tom Hardy tiene a freno il giustificato istrionismo e riesce a tenere perfettamente in piedi un personaggio spigoloso e antipatico, oltre che spiccatamente stupido. Come detto, Refn eccellente nel “particolare”: la scena del party in manicomio sulle note di “It’s a sin” dei Pet Shop Boys.

Voto: 6-



Coppietta felice si trasferisce in una bella villa sul lago, dove lei inizia ad avvertire strane presenze, mentre lui cerca vanamente di tranquillizzarla. Chi ha ragione?
Escursione-thriller di buon successo firmata Robert Zemeckis, tra i più capaci e autorevoli tra i cosiddetti registi da botteghino (almeno fino a dieci anni fa). Qui asseconda la moda del periodo – il giallo spiritistico con colpo di scena allegato – mettendo su un’impalcatura solidissima con due divi di mezza età per catturare tutte le fasce di pubblico e una sceneggiatura di rassicurante banalità. Tanto mestiere in questa specie di “Hitchcock for dummies” che si fa comunque guardare senza troppe pretese fino al termine, nonostante un finale lungo oltre ogni sopportazione – in cui ci si scopre a fare il tifo per il decesso immediato dei due protagonisti – e un’interpretazione fin troppo marmorea da parte di Harrison Ford, che all’epoca aveva smesso di recitare più o meno da una decina d’anni (mentre Michelle Pfeiffer è deliziosa come al solito). Brividi a profusione e tensione sempre altissima, anche se l’artificiosità dell’intreccio e le millemila citazioni superano più volte la soglia consentita. Tremenda tag-line di involontario umorismo presente sulla locandina originale: “Sta alle vasche da bagno come Psycho alle docce”.

Voto: 6-



Raùl Peralta, uomo di mezza età dall’esistenza mediocre, ha un’unica ragione di vita: partecipare e vincere lo show televisivo dei sosia di Tony Manero, il famoso personaggio interpretato da John Travolta ne “La febbre del sabato sera”.
Secondo film del 32enne cileno Pablo Larraìn, primo premio al Festival di Torino 2008. Opera tetra, percorsa da un diffuso squallore, talmente desolante da sconfinare nel surreale. La metafora è fin troppo chiara: la passione-ossessione di Raùl Peralta per il divo Tony Manero, icona anni ’70 (e non solo) dell’idea di riscatto sociale nata negli States attraverso la disco music, simboleggia l’adesione incondizionata e l’acquiescenza del popolo cileno verso l’invasione di campo americana che aveva condotto al colpo di stato del ’73. Per la prima volta Larraìn offre il suo punto di vista sulla questione, poi ribadito nel successivo e ancor più lugubre “Post Mortem”: i colpevoli non furono tanto i dittatori e i militari, quanto chi permise che ciò accadesse e continuasse per quasi un ventennio. L’attore-feticcio Alfonso Castro si cala anima e corpo in un ruolo di rara mestizia, in cui l’umiliazione del prossimo e di sé stesso procedono di pari passo, senza che ci venga risparmiato nessun capitolo della sua grottesca via crucis, dall’impotenza sessuale al lunghissimo primo piano finale che chiude il film. Sull’episodio che segnò l’inizio della fine del regime (il referendum del 1988 che vide a sorpresa prevalere il fronte anti-Pinochet), Larraìn ha basato il suo quarto film – che si chiama appunto “No” – accolto molto bene all’ultimo Festival di Cannes.

Voto: 7



Primavera 1968: appena arrivato a Parigi, l’americano Matthew viene coinvolto nelle proteste per la rimozione di Henri Langlois alla guida della Cinémathèque Française e fa amicizia con i gemelli Théo e Isabelle.
Basato sul racconto “The Holy Innocents” di Gilbert Adair, è il film più discusso di Bernardo Bertolucci dai tempi di “Ultimo tango a Parigi” e de “La luna”: estetizzante, estenuante per la sua esibita e insistita cinefilia, criticato per un certo abuso di luoghi comuni sul Sessantotto che oltre trent’anni dopo, in effetti, possono suonare stantii. Ma guardiamo ai fatti: è un po’ il sogno e un po’ il manifesto di un regista che a sessant’anni suonati, dopo essersi meritato sul campo un discreto prestigio internazionale, si sente giustamente in diritto di dirigere quel che vuole; e invece di dedicarsi al classico lavoretto cupo, disilluso e ombelicale da Venerato Maestro, sforna un’opera energica, vitale, rivolta tanto agli adulti quanto soprattutto ai giovani, perfettamente adattabile ai tempi e ai contenuti di oggi. Impossibilitati a ricevere lezioni morali, i più anziani possono consolarsi rivedendo i bei tempi andati (saranno poi stati così belli?), Marlene Dietrich, Charlot e l’occupazione della Cinémathèque Française con Truffaut che arringa la folla. Eva Green indimenticabile, almeno per due motivi. Momenti notevoli: la Venere di Milo di Isabelle, le uova al tegamino di Théo. “The Dreamers” ha carisma, personalità, fugge dall’ordinario non avendo paura di cadere nel ridicolo. Si può a pieno titolo accusare Bertolucci di aver voluto confezionare il classico film da salotto buono radical-chic, di dare una visione fin troppo distorta e idealizzata di un periodo forse sopravvalutato, di aver voluto realizzare un film storico finendo col farsi sopraffare dalla fantasia e dall’immaginazione: ma in fondo il cinema non serve a questo?

Voto: 7



Inghilterra 1983: deriso e maltrattato dai suoi compagni di scuola, il 12enne Shaun fa amicizia con un gruppo di ragazzi più grandi – prevalentemente skinhead – da cui si separa affascinato dal carisma di Combo, appena uscito di prigione e di nuovo a capo di una banda di teppisti sostenitori del National Front. Anni difficili.
L’opera che ha rivelato il talento del 34enne inglese Shane Meadows, qui regista e sceneggiatore di un film che è enormemente debitore a Ken Loach nelle atmosfere e a Truffaut nella rappresentazione dell’età inquieta e nella messa in scena delle dinamiche adolescenziali; nel finale è esplicita la citazione dei “Quattrocento colpi”. Film tuttavia aspro, ruvido, sincero e appassionato, che ha avuto grande successo e risalto in patria dove i primi anni ’80 – caratterizzati dall’era Thatcher e dall’imbecille guerra delle Falklands e attraversati da una lunga e complessa scia di tensioni etniche e sociali – sono un po’ l’equivalente dei nostri bui anni di piombo. Il romanzo popolare che si specchia nella storia di una nazione è un genere molto praticato e solitamente destinato a grande fortuna, ma proprio per questo bisogna essere abili a lavorare di cesello e di sottrazione per schivare i didascalismi (chi ha detto “La meglio gioventù”?). Meadows mette in pratica tutto questo, riservandosi una piccola concessione al sentimentalismo solo nell’ultima scena, impreziosita dalla delicata cover di “Please please please let me get what I want” dei Clayhill. E’ un film del 2006 ma da noi si è potuto apprezzare solo nel luglio 2011, per motivi che poco hanno a che fare con il senso logico. Dedicato alla memoria di Sharon Turgoose, madre del piccolo Thomas attore protagonista, morta di cancro poche settimane prima dell’uscita del film.

Voto: 7,5

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