Category: Anni ’30



Alla vigilia delle nozze, un serioso paleontologo si fa stravolgere la vita da una ricca e viziata ragazza dell’upper class newyorkese. Succede di tutto.
Insuperato esempio di screwball comedy che a settant’anni di distanza non ha smarrito un’oncia di brio, ritmo, brillantezza, sagacia e intelligenza. I manuali e i libri di cinema lo citano tuttora come modello nei dialoghi (i clamorosi battibecchi overlapping tra Cary Grant e Katharine Hepburn che duellano a velocità tripla rispetto alla media dei suoi contemporanei, e non solo), nel passo forsennato, nello scrivere un nuovo e inedito capitolo della guerra dei sessi rovesciando il classico topos dei film d’avventura (la condizione di subalternità della donna rispetto all’uomo) e proponendo così un personaggio maschile infantile e totalmente inetto. Non che Susan Vance sia da meno: è una commedia in cui il cretinismo abbonda e assurge alle vette del sublime grazie a un testo deliziosamente nonsense che esalta il caos e lo glorifica a dimensione ideale per il divertimento tout court. Compatibilmente con l’epoca, proliferano le allusioni sessuali: l’irrefrenabile Hepburn è icona di sensualità come forse solo Marylin nelle commedie di Wilder o (ancora) Hawks. Perfetto esempio di cinema classico in cui ogni inquadratura è al servizio della narrazione, e ne anticipa gli sviluppi stilisticamente. Scandalosamente privo di nominations agli Oscar.

Voto: 8

Trivia
(Il film andò talmente male al botteghino che la RKO licenziò Howard Hawks. All’epoca, una delle cause con cui si provò a spiegare l’insuccesso del film era che tutti i personaggi principali erano troppo “svitati” per generare partecipazione nel pubblico)
(Prima commedia di Katharine Hepburn, che dovette imparare i tempi comici da Hawks e da altri attori di vaudeville impegnati nel film)
(Ad eccezione dei titoli di testa e di coda, non c’è colonna sonora)
(L’assenza di cautela con cui Katharine Hepburn si avvicinava al leopardo scatenò il panico sul set, tanto che più volte l’addestratore del leopardo dovette intervenire all’ultimo per evitare contatti pericolosi)
(Nel soggetto originale, Baby non era un leopardo ma una pantera)


Una diligenza con sette passeggeri e due guidatori deve raggiungere la cittadina di Lordsburg nel New Mexico, rischiando di incappare nei pericolosi Apache che popolano il percorso.
Grande classico del western e del cinema classico americano, che aveva in John Ford un esponente di punta per la didattica semplicità delle storie e l’impeccabile pulizia della rappresentazione; eppure è straordinario, in un film così universalmente “facile” e leggibile, si sviluppi un’infinità di temi, dalla nascita del Mito della Frontiera alle riflessioni sul ruolo della donna (ce ne sono due, antitetiche: la prostituta e la moglie incinta) nel cinema e nell’America degli anni ’30, fino alla contrapposizione tra il sostrato culturale conservatore e razzista (il cattivo trattamento riservato dal film a indiani e messicani) e la morale progressista che sottolinea la rivincita, con fuga d’amore finale, del bandito gentiluomo e della puttana dal cuor d’oro. Le ristrettezze produttive e la difficoltà nel cambiare continuamente i fondali trasparenti portarono Ford a tollerare alcuni scavalcamenti di campo che è inusuale vedere con questa frequenza nel cinema americano anni ’30 e ’40.

Voto: 8

Trivia
(A chi gli domandava come mai, nella scena-clou del film, gli Apaches non fermassero la corsa della diligenza semplicemente tirando ai cavalli, John Ford rispondeva: “Perché questa sarebbe stata la fine del film”)
(La diligenza passa davanti alla Monument Valley per almeno tre volte)
(Primo film di John Ford con John Wayne, e primo suo western dopo 13 anni)
(La trama del film si ispira al racconto “Boule de suif” di Guy de Maupassant)

 

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Quattro ragazzi, puniti con uno zero in condotta, organizzano una ribellione contro i responsabili del collegio.
Jean Vigo, regista francese dalla carriera brevissima perché stroncata dalla tubercolosi (due cortometraggi, questo film e il successivo e ultimo “L’Atalante”), è stato tuttavia punto di riferimento per varie generazioni di cineasti: ad esempio, tutta la Nouvelle Vague gli deve tantissimo. L’esordio di Truffaut nei “Quattrocento colpi” è profondamente debitore a “Zero in condotta”, nella rappresentazione giocosamente eversiva dell’infanzia che non manca di possedere più di una punta di malinconia. Aperto e concluso da due scene da antologia (il ritorno a scuola e i giochi in treno; la fuga sui tetti), è anche allegro e surreale nel suo fanciullesco amore per il cinema e, più in generale, per la libertà, intesa anche come possibilità di sbertucciare il potere, chiunque lo rappresenti. Fu anche per questo che non piacque alle autorità francesi, che lo bollarono come “anti-patriottico” per sdoganarlo soltanto dopo la guerra.

Voto: 7,5

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Nello stato di Freedonia viene messo al potere Rufus T. Firefly, un idiota che fa scoppiare una guerra col vicino stato di Sylvania.
Film-summa della comicità stralunata e ipersurreale dei fratelli Marx, di cui sarà bene, per cominciare, ricordare nomi e peculiarità: Groucho, il più famoso, baffuto, genio del nonsense; Harpo, biondo e muto, detonatore di pirotecniche gag visive; Chico, maneggione di sangue italiano, specialista in giochi di parole (che molto spesso si smarriscono nella versione italiana); Zeppo, il più bello e meno divertente, deputato ai numeri musicali. Hanno ispirato un oceano di sketches (come quello, arcifamoso, dello specchio, che si trova in questo film e potete ammirare in fondo alla pagina) e di comici, a volte anche involontariamente perché la loro fama li ha preceduti. Tra tutti i film dei Marx, “Duck Soup” è quello che meno assomiglia a un pretesto per tenere su la solita sfavillante collana di trovate e battute comiche; la naturale assurdità dei fratelli ben si sposa con l’idiozia militarista, lo sberleffo antiguerresco, la satira sociale e politica priva di ogni edulcorante retorica e morale. All’epoca un fiasco, oggi una pietra miliare.

Voto: 8

Trivia
(Ultimo film di Zeppo Marx con i fratelli)
(Mussolini mise al bando il film perché gli era parso di cogliere una satira ai suoi danni. Quando la notizia fu riportata ai Marx, ne furono entusiasti. In Italia arrivò solo nel 1947)

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Perso il posto in fabbrica, un povero operaio inizia a vagabondare per la città facendo la conoscenza con una “monella” nelle sue stesse condizioni.
Passato alla storia come uno dei più lucidi e divertenti (e perciò ancor più taglienti) saggi sulla nostra condizione nel Ventesimo Secolo, nella cinematografia e non solo, “Tempi Moderni” di Charles Chaplin divide la specie umana in due categorie: gli alieni – i ricchi, i padroni, gli irraggiungibili e incomprensibili, gli unici a cui Chaplin riserva l’onta (perché così la considerava all’epoca) di poter usare la voce per esprimere concetti di senso compiuto – e gli alienati, la maggior parte, immortalata dalla celebre dissolvenza iniziale operai-pecore e stritolata (metaforicamente e non) da un mondo che procede alla rovescia, di cui Charlot mette a nudo l’insensatezza nella scena della canzone: il primo attimo di successo e soddisfazione della vita giunge dopo aver fatto il clown biascicando parole senza senso. E’ anche la prima volta nella storia in cui Charlot emette suoni. Chaplin gioca con le invenzioni e le tecnologie (ingranaggi, macchine astruse, scale mobili) divertendosi a scardinare l’incrollabile fiducia nel Progresso; porta il film oltre la dimensione “familiare” del post-1929 rendendolo apologo senza tempo sulla magnifica e perfetta inconcludenza della vita, e lo chiude con il consiglio più semplice, disarmante e geniale della storia del cinema: “Smile”.

Voto: 8

Trivia
(Il nome del personaggio di Paulette Goddard è Ellen Peterson)
(Fu uno dei film per i quali Chaplin fu accusato di essere filo-comunista e sovversivo; nonostante le sue sdegnate smentite, fu costretto ad andare a vivere in Svizzera)

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Un vagabondo fa amicizia con un milionario alcolizzato (che però da sobrio non lo riconosce) e si innamora di una fioraia cieca.
Insieme a “Tempi moderni”, il più famoso film muto di Charles Chaplin, nonchè una delle massime vette del genere comico e del cinema in generale. Disse di lui Orson Welles: “E’ il mio film preferito”. Nonostante “Il cantante di jazz” avesse già quattro anni, Chaplin pretese di girarlo quasi totalmente privo di rumori e dialoghi, eccetto la colonna sonora (da lui stesso composta) aggiunta in postproduzione. Le gags di Charlot si succedono con ritmo e inventiva infallibile e, quel che è più importante, hanno senso: non rimangono parentesi all’interno della storia ma ne sono il motore e la fanno progredire. Tantissime sequenze memorabili: l’inizio, lo scambio tra il formaggio e il sapone, lo straordinario match di pugilato e soprattutto il finale, probabilmente una delle dieci scene più citate di tutti i tempi. La vicenda, situata a partire dal 1929, non manca di agganci alla realtà sociale dell’epoca e alle conseguenze della Grande Depressione che ridusse sul lastrico milioni di americani. Proprio perchè realizzato già nell’epoca del sonoro, è un documento ineguagliabile della potenza del gesto e dell’immagine nei confronti del suono e della parola.

Voto: 8,5

Trivia
(Chaplin fece girare per 342 volte la scena in cui il suo personaggio compra un fiore dalla ragazza cieca, finchè non trovò un modo soddisfacente per mostrare che la ragazza pensa che Charlot sia ricco)
(All’anteprima del film negli Stati Uniti, il 31 gennaio 1931, partecipò anche Albert Einstein. All’anteprima inglese, George Bernard Shaw)

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Un maniaco assassino di bambine terrorizza Dusseldorf. Gli danno la caccia la polizia e un’associazione di malavitosi che vuole farsi giustizia da sola.
Il primo film della storia del cinema ad avere come soggetto la caccia a un serial killer psicopatico, il più importante film di Fritz Lang (insieme a “Metropolis”), summa dell’espressionismo tedesco degli anni ’20 e ’30. Stella polare per cinque-sei generazioni di thriller, un genere che sembra improvvisamente essersi esaurito nei primi anni del ventunesimo secolo. Non mancano i punti morti e le ridondanze, ma è un fatto che oggi, a più di tre quarti di secolo di distanza, sia ancora riconosciuto come uno dei vertici del genere. Potentissimo e spiazziante, in particolare, il finale, con l’idea brechtiana del “tribunale dei delinquenti” che offre una versione della giustizia e della punizione quantomeno ambigua, anche per un regista come Lang che, com’è noto, non dispiaceva al Terzo Reich pur essendo mezzo ebreo. Come Anthony Perkins trent’anni dopo, l’ungherese Peter Lorre (vero nome Laszlo Lowenstein), al suo primo film, rimase segnato a vita da un ruolo così impegnativo. Ne circolano almeno sei versioni di varia lunghezza, dai 99 minuti degli USA ai 118 di quella francese.

Voto: 7,5

Trivia
(Il “tema dell’assassino”, più volte fischiettato da Peter Lorre, è tratto da un’aria del “Peer Gynt” di Grieg)
(Fritz Lang affermò di aver impiegato veri criminali per la scena finale)
(Il nazismo vietò il film in Germania a partire dal luglio 1934)

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