Category: Anni ’40




Uno scrittore fallito beve, beve, beve; il fratello e la fidanzata provano invano a coinvolgerlo in un fine settimana cui lui si sottrae, covando propositi auto-distruttivi.
Poderoso dramma a firma Billy Wilder che, nella sua natura di spot ante-litteram contro l’alcolismo, trovò i favori dell’Academy e si issò addirittura all’Oscar come miglior film (e altri tre ancora, tra cui quello per Ray Milland come miglior attore protagonista). Nonostante qualche scivolone mélo facilmente perdonabile e alcuni passaggi retorici (probabilmente imposti da una morale comune bacchettona che non tollerava finali alternativi, poco intonati alla necessità di contenere un “messaggio”), è un’opera di grande intensità e coraggiose punte di barocchismo espressivo che danno vita a momenti altissimi (la sequenza in ospedale; il delirium tremens con le grottesche apparizioni del topo e del pipistrello), con un uso rimarchevole della profondità di campo. A quasi settant’anni di distanza dalla sua realizzazione, rimane un esempio nel come si rappresenta una dipendenza. Ferocemente, senza sconti o metafore, ma mettendo in scena, ossessivamente ma con eleganza, l’unico oggetto del desiderio: la bottiglia. Musiche ansiogene e onnipresenti di Miklos Rosza, che aumentano il senso d’angoscia. In questa tragedia che si svolge quasi totalmente tra quattro mura, una parte non marginale spetta anche a una New York insolitamente (per i tempi) ostile: è quasi superfluo sottolineare come Wilder sia in questo caso precursore del cinema americano che arriverà trent’anni dopo.

Voto: 7,5



Budapest: due commessi di un negozio di articoli da regalo si amano per corrispondenza ma si trovano insopportabili di persona. Ma naturalmente, la loro relazione epistolare dovrà pur trasformarsi in qualcosa di meglio…
Dalla pièce “Parfumerie” dell’ungherese Miklos Laszlo. Grande classico della screwball comedy hollywoodiana nonché uno dei film più noti e cristallini di Ernst Lubitsch, penalizzato nella versione italiana da uno strambo doppiaggio con marcata inflessione americana (specialmente nel personaggio di James Stewart). Gli incroci fortuiti, gli equivoci, l’amore e tutti gli altri buoni sentimenti; ma anche una malinconia esistenziale di fondo (la scena del tentato suicidio del signor Matuschek è un momento straniante e quasi disturbante, che oggi difficilmente troverebbe posto in una qualsiasi produzione americana) e un malessere “sociale” facilmente adattabile ai giorni nostri, con lo spettro della disoccupazione che aleggia anche nell’isola felice di una commedia sentimentale. Una batteria di ottimi caratteristi al servizio di una sceneggiatura meno scoppiettante del solito, ma di danubiana solidità nel costruire i due personaggi principali e renderli credibili anche senza battute da copertina (la scena al tavolo del caffé). Il film più importante della sfortunata Margaret Sullavan, attrice dalla breve carriera che soffrì a lungo di disturbi uditivi e depressione fino a morire nel 1960, per overdose di barbiturici. Nel 1998 fu omaggiato di un remake non dichiarato ma evidentissimo, quel “C’è posta per te” in cui Meg Ryan e Tom Hanks s’innamorano via e-mail.

Voto: 7,5



Una compagnia teatrale di Varsavia cerca di scappare dalla Polonia invasa dai tedeschi. Per farlo, non resta loro che travestirsi da ufficiali e generali della Gestapo e finanche da Fuhrer, per ingannare i veri nazisti.
“E così mi chiamano il colonnello Concentrone!”. “Vogliamo vivere!” (titolo originale, molto migliore, “To be or not to be”) è uno dei grandi capolavori del berlinese Ernst Lubitsch. Insieme al Grande Dittatore di Chaplin, che lo precede di due anni, rappresenta l’estremo sberleffo del cinema e della cultura alla barbarie nazista, e insegna che di tutto si può ridere, se si sa farlo con cognizione di causa e coscienza di quei limiti che non possono essere oltrepassati o vilipesi. Il ritmo e l’intelligenza di ogni gag sono prodigiosi, così come lo sono i dialoghi crepitanti (“Ricordo quell’attore, trattava Shakespeare come noi trattiamo la Polonia”, una frase che procurò al film molti problemi di quasi-censura); attraverso la riuscita metafora portante, si riflette sulla necessità dell’Arte come forma di salvezza dal male e dall’indicibile. Se Chaplin sbertucciava Hitler proponendone una versione caricaturale, grottesca e starnazzante, Lubitsch estende il bersaglio all’intero apparato al servizio del dittatore, dando la più perfetta rappresentazione possibile della cecità e della stupidità di chi accetta – e forse è anche peggio – di restare asservito al potere. Quanta grazia e leggerezza si levano in ogni suo singolo frammento, ma il dolore e la portata storia della tragedia sono in primo piano in qualsiasi momento. Scene memorabili: l’inizio e il primo incontro tra il colonnello Erhardt e il finto professor Siletsky. Omaggiato più volte nella storia del cinema, dal Benigni de “La vita è bella” all’ultimo Tarantino, è stato anche oggetto di remake da parte di Mel Brooks, nel 1983, con sua moglie Anne Bancroft nel ruolo della protagonista.

Voto: 8

la-vita-e-meravigliosa
George Bailey, benefattore che ha dato un tetto a molti abitanti di Bedford attraverso una cooperativa di risparmio, ha appena perso ottomila dollari che lo costringeranno alla bancarotta e alla prigione; è la vigilia di Natale e lui sta tentando il suicidio. Dal cielo arriva un angelo a salvarlo.
Il film più bello e famoso di Frank Capra, uno dei planetari classici natalizi, sul quale ormai tutto è stato scritto e non si potranno evitare ripetizioni. La Hollywood della golden age al suo meglio: “Nessun uomo è un fallito se ha degli amici”, una frase tanto semplice che quasi fa commuovere anche ora, scrivendola in una recensione dopo aver appena visto questo film. “La vita è meravigliosa” alla lunga può essere considerato odioso perché costringe, obbliga quasi con la forza lo spettatore a calarsi nella dimensione del sogno e della fiaba che qui assurge meravigliosamente (appunto) a realtà; e inevitabilmente riesce a portare dalla sua parte, con la cristallina forza degli argomenti, anche il più cinico e umbratile dei cuori di pietra. Sceneggiatura da manuale: l’arrivo dell’angelo Clarence, evocato sin dalla prima scena, viene addirittura posticipato di novanta minuti, un’esagerazione dovuta per raccontare nei dettagli la storia di George Bailey nel tempo necessario per famigliarizzare con lui e farcelo diventare sufficientemente simpatico. Cast con un grandissimo James Stewart e una lunga serie di memorabili caratteristi: Henry Travers è l’angelo, Donna Reed è la moglie Mary, Lionel Barrymore è un impagabile Henry F. Potter.

Voto: 8+

Trivia
(Primo film di Donna Reed. Ginger Rogers rifiutò il ruolo di Mary)
(Vincent Price era stato inizialmente preso in considerazione per il ruolo di Henry Potter)
(Il progetto, inizialmente curato da un’altra casa di produzione, prevedeva Cary Grant nel ruolo del protagonista. Quando la sceneggiatura del film passò nelle mani di Frank Capra, fu lui a imporre James Stewart)
(Il corvo Jimmy, che svolazza negli uffici della cooperativa, compare in tutti i film di Frank Capra)
(Il film contiene un “dialogo segreto”, udibile soltanto alzando al massimo il volume. Subito dopo la scena in cui il piccolo George Bailey fa irruzione nell’ufficio di Potter e viene poi allontanato da suo padre, il bambino ascolta il seguente dialogo appoggiando l’orecchio sulla porta a vetri: “Qual è la risposta?” “Potter, mi hai appena umiliato davanti a mio figlio”)
(Il suo insuccesso al botteghino e agli Oscar fu dovuto soprattutto al fatto di essere uscito appena una settimana dopo “I migliori anni della nostra vita” di William Wyler)
(Nonostante sia ambientato a Natale, il film fu girato in piena estate)


Uno stimato criminologo di mezza età rimane incantato davanti a un quadro, esposto in una vetrina, raffigurante una misteriosa donna. Ne conosce una identica, e rimane coinvolto in una storia senza uscita.
Corretta anche se datata e oggi scarsamente proponibile, l’escursione noir di Fritz Lang è pero un gioiello rétro che racchiude tutti i topoi del noir classico e contemporaneamente del cinema langhiano; il doppelganger, l’inconscio, la precarietà del crimine. La femme fatale disegnata da Joan Bennett è oscurata dai personaggi maschili; stile espressionistico con discrezione. Finale frettoloso che impone didatticamente alle leggi del noir la non richiesta morale della storia. Il protagonista è Edward G. Robinson, già visto nel coetaneo e sublime “La fiamma del peccato” di Wilder.

Voto: 7

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Indagando sulla morte di un suo collega e del marito di una sua cliente, il detective private Sam Spade finisce in un giro di malviventi interessati a mettere le mani su un’antica e rarissima scultura di valore inestimabile.
Primo film tratto dai romanzi di Dashiell Hammett, l’inventore del detective Sam Spade (poi mirabilmente portato sullo schermo da Humphrey Bogart) e di riflesso uno dei padri fondatori del magnifico noir all’americana. “Il mistero del falco”, una delle migliori opere prime di tutti i tempi (e già: fu l’esordio alla regia di John Huston), è entrato di diritto nel pantheon dei miti hollywoodiani per il trench stazzonato di Bogey, le volute di fumo, la glaciale e fatalistica ironia e le insuperabili atmosfere che costituiscono la vera anima del genere, ancor più delle complesse sceneggiature hammettiane che in questo caso si servono del misterioso Falcone come il più classico dei McGuffin hitchcockiani. Film classico e generazionale, che ha educato il pubblico ad accettare anche qualcosa di diverso dal lieto fine, coerente sigillo di un mondo parallelo idealmente affine alla realtà nel proporre infinite zone d’ombra e personaggi di varia “sporcizia”, dove nulla è totalmente bianco né totalmente nero. Bogart da leggenda; tra i personaggi secondari menzione obbligata per il grande caratterista Elisha Cook jr., specialista in ruoli da patetica mezza tacca.

Voto: 8

Trivia
(Fedelissimo al romanzo originale; in alcuni casi i dialoghi sono citati testualmente)
(Durante le riprese furono usate due copie del falco perché Humphrey Bogart ne ruppe una girando la scena in cui compare)
(Primo film di Sydney Greenstreet, 60enne inglese attore teatrale che ricevette al suo debutto una nomination all’Oscar come miglior attore non protagonista)

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Al, un pianista di night newyorkese a corto di soldi, pensa di raggiungere la fidanzata a Los Angeles in autostop. Un distinto signore gli dà un passaggio, e gli chiede di sostituirlo alla guida mentre lui si riposa. Ma quando Al prova a svegliarlo, si accorge che è morto.
Il film più famoso di Edgar G. Ulmer, regista di b-movies mai troppo considerato in vita; un noir fedele alla linea (discesa all’inferno con contorno di femmes fatales, importanza decisiva del Caso nello snodarsi delle vicende) che il tempo e i cinefili più accaniti (ad esempio Scorsese, che vi ha preso spunto per “Fuori orario”) hanno rivalutato. Vero è che la sceneggiatura schiaccia fino in fondo senza esitazioni sul pedale dell’assurdo e dell’inverosimile, ma quel che conta sono l’atmosfera innegabilmente opprimente e il nebbioso e disincantato fatalismo delle grandi occasioni. Il personaggio principale è rimasto negli annali come uno dei più grandi Inetti della storia del cinema. Girato in soli sei giorni con attori sconosciuti e non propriamente indimenticabili.

Voto: 7

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Un serial killer uccide donne afflitte da gravi menomazioni fisiche o mentali. In un’elegante dimora, l’anziana e malata padrona di casa mette in guardia la governante muta.
Thriller di gran successo all’epoca ma di scarso interesse oggi, vale soprattutto per una certa sagacia nella costruzione della suspence rispettando quasi fedelmente le unità di tempo e di luogo: l’escalation di tensione avviene con misurato ricorso alla colonna sonora e una controllatissima calibrazione degli eventi. D’altra parte, se la protagonista principale (Dorothy McGuire) è priva di favella, i personaggi di contorno sono curiosamente sin troppo verbosi e in breve, invece che inquietare, il film scade in una carrellata illustrativa con dialoghi banalotti e collosi. Comunque un classico del genere “era una notte buia e tempestosa”. Una nomination all’Oscar per la vecchia Ethel Barrymore come attrice non protagonista.

Voto: 6,5

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