Category: Anni ’50




Prima Guerra Mondiale. Un generale dell’Esercito francese ordina alle sue truppe una missione suicida: conquistare una postazione nemica lontana e molto ben sorvegliata. Vista l’oggettiva impossibilità di portare a termine la missione, il generale ordina la fucilazione di tre soldati a caso per dare l’esempio.
Dall’omonimo romanzo di Humphrey Cobb. Erano trascorsi poco più di dieci anni dalla conclusione della Seconda Guerra Mondiale e la rivisitazione del conflitto in chiave critica era ancora un tema tabù, specialmente nella paludatissima America. “Orizzonti di gloria”, quarta opera del 29enne Stanley Kubrick, fu il primo film ad affrontare la questione, collocandola in un diverso contesto spazio-temporale (l’esercito francese durante la Grande Guerra) anche per evitare censure e difficoltà di produzione. Film di coraggio cristallino nel rinunciare a trasmettere messaggi positivi e patriottici legati alla guerra (“Il patriottismo è l’ultimo rifugio delle canaglie”, afferma addirittura il colonnello Dax), per affrontare la materia per quel che é: un orrore senza fondo dove tutti gli uomini sono spinti per inerzia a dare il peggio di sé. Nella visione del mondo kubrickiana, che – al di là del surreale esordio con “Paura e desiderio” – non è mai mutata dal “Bacio dell’assassino” al conclusivo “Eyes Wide Shut”, la guerra è l’unico tema che impone la massima chiarezza espositiva possibile, giustificando persino un certo didascalismo, senza sfumature né concessioni alla metafora, al paradosso o all’ironia (le riflessioni si faranno ancora più profonde e radicali trent’anni dopo in “Full Metal Jacket”). Ciò che gli fa da contorno, dalla crudeltà del generale Mireau alla vigliaccheria del generale Broulard e degli stessi soldati semplici al momento dell’estrazione dei tre destinati all’esecuzione, sono tasselli del grande discorso sul genere umano condotto dal pessimista Kubrick in tutta la sua carriera: le persone sono malvage o nel migliore dei casi mediocri, e perciò destinate a soccombere al cospetto del caso, della natura, della Storia. Per ovvi motivi non fu accolto benissimo in Francia, dove uscì al cinema solamente nel 1975. Nel memorabile finale alla locanda, la ragazza tedesca che canta la struggente “Der Treuer Husar” è Susanne Christian, futura moglie di Kubrick.

Voto: 8

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Un tennista di buon livello, alle prese con una complicata separazione matrimoniale, incontra in treno un ricco scapestrato che gli propone un piano diabolico: si offre di fargli fuori l’ex moglie se lui, in compenso, gli ucciderà l’odiato padre.
Tratto dall’omonimo romanzo d’esordio di Patricia Highsmith, grande classico firmato Alfred Hitchcock. Tra i suoi film più gotici ed espressionisti, non solo nello stile (nell’intera cinematografia del Maestro non si ricorda una scena più concitata e mozzafiato di quella finale sulla giostra) ma anche per una certa bizzarra combinazione di umorismo e grottesco che fa capolino anche nelle scene più drammatiche (l’incontro col bambino col palloncino al luna park è un frammento degno di Fritz Lang). Per il resto è un compendio hitchcockiano di figure e temi ricorrenti, dal topos del doppio alla presenza del treno, affrontati con ritmo serratissimo e dialoghi sopra le righe (per i quali vanno forse riconosciuti dei meriti a Raymond Chandler, il grande autore di gialli e polizieschi che collaborò alla sceneggiatura ma fu comunque silurato da Hitchcock a metà realizzazione). Il miglior film nonché l’ultimo di Robert Walker, eccellente villain atteso nel 1951, a soli 32 anni, a una morte per overdose su cui non fu mai fatta piena luce. Alla figlia Patricia Hitchcock spetta la parte della futura cognata impicciona. Il McGuffin di turno è un accendino smarrito dal tennista a inizio film, protagonista di un incalzante montaggio alternato verso la fine. Conosciuto anche come “Delitto per delitto”.

Voto: 7,5



1927: nell’epoca del passaggio al sonoro, alcuni divi del cinema muto devono reinventarsi abili cantanti e ballerini per continuare a rimanere sulla breccia.
Uno dei musical-capolavoro della storia del cinema americano, una magniloquente esaltazione in Technicolor della Hollywood che fu, e che da allora continua ad esistere nei sogni e nelle fantasie di tutti gli spettatori del mondo. E’ essenzialmente questo il segreto di “Cantando sotto la pioggia”, che non solo – come da manuale del genere – sospende per un’ora e quaranta il senso di verosimiglianza, ma sottolinea genialmente in continuazione la propria natura effimera, che è poi la natura del cinema stesso: i (clamorosi) numeri musicali sono ambientati in teatri di scena, set cinematografici, ricostruzioni di strade bagnate fradicie, simulacri di realtà che stimolano l’illusione e le più spensierate delle fantasie. Mai Hollywood era stata così divertita e ironica, prima di tutto con sé stessa e il proprio mito, addirittura fino a svelare ai profani i trucchi e i sotterfugi della “fabbrica dei sogni”. Tante scene memorabili, dal balletto di Gene Kelly con ombrello alla perfetta “Good Morning” canticchiata da Kelly, Donald O’Connor e Debbie Reynolds in quella che è forse la sequenza più rasserenante della storia del cinema.

Voto: 8



Florence e Julien, amanti, pianificano l’omicidio del ricco marito di lei (e capo di lui), inscenando un finto suicidio. Tutto va per il meglio, quando Julien, per lasciare l’edificio dopo il delitto, decide di prendere l’ascensore.
Da un romanzo di Noel Calef. Opera prima del francese Louis Malle, appena 25enne al momento della realizzazione. Film di culto e di importanza capitale nella storia del cinema francese, pioniere della Nouvelle Vague che esploderà di lì a pochi mesi. Al netto dell’ingenua vis trasgressiva e della naiveté da giovane ribelle (i personaggi ripresi di nuca, i soliloqui pomposamente melodrammatici di Florence), è un gran bel noir narrativamente e moralmente impeccabile, indiscutibile anche nel ruolo da protagonista lasciato al Caso. Getta molti semi che cresceranno bene negli anni seguenti, come quello della riflessione sul potere dell’immagine e sulla sua supremazia rispetto alla parola (laddove non arrivano gli interrogatori, riesce un pugno di fotografie). Musiche jazz di Miles Davis di cui Malle decide intelligentemente di non abusare, preferendo il silenzio nelle scene cruciali dal punto di vista dell’intreccio e scegliendole solo per i momenti più intimi e “caldi” (la camminata notturna di Jeanne Moreau per le strade di Parigi).

Voto: 7+



Disfacimento e implosione di un nucleo familiare borghese: nel giorno del compleanno dell’anziano padre malato, resa dei conti tra i coniugi Pollitt, lei moglie innamorata ma insoddisfatta, lui marito nullafacente, ubriacone e ben poco virile.
Dal dramma teatrale di Tennessee Williams, un mélò fiammeggiante (anche troppo) da camera che segnò la conferma nel firmamento hollywoodiano di una star come Paul Newman, dopo il primo exploit in “Lassù qualcuno mi ama”. Attori bravi o bravissimi (si segnalano anche una Liz Taylor ambiguamente sensuale e la grande, tragica performance del vecchio Burl Ives) al servizio di un testo tutto fondato sul detto e non detto, che nel suo adattamento cinematografico (a cura di Brooks e James Poe) annacqua i più espliciti riferimenti all’omosessualità di Brick e Skipper contenuti nell’originale. Comunque sia, è una pellicola attraversata dalle classiche tensioni etiche, morali e sessuali tipiche di Brooks, che opportunamente si fa da parte lasciando la scena ai personaggi principali e divertendosi solamente a caricare di grottesco quelli minori (i cinque “orribili” figli di Gooper e Mae). Il disagio sociale e familiare cova sotto la cenere del perbenismo e dell’ipocrisia che Williams fa brillare come piccole cariche esplosive una dopo l’altra, sotto forma di tante rivelazioni che approdano a quella finale, falsa. 6 nomination agli Oscar 1958. Scadente doppiaggio italiano con punte di ridicolo.

Voto: 7

Abbandonato ad agosto a New York dalla moglie partita per le vacanze con il figlioletto, un distinto signore di mezza età gradirebbe spassarsela nella calura della Grande Mela. L’occasione perfetta gli si para dinanzi con le forme di una giovane e bella modella, vicina di casa appena trasferitasi per l’estate.
Uno dei titoli più famosi (anche se non certo il migliore) della sconfinata filmografia di Billy Wilder, uno di quelli diventati espressione proverbiale (il titolo originale, “The Seven Year Itch”, si traduce letteralmente con “il prurito del settimo anno”). Adattamento di un successo teatrale del co-sceneggiatore George Axelrod (che sei anni dopo firmerà “Colazione da Tiffany”), è una commedia estiva godibilissima e a tratti scatenata, in cui la coppia Ewell-Monroe fa scintille osando anche qualche centimetro in più del normalmente osabile nella Hollywood di metà anni ’50. Con qualche anno d’anticipo sui memorabili personaggi di Jack Lemmon, Tom Ewell incarna benissimo, seppur in chiave un attimo semplificata, la frustrazione e il timor di Dio del travet metropolitano che vive con disagio la pressione del lavoro da scrivania. Marylin ha un personaggio senza nome ma consegna agli annali due o tre frammenti indimenticabili, come il famoso vestito bianco sollevato dallo spostamento d’aria della sotterranea o lo spassoso duetto al pianoforte sulle note di “Chopsticks” (l’insopportabile valzer composto dalla britannica Euphemia Allen, che nella versione italiana è tradotto in “Le tagliatelle”). Un Wilder minore, comunque, non può che valere 7,5.

Voto: 7,5

luomo-che-sapeva-troppo
Una coppia – lui medico, lei ex cantante – americana in vacanza in Marocco rimane coinvolta in un intrigo internazionale; il rapimento del loro unico figlio li costringe a volare a Londra.
Immarcescibile classico hitchcockiano collocato proprio a metà dei suoi magnifici anni ’50; sagace, umoristico, sorprendente, ricco di invenzioni fulminanti; un gioiellino. Remake – riuscito meglio – di un suo film omonimo, girato in Inghilterra nel 1934. Come al solito, accanto alla trama tradizionale si dipanano altre tracce e suggestioni: il ruolo quietamente predominante della bionda e rassicurante Doris Day all’interno del ménage di coppia e una silente stoccata alla religione (Edward Drayton, il “cattivo”, usa come copertura l’attività di pastore protestante). Lo si ricorda per due scene memorabili, scandite dalla musica: i dodici minuti senza dialogo dell’attentato alla Albert Hall (il direttore d’orchestra è nient’altri che Bernard Herrmann in persona), capolavoro di montaggio, e l’esecuzione al piano di “Que sera, sera” all’ambasciata; non male anche il subitaneo epilogo. Tutto l’intreccio di spie e servizi segreti è qui, ancora più che nel successivo “North by Northwest”, un gigantesco MacGuffin per aggiornare i temi più cari al regista: l’irruzione dell’imprevisto nella vita dell’uomo comune, le sue reazioni, le reazioni del pubblico che in lui si rispecchia. Obiettivo riuscito, naturalmente.

Voto: 8=

Trivia
(Hitchcock compare di spalle mentre osserva a Marrakech il numero degli acrobati)
(Il pezzo eseguito dall’orchestra di Herrmann durante la scena alla Albert Hall è “The Storm Clouds Cantata”, già presente nella medesima sequenza nel film originale del 1934)
(All’inizio Doris Day non era entusiasta di cantare “Que sera, sera”, ritenendola una “dimenticabile canzone per bambini”)
(Per girare le scene a Marrakech e Londra, Doris Day vinse con l’aiuto di suo marito la sua celebre paura di volare)


Wataru Hirayama ha una figlia in età da marito ma non vede di buon occhio la sua relazione con un giovane impiegato dell’azienda in cui lavora.
Primo film a colori del giapponese Yasujiro Ozu, cantore dell’armonia e dell’irenismo in tonalità squisitamente nipponiche, declinate in tutti i suoi film con un occhio di riguardo per gli ambienti familiari e un sentimento di serena nostalgia del passato che non preclude tuttavia la fiducia nel futuro (inteso anche come progresso della società e dei costumi). Narrativamente e tecnicamente racchiude tutte le componenti classiche del cinema di Ozu: una storia scarna e condotta a ritmi lenti, che volutamente aggira gli snodi cruciali del racconto (in questo caso il matrimonio di Setsuko e l’incontro riconciliatore del signor Hirayama con la figlia) per concentrarsi sui personaggi e sulle atmosfere; gli attori guardano spesso in macchina e aumentano la sensazione di artificialità. Il poema intonato da uno degli amici del protagonista dopo il banchetto nuziale riguarda l’addio di Kusunoki Masashighe, un guerriero che si batté per la causa imperiale e morì suicida dopo la battaglia di Minatogawa, 1336.

Voto: 7

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