Category: Anni ’70


interiors

La tranquillità e l’armonia di una ricca famiglia vanno in pezzi quando il padre annuncia di volersi separare dalla moglie. La donna cade in depressione e le tre figlie, tutte distanti per vari motivi, cercano invano di sostenerla.

Dopo sette opere contraddistinte da una fortissima componente comica, l’ottavo film scritto e diretto da Woody Allen è anche il suo primo puramente e orgogliosamente drammatico. Un anno dopo il grande successo di “Io e Annie”, la prima spiazzante svolta della carriera di Allan Stewart Königsberg avviene sulle orme del suo grande ispiratore Ingmar Bergman, cui sono presenti riferimenti espliciti nella recitazione, nelle luci, nei dialoghi, persino nella posizione degli attori sulla scena. Questo non fa comunque di “Interiors” un film-caricatura, tutt’altro: senza più gli argini della gag slapstick o della battuta sferzante, il pessimismo e la personalità di Allen straripano senza freno e più di una volta si è colti dal dubbio che si tratti soprattutto di un dolore di maniera, se non proprio di un’imitazione sia pure coltissima; ma tutta la seconda parte, feroce ma compostissima, crudele ma colma di pietas e dignità innanzitutto verso i suoi personaggi, senza mai cedere una volta alla tentazione del colpo basso, spazza via ogni sospetto. Certo non è un film facile, né consolatorio: sostiene a bassa voce che ogni dimostrazione di sentimento ha legato a sé anche un inevitabile effetto negativo, ma suggerisce anche che la repressione delle emozioni conduce invariabilmente all’infelicità. E’ un’opera spigolosa in cui i colpevoli non sono solo uomini, ma anche la natura matrigna, se non proprio cattiva: il mare e il silenzio, per la prima volta presenti in un film di Allen dopo anni di ambientazioni metropolitane, di allegro trambusto e di musica jazz, sono indissolubilmente legati al tragico finale e li accompagna – per come sono guardati, per come sono fotografati, per come sono vissuti dai protagonisti – il gusto amaro della lontananza e dell’ostilità. Attori magnifici; spiccano Geraldine Page e Maureen Stapleton, entrambe candidate all’Oscar.

Voto: 7,5

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rossoshocking

Dopo la morte accidentale della loro figlia, i coniugi Laura e John Baxter si trasferiscono per qualche settimana a Venezia per lavoro. Ma non riescono a ritrovare la tranquillità…
Oltre alla mitologica traduzione del titolo dall’inglese all’italiano (l’originale era il più discreto “Don’t look now”), sono vari i motivi che col tempo hanno fatto un piccolo cult di “A Venezia… un dicembre rosso shocking”. Innanzitutto la chiacchieratissima scena di sesso Sutherland-Julie Christie, che da più testimoni fu ritenuta molto poco cinematografica e ben più autentica; quindi il tono generale dell’opera, un thriller-horror inizialmente confuso e barocco e via via sempre più ansiogeno, fino all’agghiacciante finale che ispirerà le generazioni future; infine l’uso originale del montaggio e delle musiche antifrastiche realizzate dal veneziano Pino Donaggio, che da qui iniziò a costruirsi una solida fama di musicista thriller-horror, finendo per essere apprezzato da moltissimi cineasti di genere, primo fra tutti Brian De Palma. Da un racconto di Daphne du Maurier, clamoroso successo in Gran Bretagna e all’estero, è il film più famoso del londinese Nicolas Roeg; impressionarono all’epoca lo stile aggressivo e raffinato e l’indimenticabile ritratto di una Venezia cupa, lugubre e autunnale, in una specie di dépliant all’incontrario. La logica narrativa si espone a parecchie alzate di sopracciglio, ma col passare dei minuti lo spettatore impara a fare meno lo schizzinoso. Oltre al titolo di cui si è già detto, il pubblico italiano ha motivo di lagnarsi anche per un doppiaggio criminoso.

Voto: 7

gambler 2

Un rispettabile professore d’inglese di New York è schiavo del demone del gioco e si indebita fortemente con un bookmaker clandestino controllato dalla mafia: deve rimediare 44 mila dollari in pochi giorni o saranno guai.
Tra i fondatori del free cinema, la nouvelle vague britannica esplosa tra gli anni ’50 e ’60, il cecoslovacco Karel Reisz girò in America negli anni ’70 un paio di ottimi film che non ottennero però il meritato successo. In particolare “40 mila dollari per non morire”, inspiegabilmente poco conosciuto, è un saggio lucidissimo e inappuntabile sul vizio del gioco, il miglior film mai realizzato sul gambling come condotta di vita ancor più che come bizzarra strategia economica. In altre parole: il giocatore compulsivo non aspira a diventare ricco e non si illude di poter vincere sempre, anzi in un certo senso anela inconsciamente la sconfitta perché quel che più gli importa è il “juice”, il brivido del rischio che più è prolungato più dà piacere, e nessun discorso moralistico o di semplice buon senso potrà mai fargli cambiare idea. Perciò, lo stato d’animo a cui il vero gambler non rinuncerebbe mai, la “droga” che lo fa andare avanti anche con debiti a sei zeri non è la soddisfazione di una larga vittoria secondo pronostico, ma la tensione di un finale di partita punto a punto come quello dell’incontro Lakers-Seattle che James Caan ascolta alla radio immerso nella vasca da bagno. La regia di Reisz asseconda l’ottima sceneggiatura di James Toback con uno stile nervoso e sincopato, dal taglio tipicamente anni ’70, in cui ogni giudizio morale sul protagonista si sublima nel malinconico finale. La personalità e la fisicità di un grande James Caan invadono ogni scena, ma molti attori di supporto non gli sono da meno, in particolare Morris Carnovsky (il nonno) e Jacqueline Brookes (la madre). Da qualche mese a Hollywood si parla di un remake probabilmente affidato a Todd Phillips, regista del fortunato ciclo di “Una notte da leoni”.

Voto: 7,5

donnadomenica

Torino: l’architetto Garrone, uomo dalla moralità discutibile, viene trovato ucciso in casa sua, ferito a morte alla testa con un grosso fallo di pietra. Il commissario Santamaria indaga: l’assassino? Il movente?
Dall’omonimo romanzo di successo (1972) di Carlo Fruttero e Franco Lucentini, un giallo brillante di ritmo sostenuto, scrittura briosa (di Age e Scarpelli) e qualche indulgenza letteraria di troppo. La trasposizione all’opera è piuttosto fedele e questo forse giustifica una tendenza decisamente marcata all’accumulo e all’eccesso di fatti, idee e suggestioni, quasi che, a tralasciare qualche passaggio o situazione, si facesse un torto al testo originale. Il cast è moderatamente ispirato e alla fine della fiera il migliore è il solito Mastroianni, magistrale come sempre nell’equilibrismo tra farsa e tragedia. L’artigiano Comencini dirige il traffico e, forte di un’adeguata copertura commerciale, si prende qualche libertà di linguaggio e messa in scena, anche se non riesce completamente a tradurre in immagini il brulicante microcosmo della buona borghesia torinese, ritratta in un contorno insolitamente caldo ed estivo. Ci si affida perciò a uno stuolo di caratteristi infallibili, tra cui spicca – in una delle sue rare apparizioni al cinema – Lina Volonghi nel caustico e indimenticabile ruolo della vedova Tabusso. Piccola parte per Antonino Faà di Bruno (il padre di Massimo), che lo stesso anno si consegnò all’immortalità cinematografica (e non solo) interpretando il Duca-Conte Semenzara nel “Secondo Tragico Fantozzi” di Luciano Salce.

Voto: 7-



Far West: in un villaggio di minatori arriva John McCabe, spregiudicato imprenditore deciso a mettere su una casa di tolleranza. Gli dà una mano – in maniera non del tutto disinteressata – Constance Miller, ex prostituta che esercita su di lui una forte influenza.
Negli anni ’70 Robert Altman porta a compimento la sua opera di destrutturazione dei generi, operazione che interessa per esempio il noir (“Il lungo addio”), la fantascienza (“Quintet”) e persino, con esiti contraddittori, il fantasy di cassetta (“Popeye”). Non può perciò mancare il genere classico per eccellenza, il western, qui rivoltato da cima a fondo con una punta di esibizionismo e compiacimento, visto com’è programmaticamente animato da situazioni e personaggi bizzarri: una colonia di cinesi, un’ambientazione piovosa e invernale (fu girato a Vancouver nei mesi più freddi dell’anno), pretese di realismo e verosimiglianza che fanno a cazzotti con alcuni aspetti tecnici del film, prima su tutti una neve smaccatamente posticcia. Parabola tragica spiccatamente altmaniana, senza eroi, pieno di mezze figure e mezzi toni; apologia ante-litteram del capitalismo e dei suoi guasti, filtrata dal proverbiale pessimismo del regista di Kansas City. Warren Beatty spesso oscurato da una grande Julie Christie, che giunse fino alla nomination all’Oscar con un personaggio che, a conti fatti, è una delle donne più decise e risolute di tutta la storia del western. Musiche dolenti di Leonard Cohen che addolciscono un film aspro, spigoloso, difficile da digerire, forse un po’ datato.

Voto: 6,5



Dalla mattina fino a tarda sera, cronaca di un’immaginaria giornata televisiva, scandita dal telegiornale condotto da un impeccabile mezzobusto.
E’ datato 1976 l’ultimo squillo della commedia all’italiana; non proprio un canto del cigno, ma un commiato acido e sulfureo come si confà al genere, con momenti impietosamente profetici (il Tg3 era ancora di là da venire e del resto il programma di approfondimento si chiama “Studio aperto”…). Lo firma il meglio dei registi e degli sceneggiatori italiani dell’epoca, con risultati altalenanti e un eccesso di carne al fuoco che impedisce di puntare il mirino su pochi, selezionati temi. Qualche nome prima di proseguire: Luigi Magni (“Il sacro soglio”, antesignano delle fiction religiose), Ettore Scola e Ugo Pirro, Nanni Loy, Mario Monicelli, Age e Scarpelli, Luigi Comencini che dirige i frammenti più corrosivi sul lavoro minorile e sul grottesco dibattito televisivo su Napoli. Satira omni-comprensiva e un po’ datata che apre il fuoco su ogni bersaglio possibile: l’esercito, il Vaticano, la politica, Milano e Napoli e naturalmente l’informazione e la televisione. A furia di tanto sparare qualcosa va a segno, ma molto è anche paradossalmente vittima di quei difetti (il moralismo, la grevità) che si vorrebbero condannare. Mastroianni e Gassman, piuttosto svogliati, cedono il passo all’usato sicuro Manfredi e al solito memorabile Ugo Tognazzi, del quale resta in mente l’amarissimo eppure esilarante ritratto del pensionato. Colonna sonora a cui contribuirono anche Lucio Dalla e Antonello Venditti.

Voto: 7=



Negli ultimi mesi del nazifascismo, quattro importanti notabili – ognuno rappresentante di un potere: religioso, economico, nobiliare e giudiziario – si chiudono in una villa a Marzabotto insieme a figlie, servi, prostitute d’alto bordo e un gruppo di giovani ragazzi e ragazze accuratamente selezionati, per seviziarli e abusare di loro assecondando ogni tipo di perversione.
Ultimo film di Pier Paolo Pasolini, il primo di un’ideale “trilogia della morte” (in contrapposizione alla precedente “trilogia della vita”) che non giunse mai a conclusione a causa dell’omicidio del regista, avvenuto in circostanze mai chiarite il 2 novembre 1975. Il film uscì postumo e si può tranquillamente scrivere, senza timore di esagerazioni, che si tratta di una delle opere più discusse e scandalose della storia del cinema. Pasolini parte dall’omonima opera del Marchese De Sade e da alcuni saggi ad essa riferiti per sviluppare un discorso originale, lucidissimo e formalmente impeccabile sul Potere e sulle implicazioni escatologiche e sessuali (vorremmo scrivere anche esistenziali, ma da “Salò” è tenuta ben lontana qualsiasi traccia di esistenza – cioè di vita). Già all’epoca era ben noto il punto di vista estremo e laterale dell’intellettuale (prima ancora che dell’artista) sulla situazione politica italiana e occidentale: questo film lo esplicita, lo mette nero su bianco attraverso un’allegoria di franchezza inaccettabile, che costringe anche lo spettatore più conciliante(open-minded, si direbbe oggi) a rabbrividire. Non si tratta semplicemente di un’assenza di morale, nè di una semplice prevalenza del Male sul Bene: ciò che sconvolge è la dittatura incontrovertibile (“Nessuno sulla Terra sa che voi siete qui. Per tutto quanto riguarda il mondo, voi siete già morti”) di una morale alternativa senza scampo, che si erge a giudice supremo dell’umanità. In altre parole, il potere pasoliniano non solo non tollera la minima forma di dissenso, ma anzi si eccita sessualmente immaginandosi già la repressione. La sensazione di freddo, nelle ossa e nel sangue, è aumentata dallo stridente contrasto tra l’oscenità del contenuto e la perfezione della forma, garantita da uno staff tecnico di prim’ordine: Dante Ferretti alla scenografia, Tonino Delli Colli alla fotografia, Ennio Morricone alla consulenza musicale. Tantissimi guai con la censura, prima che gli venisse riconosciuta piena dignità artistica solo nel 1991. Un film sinceramente agghiacciante, enorme, di smisurato coraggio.

Voto: 8

(Gli escrementi utilizzati in varie scene erano in realtà un misto di cioccolato e marmellata d’arance)
(Maurizio Costanzo collaborò con Pasolini a una delle prime stesure della sceneggiatura)



Amburgo: un corniciaio malato di leucemia si ritrova coinvolto suo malgrado in un intrigo internazionale che lo porta anche a improvvisarsi killer con il miraggio della guarigione. Nel frattempo, un misterioso mercante americano…
Dall’omonimo romanzo di Patricia Highsmith, thriller esistenziale e atmosferico diretto con grande personalità e mano sicura dal 32enne Wim Wenders, che si attirò l’attenzione di quel mondo e di quel cinema USA che non manca di omaggiare a piene mani, dalla cinefilia che attraversa il casting (spicca Samuel Fuller nel ruolo minore dell’Americano) allo stile tutt’altro che teutonico adoperato a più riprese (in alcuni passi sembra di rivedere il Friedkin de “Il braccio violento della legge”). Film spigoloso in cui l’interesse per la complicata trama scema gradualmente fino a svanire del tutto, mentre i personaggi e le ambientazioni assumono via via una consistenza solida, tridimensionale, “europea”. Sul tavolo tutti i temi più cari al regista di Dusseldorf: la morte, l’amicizia, il viaggio, il senso della vita. Molte altre volte in futuro Wenders non sarà così asciutto ed energico, scegliendo – specialmente negli ultimi anni – la via della ridondanza e della prolissità. Bravissimo Bruno Ganz; degna di nota la scena muta dell’inseguimento in metrò a Parigi.

Voto: 7-

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