Category: Anni ’90


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Cosa succede quando il quindicenne Max Fischer, studente brillante e dal multiforme talento al prestigioso Rushmore College, si innamora di una professoressa vedova col doppio dei suoi anni?
Dopo l’esordio con “Un colpo da dilettanti” (1996), il film che rivelò il talento del 29enne Wes Anderson, atteso nel decennio successivo a una lunga serie di successi, da “I Tenenbaum” fino al recentissimo “Moonrise Kingdom”. Ogni opera prima (o seconda, come in questo caso) soffre di una certa ingenua sproporzione tra intenzioni e risultati e “Rushmore” non fa certo eccezione, contraddistinto com’è fino al midollo da tutti i marchi di fabbrica del regista texano: i suoi procedimenti per accumulo, la mania per le catalogazioni/elenchi di qualunque tipo (come quello iniziale di tutte le attività extra-scolastiche di Max), l’ironia malinconica e autunnale. Scritto con l’amico Owen Wilson; finché mantiene il suo carattere illustrativo – dedicandosi al disegno dei personaggi e dei luoghi con grande cura e ispirazione – il film funziona alla grande, salvo poi iniziare a zoppicare quando i centomila spunti narrativi, tutti degni di singolo interesse, devono per forza di cose mettersi in moto e diventare storia e romanzo di formazione. Bill Murray inaugura la sua galleria di personaggi andersoniani con un buffo ritratto di miliardario pigmalione e scapestrato, cui dà vita con il consueto sfoggio di impagabili micro-espressioni; ma brilla anche, nel ruolo del protagonista, il 18enne debuttante Jason Schwartzman, figlio di Talia Shire (“Adriana!!!!”). Colonna sonora di gran pregio con brani di Who, Rolling Stones, John Lennon, Cat Stevens.

Voto: 7-

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La parabola di Benjamin Siegel detto “Bugsy” (“pazzo” o “pidocchio” a seconda dei punti di vista), gangster feroce e vagamente psicopatico che si rovinò inseguendo il sogno di costruire un enorme casinò in mezzo al deserto, precisamente a Las Vegas, Nevada.
Tre anni dopo l’exploit di “Rain Man” il baltimoriano Barry Levinson tentò la carta del gangster-movie classico alla ricerca della botte piena (gli incassi) e della moglie ubriaca (gli osanna della critica). Purtroppo per lui, appena un anno prima era arrivato “Quei bravi ragazzi” di Scorsese a scompigliare le carte del genere, perciò questo “Bugsy” suonò fin da subito un po’ troppo vecchio stile, con diffusi rischi di muffosità in alcuni aspetti tecnici e narrativi, dalle manieristiche musiche di Morricone alla solita raffigurazione crepuscolare e malinconica dei banditi che furono. Peccato, perché il film non manca di originalità e di mordente, né di un certo fascino a macchia di leopardo (il bacio dietro il telo bianco, tutta la sequenza dell’inaugurazione del Flamingo che sembra presa di peso da un noir anni ’40). L’atteggiamento di Levinson e dello sceneggiatore James Toback verso il brutale “Bugsy” Siegel è quantomeno ambiguo (un folle? un visionario? un uomo solo?) e non aiuta a dipanare la matassa l’interpretazione incerta di Warren Beatty, visibilmente a disagio con un personaggio così complesso che non gli dà modo di sfoderare ogni due per tre il suo classico sorrisone da commedia brillante. Molto meglio il cast di supporto, a cominciare dalla rivelazione Annette Bening per proseguire con mammasantissima del calibro di Ben Kingsley, Harvey Keitel e Elliott Gould. Ebbe in sorte due Oscar tecnici (scenografie e costumi), ma non il successo per cui era stato progettato.

Voto: 7=



Parigi 1972: due adolescenti innamorati e scapestrati (quale innamorato non lo è?) lottano contro la scuola, la famiglia e in definitiva il mondo intero.
Quinto lungometraggio del parigino Olivier Assayas, classe 1955 e dunque sinceramente coinvolto in questo struggente mélo adolescenziale anni ’70. La risacca della contestazione porta con sé la rivincita della borghesia reazionaria, non tanto nelle idee politiche – in questo film del tutto bandite e forse anche ripudiate – quanto negli atteggiamenti di tutti i giorni: a soli quattro anni dal decantato 1968, il muro tra i giovani Gilles e Christine e i loro interlocutori (genitori, insegnanti, poliziotti) è più rigido e invalicabile che mai. Se ne può uscire solo scappando, non prima di una festosa e liberatoria distruzione di massa riscaldata da una potentissima colonna sonora in cui i Grandi dell’epoca (Janis Joplin, Bob Dylan, Leonard Cohen, Alice Cooper…) ci vengono offerti spudoratamente e senza condizioni, come se il trasporto e la generosità degli adolescenti avesse contagiato anche la regia. Caposaldo del cinema giovanile francese anni ’90 in cui, come detto, fa rumore ed è benvenuta l’assenza di qualsivoglia discorso politico, in un periodo in cui iniziava ad essere fuori tempo massimo; parla del passato per raccontare quello smarrimento generazionale che verrà poi reso estremo nel disperato “L’odio” (Mathieu Kassovitz, 1995). Assayas traduce l’atmosfera elettrica in una regia nervosa e vitale, che pedina i personaggi rimanendo sempre al loro fianco. Il broncio e il sorriso di Virginie Ledoyen illuminano ogni scena. Momento memorabile se ce n’è uno: l’allegro falò sulle note di “Up Around The Bend” dei Creedence Clearwater Revival. In Italia non risulta neanche uscito in DVD; lo si trova su Amazon o a zonzo per la Rete, con opportuni sottotitoli in inglese incorporati.

Voto: 7,5



Ex deejay di successo caduto in disgrazia dopo aver involontariamente ispirato una strage in un ristorante, Jack Lucas è ridotto a fare il commesso in una videoteca di dubbio gusto insieme alla sua compagna Anne. Una notte incontra Parry, barbone svitato alla ricerca del Santo Graal, al cui passato scopre però di essere in qualche modo legato…
“Grazie a Dio nessuno guarda in alto in questa città”. A sei anni dal successone di “Brazil” e a tre dal semi-flop de “Le avventure del Barone di Münchausen”, Terry Gilliam dirige nel 1991 questa squisita commedia meno leggera e più giudiziosa di quel che può sembrare a prima vista. Se non mancano i momenti di deliziosa sgangheratezza che forse costituiscono addirittura la colonna portante del film (e le cose non potrebbero andare diversamente in un’opera di Gilliam), il regista ex Monty Python governa con mano fermissima il copione dell’esordiente Richard LaGravenese, integrandolo e imponendovi la sua personale visione del mondo: la fantasia al potere per sfuggire dalle beghe della quotidianità e dalle sofferenze passate, trascese in una qualche forma di schizofrenia nel personaggio di Parry. Con sapienti e frequenti deviazioni nel musical e nella classica screwball comedy, Gilliam immerge la storia e i personaggi in tante diverse New York: quella putrida dei bassifondi, quella immobile e sospesa di Central Park, quella frenetica degli uffici e della Grand Central Station che fa da sfondo a uno dei momenti più ispirati del film. Le donne, i cavalier, l’arme e gli amori in un’indiavolata altalena concettuale tra Medio Evo e yuppismo con messaggio incorporato facile ma inattaccabile: ognuno ha bisogno di qualcuno da amare. Robin Williams fa ovviamente il mattatore in un ruolo totalmente nelle sue corde, ma sono bravissimi anche Jeff Bridges e la 42enne Mercedes Ruehl, premiata addirittura con l’Oscar come attrice non protagonista (tutt’altro che immeritato) prima di scivolare nel dimenticatoio.

Voto: 7,5



La squadra speciale IMF (Impossible Mission Force), al soldo della CIA, deve impadronirsi di una segretissima lista di agenti sotto copertura nell’Europa Centrale, per evitare che possa finire nelle mani di un pericoloso terrorista russo.
Ci può essere del buono, artisticamente parlando (che paroloni), in una saga multimiliardaria nel frattempo arrivata al quarto episodio e probabilmente non ancora conclusa? Caposaldo dell’industria hollywoodiana dal 1996, ispirato a una serie tv americana di successo trasmessa dal 1966 al 1973, “Mission: Impossible” è una macchina da guerra della cui efficacia nessuno ha ancora iniziato a dubitare: è cazzeggio puro, popcorn-movie di nessuna profondità, cinema fatto sbadigliando e non a caso il suo primo capitolo reca in calce la firma di Brian De Palma, il talento più grande e più pigro degli ultimi quarant’anni. La spy story inscenata con grande dispendio di mezzi e cachet per i divi di turno (anche in piccole parti, vedi il caso di Kristin Scott Thomas) non è mai credibile per un momento, e probabilmente non lo è neanche agli occhi dello spettatore più accanito, che si accontenta di ritmo inseguimenti adrenalina. Niente di male, intendiamoci, ma niente di più. Raro esempio di film che si risolve in una singola, straordinaria sequenza: l’intrusione nella stanza dei computer della CIA, modello difficilmente eguagliabile di regia controllata e montaggio per il ritmo e la tensione ottenuti senza mezzucci. Poi, boh, apre la strada a uno dieci cento sequel, ma a chi importa veramente?

Voto: 6-



Fine settimana di passione per Frank Pierce, paramedico dell’Emergency Medical Service di New York ossessionato dal ricordo di una paziente di cui sei mesi prima non ha saputo evitare la morte.
17° lungometraggio di Martin Scorsese, film anomalo nella filmografia già di per sé molto frastagliata del grande regista italo-americano. E’ una delle sue opere più religiose, attraversata da un fervore cattolico che sfocia quasi nella cristologia al momento di tratteggiare la figura di Frank Pierce, vero “angelo della notte” che attraversa una New York livida e allucinante in compagnia o al servizio di reietti, tossici, ubriaconi e disperati. Ventitré anni dopo il controverso “Taxi Driver” (anche quello firmato da Paul Schrader), Frank è l’anti-Travis Bickle pur condividendone fortemente le delusioni e le frustrazioni di fronte all’incombere del fallimento morale ed esistenziale. Scorsese si fa aiutare dalla solita crew di prim’ordine per trasferire in suoni e immagini un copione molto ambizioso, tratto dal romanzo di Joe Connelly (“Pronto soccorso” in italiano): e perciò ecco Robert Richardson alla fotografia, Thelma Schoonmaker al montaggio, Elmer Bernstein come compositore in una colonna sonora che annovera anche brani di Van Morrison, Who, R.E.M., Clash… Il risultato è fatalmente irregolare, ricco di momenti ispiratissimi e perfino di humour nero ma anche di giri a vuoto, di istanti altamente folgoranti (il finale michelangiolesco) ma anche di qualche eccesso di maniera, coerentemente con l’itinerario artistico di Scorsese tra i ’90 e gli anni 2000. Nicolas Cage non all’altezza di un ruolo così problematico. Il bel titolo originale (“Bringing out the dead”) perde tutte le sue sfumature nella maldestra traduzione italiana.

Voto: 6,5



Ventiquattro ore nella vita di tre giovani parigini della banlieu: il bianco Vincent, il maghrebino Said e il nero Hubert, sullo sfondo di violente rivolte e scontri con la polizia, responsabile della morte di un ragazzo del ghetto.
Seconda opera del francese Mathieu Kassovitz, fenomeno (premio a Cannes per la miglior regia) e fotografia di un’epoca e di un momento che non sono mai finiti, assurto con le sue frasi (“…fino a qui tutto bene”) al rango di cult-movie con il tempo e col regredire di una società multietnica che cade da decenni negli stessi sconsolanti errori. Pur senza sostanziali prese di posizione di carattere politico (giusto qualche riferimento a Jean-Marie Le Pen), “L’odio” è un film per nulla qualunquista: il veleno della rabbia e dell’odio ha ormai irreparabilmente infettato tutto il tessuto sociale e nessuno può dirsene al riparo, o al di sopra, o addirittura migliore – anche Hubert, per lunghi tratti colui che appare il più maturo e riflessivo, alla fine si lascia trascinare dall’istinto della vendetta. Prima che il tema della “periferia inkazzata” si riempisse di retorica e luoghi comuni buoni più che altro per vendere libri e dischi (anche in Italia, specialmente in Italia), fu un film duro, violento e disperato. La regia di Kassovitz è energica e sinceramente partecipe, con un indimenticabile bianco e nero che astrae le storie dei tre protagonisti, rendendole ancora più universalmente tragiche; ma non è immune a qualche tentazione modaiola come le digressioni tarantiniane come quella del vecchio nel bagno pubblico (“Pulp Fiction”, amatissimo in Francia, risale del resto appena a dodici mesi prima). Vincent Cassel denireggia a tutto spiano, ma il migliore del cast è il nero Hubert Koundé. Recitato per lunghi tratti in “verlan”, un gergo da banlieu che consiste nell’invertire l’ordine delle sillabe di una parola; il doppiaggio italiano, fatalmente, annulla il tutto.

Voto: 7



Per sbarcare il lunario, un aspirante scrittore si fa assumere come croupier da un casinò di Londra e inizia a condurre, quasi inconsapevolmente, una doppia vita.
Il solido britannico Mike Hodges vanta una produzione cinematografica abbastanza schizofrenica, con punte come “Get Carter” con Michael Caine e molti altri lavori ben più mediocri. Questo “Croupier” (incomprensibilmente tradotto con “Il colpo” in Italia) galleggia tra le due categorie: neo-noir che gioca con tutti i luoghi comuni del genere e si avvita proprio sul più bello in una lunga serie di evitabili colpi di scena, è interessante soprattutto per il ruolo principale interpretato da Clive Owen, all’epoca praticamente sconosciuto. La sua prestazione – piuttosto marmorea – non è indimenticabile ma rende tutto sommato discretamente l’impenetrabilità del croupier, figura enigmatica per definizione che pochissimi film hanno omaggiato come meriterebbe. La verve della regia non è purtroppo supportata da una sceneggiatura all’altezza. In Italia uscì direttamente in DVD addirittura dieci anni dopo, sulla scia del successo di Owen in “Inside Man” di Spike Lee.

Voto: 5+

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