Category: Avventura




Parigi 1931: dietro l’orologio della stazione di Montparnasse vive il piccolo Hugo Cabret, orfano e accudito (si fa per dire) solo da uno zio ubriacone, che sogna di far rivivere l’automa rimesso a nuovo da suo padre, fine orologiaio, morto nel rovinoso incendio del 1895.
Dalla graphic novel “La straordinaria invenzione di Hugo Cabret” di Brian Selznick (da cui provengono numerosi spunti). E dunque anche Martin Scorsese, a 69 anni e dopo 21 film, si cimenta con il 3D e con la fiaba di stampo disneyano, tornando al contempo a ricordare e celebrare la storia del cinema a sette anni dal bello e controverso “The Aviator”. Delle asperità di quel film, che raccontava i successi e i fantasmi del produttore Howard Hughes, “Hugo Cabret” non ha proprio nulla: è un’opera pianeggiante con frammenti di didascalica piattezza, colpa di una sceneggiatura insufficiente (a firma John Logan, già autore in passato di copioni tagliati con l’accetta come “Il gladiatore”, “Ogni maledetta domenica” e “L’ultimo samurai”), con espedienti narrativi assai bolsi come quello del doppio incubo (quante volte l’abbiamo già visto?). Scorsese liquida nel primo quarto d’ora il 3D facendone un uso oleografico e superficiale, autorizzando il sospetto che si sia servito dello strumento solo per sottolineare snobisticamente la superiorità artistica (morale?) dei vecchi trucchi di mastro Georges Méliès (1861-1938). Che poi il film sia molto affascinante, non c’è dubbio: i viaggi con la macchina del tempo sono sempre una delizia e uno spasso per chi è padrone della materia e sa orientarsi tra i tanti omaggi che Scorsese profonde a piene mani (si vede per esempio, Justus D. Barnes che spara verso gli spettatori nell’ultima scena di “Assalto al treno”, citata da Joe Pesci nell’inquadratura finale di “Goodfellas”). Ma agli altri, cosa rimane? Una deriva citazionista che sempre più cinema utilizza come via di fuga dalla realtà, dalle storie e dalla creatività, che inizia a diventare preoccupante se inizia a essere una strada battuta anche dai Maestri. Insomma, al passo d’esordio in un genere problematico come il film per ragazzi, il totem Scorsese ha scelto – inconsapevolmente o meno – la strada della calligrafia e dello spielberghiano andante. Da più parti si urla al capolavoro, ma a noi non è piaciuto. Forse saremo conservatori anche noi?

Voto: 5,5

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Condannato a due ergastoli per due omicidi (moglie e di lei amante) che non ha commesso, il mite bancario Andy Dufresne impara presto a conoscere l’ambiente del penitenziario di Shawshank, New England.
Dal semi-omonimo racconto di Stephen King “Rita Hayworth and the Shawshank Redemption” (titolo che il film ha opportunamente conservato solo a metà); esordio da regista dello sceneggiatore Frank Darabont. Film amatissimo in America (provare per credere: su Imdb.com è stabilmente al secondo posto della mega-classifica generale degli utenti) e non solo, ben oltre i propri effettivi meriti: la prima parte è frequentemente retorica e didascalica nel non lasciarsi sfuggire alcun luogo comune sulla vita carceraria (compresi i famigerati Detenuti Sodomiti, più truci del solito, che una sceneggiatura clintonianamente politically correct evita di bollare come “omosessuali”), la regia è illustrativa, la moraletta è in fondo scontata. Tantissime qualità, comunque: una strepitosa gestione del colpo di scena, due grandi attori protagonisti (Robbins è degna spalla del sommo Freeman), un Bob Gunton villain più che incisivo, una lezione furbamente larger than lifesulla speranza a tutti i costi e sulla voglia di vivere comunque vada; un classico spettacolo americano in cui si lavora tutti insieme per far godere di soddisfazione anche lo spettatore più cuordipietra. Nonostante sia giunto quasi a metà degli anni ‘90, possiede quella fanciullesca capacità di commuovere tipica dei film di Capra e contemporaneamente avvince come un consumato feuilleton d’avventura; non siamo così cinici da non ammettere che questi siano senza dubbio pregi; e belli grossi, anche.
Voto: 7+

Trivia
(Il lombrico che Brooks fa mangiare al suo corvo è in realtà un lombrico morto, a causa delle proteste di un’associazione americana in difesa degli animali che non voleva che fosse impiegato un lombrico vivo)
(
Per prendere ispirazione nell’uso della voce fuori campo e dello scorrere del tempo, durante il periodo di lavorazione del film Frank Darabont aveva l’abitudine di guardare ogni domenica “Quei bravi ragazzi”)
(La città di Zihuatanejo esiste davvero)
 


 
 

 

  

 


Un bambino di dieci anni scopre per caso che in un fosso non lontano da casa sua qualcuno sta tenendo prigioniero e in catene un suo coetaneo.
Dall’omonimo best-seller di Niccolò Ammaniti. Dodici anni dopo “Mediterraneo”, il suo più grande successo “dedicato a tutti quelli che stanno scappando”, Salvatores torna a battere le vie di fuga per dirigere un film eccitato e col fiatone, tutto di corsa, alla maniera dei bambini. “Io non ho paura” ha tante magie in sé, in particolare quella di ricostruire alla perfezione quel castello di ricordi, sensazioni, rumori e perfino profumi che appartiene a tutte le nostre infanzie (con un particolare occhio di riguardo per chi è stato bambino da Roma in giù). Le felicissime scelte di casting (brilla l’esordiente Giuseppe Cristiano, bravissimo) e l’umiltà di attori navigati che si abbassano (anche fisicamente) a far da comprimari ai piccoli sono i contorni di un pranzo saporitissimo, imbandito da un Salvatores mai così a suo agio, che immerge i personaggi e lo spettatore in un’esperienza totalizzante in cui ognuno dei cinque sensi ha modo di entrare in funzione (valga per tutte il frammento, memorabile, dell’acquazzone estivo che sorprende e infradicia i bambini e il dettaglio dei suoi primi, enormi goccioloni che bagnano la strada: chiunque ci sia passato a dieci anni condividerà il brivido). Merita di entrare a far parte della galleria dei grandi film “adulti” per bambini, capeggiata dall’eccelso “La morte corre sul fiume” di Laughton a cui questo film in parte si rifà, per l’abbietta descrizione del mondo dei “vecchi” (ignavi, bugiardi, violenti, malvagi: non si salva nessuno) e qualche ispiratissimo spunto naturalistico (gli animali notturni, l’apparizione delle mietitrebbie). Per come cavalca il suo spirito d’avventura picaresco e pre-adolescenziale, ci sono anche echi di “Stand by me”. Stupenda fotografia di Italo Petriccione, ottimi archi di Ezio Bosso.

Voto: 7,5 


Nel Perù di inizio ‘900, un imprenditore irlandese del caucciù, matto e melomane, si mette in testa un’idea meravigliosa e folle: costruire un teatro d’opera nella foresta amazzonica per portarci il suo idolo Enrico Caruso.
“Chi sogna può muovere le montagne”. Nel bene e nel male, il film Definitivo di Werner Herzog: grandioso, eccessivo, costantemente sopra le righe, titanico e totale. Stando alle parole di Herzog, un Fitzcarraldo è esistito veramente: era un magnate della gomma che per raggiungere un territorio smontò la sua nave per ricostruirla oltre una collina. Poco importa dunque l’obiettivo oltremodo bizzarro del protagonista: ciò che conta è misurare fino a dove un uomo è disposto ad arrivare per realizzare i propri sogni. Fitzcarraldo è Herzog, evidentemente; lo incarna il suo feticcio Klaus Kinski ma – dietro la sua gioia, il suo sconforto, la sua fatica – c’è senza dubbio la mostruosa tenacia di uno dei registi più sui generis della storia del cinema europeo. La prima parte introduttiva serve solo a scaldare i motori per i secondi torrenziali 75 minuti, preclaro esempio di epica cinematografica a metà tra “Apocalypse Now” e i miti delle antiche religioni mesopotamiche; l’immagine della nave che scala la collina è il simbolo della weltanschaaung di un uomo ferocemente ottimista. Sconfinata aneddotica sulla tribolata (eufemismo) lavorazione: il rogo appiccato all’accampamento dove alloggiava la troupe da parte di una tribù indigena che fece slittare l’inizio delle riprese di oltre un anno; la grave malattia del primo attore scelto come protagonista, Jason Robards, poi sostituito da Kinski; la difficile scelta della nave da trainare (oltre 300 tonnellate!) e del sistema di argani da utilizzare; leggende metropolitane varie di indios morti…

Voto: 7,5

Trivia
(Nel documentario “My Best Friend: Klaus Kinski”, Herzog racconta di come, durante le riprese del film, il capo degli indios locali si fosse avvicinato a lui chiedendogli il permesso di uccidere Kinski. La risposta di Herzog fu negativa, perché c’erano ancora molte scene da girare)

 

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La storia vera di Christopher McCandless, brillante studente e futuro harvardiano che nell’estate del 1990 pianta tutto e scappa via, destinazione Alaska.
Il quarto lungometraggio di Sean Penn, che dietro la macchina da presa non metteva piede da sei anni (“La promessa”, 2001), è a volte estetizzante, altre volte grandioso, in definitiva bellissimo. La storia “bigger than life” di Christopher McCandless, organizzata come una vita parallela che cinque capitoli scandiscono in altrettante fasi (nascita, adolescenza, età adulta, famiglia e conquista della saggezza), così smaccatamente anti-americana nel suo programmatico rifiuto degli ideali su cui campa da oltre duecent’anni il mito a stelle e strisce, parte – benissimo – come un racconto alla Kerouac espunto da ogni retorica sessantottina, dacchè il suo personaggio principale è non tanto il giovane Emile Hirsch, destinato a diventare un’icona, ma il menestrello Eddie Vedder e le sue canzoni opportunamente sottotitolate in italiano. Lo stile è lento, asciutto, ferocemente antimodaiolo e discretamente eversivo (bruciare i soldi!) senza darlo a vedere. Ma, man mano che i minuti scorrono, la pertinace ricerca della Verità di Alex Supertramp coincide con la maturità del film stesso, sempre meno tentato dai numeri alla National Geographic; Sean Penn è magnificamente padrone della materia e pone nell’epilogo le domande che si è tenuto in tasca per tutto il film: è giusto e soprattutto ha senso sfidare così i nostri affetti, il nostro passato, la natura stessa, insomma il mondo intero? E quella frase, “Happiness is real only if shared”, è forse un estremo ripensamento della sua grande avventura? Nomination all’Oscar per il vecchio Hal Halbrook; la meritava anche Catherine Keener nel ruolo della hippy infelice. E’ consolante notare che, nonostante tutto, esistano ancora dei registi americani così fortemente coraggiosi e ambiziosi; il finale, poi, è di sconquassante bellezza.

Voto: 8-

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Quattro amici lasciano la città e partono per un weekend sui monti Appalachi, dove hanno in programma una gita in canoa lungo il fiume Cahulawassee, in una zona che sta per essere sommersa da un lago artificiale. Diventato in breve tempo uno dei film-cult degli anni ’70 anche da noi (grazie ad uno dei pochi titoli in italiano che è migliore a quello originale, “Deliverance”), a “Un tranquillo weekend di paura” basta battere su pochi, giusti tasti per ottenere il suo scopo: la constatazione della vacuità delle tesi superomistiche (incarnate dal personaggio di Burt Reynolds) sull’indiscussa superiorità dell’uomo, e contemporaneamente il tema leopardiano della Natura “matrigna”, la cui vendetta – evocata come uno spauracchio dai movimenti ambientalisti – ha gioco ancora più facile grazie all’involontaria collaborazione dei gretti abitanti del luogo. Nonostante qualche lungaggine e una sceneggiatura un po’ esile, come macchina spettacolare funziona a pieno regime, con almeno una scena memorabile (la celebre “Dueling Banjos”, che in realtà è un duello banjo-chitarra) e i paesaggi mozzafiato immortalati dalla fotografia del grande Vilmos Zsigmond. Una vetta del thriller d’avventura.

Voto: 7=

Trivia
(Nel ruolo del figlio di Ed, che compare alla fine, c’è Charley Boorman, figlio del regista)
(Per risparmiare la produzione non stipulò alcuna assicurazione, e gli attori non ebbero controfigure o stuntmen. Burt Reynolds si ruppe il coccige durante la scena delle rapide in canoa)
(John Boorman avrebbe voluto Marlon Brando per il ruolo di Lewis ma, resosi conto che era troppo vecchio, scelse il più giovane Burt Reynolds che gli assomigliava molto)
(L’unico dei quattro protagonisti a saper andare in canoa era Ned Beatty, al suo primo film. Gli altri tre impararono sul set)

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Un miliardario russo, incarica un avventuriero americano di indagare sul proprio passato e scoprire chi era in precedenza e qual è stata l’origine della propria ricchezza.
Classico esempio del cinema mattatore di Orson Welles, qui in uno dei ruoli che più si sono confatti al suo barocco gigantismo: Gregory Arkadin è un personaggio shakespeariano e titanico, interpretato con quel suo celebre temperato istrionismo, molto simile all’Harry Lime del “Terzo uomo”. La trama è contorta e ha qualche perdita, come sono troppi i personaggi e i luoghi da tenere a mente, in una sarabanda di viaggi e città che ricorda da vicino le vere peripezie patite da Welles per girare i suoi film nella seconda parte della sua carriera; ma in ogni fotogramma traspare l’amore smisurato del regista verso tutto il cinema del mondo, omaggiato con vari registri che spaziano dal romanticismo inglese al più cupo e radicale espressionismo tedesco. Celebre la scena in cui Arkadin racconta ai suoi invitati la favola della rana e dello scorpione.

Voto: 7

Trivia
(Sia la sceneggiatura che il successivo romanzo “Mr. Arkadin” di Maurice Bessy si ispirarono a tre episodi della serie radiofonica “The lives of Harry Lime”, in cui Welles riprendeva il suo celebre personaggio interpretato ne “Il terzo uomo”)
(Marlene Dietrich rifiutò il ruolo di Raina Arkadin)

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Oregon, 1959: quattro ragazzini partono da soli per due giorni alla ricerca di un cadavere sulla riva di un fiume, a cinquanta chilometri da casa loro.
Dal racconto “The body” di Stephen King. Nel secondo film di Rob Reiner (che sarebbe diventato un versatile regista per tutte le stagioni, dal legal thriller all’horror passando per la commedia romantica), uno dei più belli del genere che tratta quella particolare età di mezzo che non è più infanzia e non è ancora adolescenza (di cui è indiscusso capostipite “I quattrocento colpi” di Truffaut), c’è un rispetto e una partecipazione che raramente si ritrovano altrove, e che sempre più difficilmente incontreremo d’ora in avanti. Per l’autenticità da documentario con cui descrive le sensazioni e le contraddizioni dei 12 anni, lo si apprezza pochissimo da ragazzi e molto di più man mano che si cresce e si diventa adulti. Lieve e bellissimo. Del cast fanno parte anche Richard Dreyfuss e gli ancora sconosciuti Kiefer Sutherland e John Cusack; dei quattro attori principali solo River Phoenix divenne una star, prima di trovare la morte la sera di Halloween del 1993 per un’overdose di speedball.

Voto: 7+

Trivia
(Si vede una vecchia rivista con in prima pagina la foto di un’attrice; quella donna è Elizabeth McGovern, che all’epoca era la fidanzata di Rob Reiner)
(Il racconto “The Body” fa parte di un libro di racconti di Stephen King chiamato “Different Seasons”, nel quale c’è anche “Rita Hayworth and the Shawshank Redemption”, che ispirerà il successivo “Le ali della libertà”, 1994)

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