Category: Azione




La squadra speciale IMF (Impossible Mission Force), al soldo della CIA, deve impadronirsi di una segretissima lista di agenti sotto copertura nell’Europa Centrale, per evitare che possa finire nelle mani di un pericoloso terrorista russo.
Ci può essere del buono, artisticamente parlando (che paroloni), in una saga multimiliardaria nel frattempo arrivata al quarto episodio e probabilmente non ancora conclusa? Caposaldo dell’industria hollywoodiana dal 1996, ispirato a una serie tv americana di successo trasmessa dal 1966 al 1973, “Mission: Impossible” è una macchina da guerra della cui efficacia nessuno ha ancora iniziato a dubitare: è cazzeggio puro, popcorn-movie di nessuna profondità, cinema fatto sbadigliando e non a caso il suo primo capitolo reca in calce la firma di Brian De Palma, il talento più grande e più pigro degli ultimi quarant’anni. La spy story inscenata con grande dispendio di mezzi e cachet per i divi di turno (anche in piccole parti, vedi il caso di Kristin Scott Thomas) non è mai credibile per un momento, e probabilmente non lo è neanche agli occhi dello spettatore più accanito, che si accontenta di ritmo inseguimenti adrenalina. Niente di male, intendiamoci, ma niente di più. Raro esempio di film che si risolve in una singola, straordinaria sequenza: l’intrusione nella stanza dei computer della CIA, modello difficilmente eguagliabile di regia controllata e montaggio per il ritmo e la tensione ottenuti senza mezzucci. Poi, boh, apre la strada a uno dieci cento sequel, ma a chi importa veramente?

Voto: 6-

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1980: ritiratosi dopo una carriera da sicario a pagamento, il killer Danny è costretto a tornare al lavoro dopo il rapimento del suo fraterno amico Hunter ad opera del sultano dell’Oman; per farlo tornare in libertà, deve trovare e fare fuori tutti gli assassini dei tre figli del sultano, uccisi dai SAS (i Servizi Aerei Speciali britannici) durante la guerra dell’Oman. Ma a vegliare su di loro ci sono i “Feather Men”, una squadra clandestina incaricata di difendere proprio i SAS, e insomma, la questione si complica…
Opera prima del regista nordirlandese Gary McKendry, che si era messo in luce nel 2005 con il documentario “Everything In This Country Must”, che aveva anche ottenuto una candidatura all’Oscar. Il suo debutto nella fiction non fa sperare in un futuro brillante, vista la scarsa originalità dello stile e un massiccio ricorso al montaggio nelle scene d’azione, solitamente tratto distintivo dei registi mediocri. Tratto dall’omonimo libro di Ranulph Fiennes, ex SAS che nel 1991 denunciò pubblicamente i crimini di una guerra all’Oman mai uscita allo scoperto, il film potrebbe avere un potenziale molto interessante; ma l’uso che McKendry e lo sceneggiatore Matt Sherring fanno di un materiale così scottante non è esattamente memorabile, limitandosi a banalizzare con una scrittura per cliché (l’amicizia virile, l’eroe costretto all'”ultima missione”, la bella innamorata che aspetta…) tutti gli elementi narrativi sparsi sul tavolo. Perso ben presto il filo del discorso (del quale, in fondo, a chi importa?), “Killer Elite” si risolve nel più trito e prevedibile degli action-movie, più attento alla singola sequenza che al quadro complessivo, con la ricostruzione dei primi anni ’80 che non va oltre qualche giubbotto di pelle e tre o quattro auto d’epoca. Perciò adeguiamoci e comportiamoci allo stesso modo, lasciando perdere il contesto e concentrandoci sui personaggi e sugli attori: seppur caricato di una psicologia da cartone animato, il villain Clive Owen si fa decisamente preferire rispetto al merluzzone Jason Statham, mentre la presenza del povero Robert De Niro fornisce un ulteriore spunto di riflessione sul declino forzato dei vecchi miti di Hollywood.

Voto: 5



Stuntman di giorno e di notte autista al servizio della malavita di Los Angeles, si mette nei pasticci per amore della sua vicina di casa, della quale cerca di aiutare il marito appena uscito di galera.
Ottavo film del 41enne danese Nicholas Winding Refn, segnalatosi all’attenzione generale nel 2008 con “Bronson”, biografia di un criminale inglese ancor più feroce del suo protagonista. Quest’anno “Drive” gli è valso il colpo grosso e il grande riconoscimento internazionale (Premio per la miglior regia a Cannes), per un film di violenza iper-realista che schiva ogni luogo comune e ogni facile paragone (per esempio Tarantino, dal quale lo separa un oceano di distanza). Se nella seconda parte si percepisce un certo compiacimento nell’esibizione e nella messa in scena di delitti sempre più efferati, non si può del resto negare l’abilità mostruosa di Winding Refn in cabina di regia, esaltata dall’uso innovativo e mai logorroico di un artifizio (il ralenti) su cui pensavamo si fosse ormai detto già tutto. “Drive” poggia su un intreccio esilissimo (basato sull’omonimo romanzo di James Sallis) e su una sceneggiatura ridotta all’osso ma comunque molto compatta, che riesce a mantenere la tensione anche riducendosi nel finale a un lungo elenco di esecuzioni. La tensione, si diceva: esiste, è palpabile e sta tutta nel senso del dovere e della responsabilità morale che ognuno di noi possiede verso una certa cosa o una certa persona; un sentimento insopprimibile nel nome del quale tutti – anche il nostro eroe – siamo in un certo senso costretti ad agire. Per contare tutti i momenti memorabili ci vogliono almeno due mani. Colonna sonora clamorosa quasi interamente composta da Cliff Martinez, in cui spicca – in una scena da applausi – “Oh My Love” del pesarese Riz Ortolani. I fan di “Mad Men” riconosceranno qualcuno.

Voto: 7,5

(Ryan Gosling prese il posto di Hugh Jackman, che era stato originariamente scelto per interpretare il protagonista)
(Nonostante il film, il regista Nicolas Winding Refn non è propriamente un amante dei motori. Non ha la patente ed è stato bocciato per 8 volte all’esame di guida)
(Nella locandina USA del film viene utilizzata la stessa tagline usata per “Non è un paese per vecchi”: “There are no clean getaways”)
(Nel film compaiono, ben nascosti, due scorpioni: sapreste individuarli?)


Londra, fine ‘800: il detective Sherlock Holmes, dalla logica e dall’intuito assolutamente non comuni, e il suo fido assistente, il medico John Watson, indagano su una serie di omicidi a sfondo satanico il cui autore sarebbe un lord apparentemente morto per impiccagione dopo essere stato catturato dagli stessi Holmes&Watson.
“Altri due film così e si renderà insopportabile”: così c’eravamo lasciati con Guy Ritchie alla fine del malriuscito “Rocknrolla”, poco meno di un anno fa. Non avevamo considerato la scappatoia: per continuare a battere il genere che più gli è congeniale/l’unico in cui è capace (il lettore sottolinei con un evidenziatore l’ipotesi che più gli aggrada), Ritchie s’impossessa dell’anima del commercio e inaugura (supponiamo) con “Sherlock Holmes” una brillante carriera da regista festivo, il ramo ideale per conciliare le proprie non elevatissime velleità artistiche con le prosaiche necessità dei produttori (nel caso, i fratelli Warner). Risultati eccellenti: solo in Italia, nel week-end di Capodanno Sherlock ha addirittura scalfito il moloch del cinepanettone Filmauro, relegandolo al secondo posto nel box office. Come tutti i film natalizi, a parte luminose eccezioni (di primo acchito viene in mente “The Prestige”: ma Ritchie non è Nolan), si sottostà ad un canovaccio prestabilito che qui è la classica impalcatura da film di supereroi: i super-poteri di Sherlock non sono di natura fisica né tecnologica né paranormale, ma – ecco la chiave di volta – le sue spaventose doti deduttive su cui Ritchie calca la mano con intenti volutamente ironici, enfatizzati dal fatto che nel ruolo del protagonista ci sia quel bel tomo di Robert Downey jr. Nel classico universo londinese e caciarone di Ritchie, qui traslato nel diciannovesimo secolo, mancano ahinoi i memorabili personaggi secondari che avevano fatto la fortuna di “Lock & Stock” e “Snatch”; le donne sono inutili e anche Jude Law – mai perfettamente a suo agio in una parte comica – è sacrificato; il cattivo Mark Strong oscilla curiosamente tra Andy Garcia e Piero Marrazzo. A tratti soporifero nella prima parte, si risveglia nel finale quando i nodi vengono al pettine in modo comunque assai convenzionale, fino a concludersi con il più classico dei finali anticipatori dell’obbligatorio sequel di Natale 2010. Mr. Ritchie è entrato in affari.

Voto: 5,5

Trivia
(La bellissima canzone che si ascolta nella scena della lotta e sui titoli di coda è “Rocky Road to Dublin”, dei Dubliners)

Il dottor Parnassus gira Londra insieme alla sua scalcagnata compagnia per mostrare agli scettici passanti il suo specchio magico, attraverso il quale è possibile entrare in mondi misteriosi e fantastici dove l’immaginazione di ognuno diventa realtà. Lo specchio è un dono del Diavolo, che in cambio però ha preteso l’anima della figlia di Parnassus al compimento del sedicesimo anno di età.
L’ultimo film di Heath Ledger, la cui tragica morte sopraggiunse nel bel mezzo delle riprese, è prima di tutto un omaggio all’attore australiano: esplicito, come da didascalia finale e da sinceri e teneri cammei dei tre divi Depp, Law e Farrell che hanno accettato ruoli minori per omaggiarlo, e sottinteso nei tanti frammenti che sembrano realizzati apposta per eternare la figura di Ledger, dall’ingresso in scena appeso a una corda sotto il ponte dei Frati Neri (citazione del caso Calvi, che come ha sottolineato lo stesso Gilliam “solo gli italiani coglieranno”) fino al monologo di Depp con la partecipazione di Rudy Valentino, James Dean e lady Diana. Orazioni funebri a parte, è un film che non sfigura nel Pantheon dell’opera omnia gilliamiana: viene appagato il consueto gusto per l’eccesso e per lo svolazzo stilistico a serio rischio di svarionamenti, ma intorno il regista ex Monty Python ci costruisce una storia suggestiva che ha il carburante per reggere due ore ad alta quota; l’esaltazione del potere dell’immaginazione, tema nodale in Gilliam già da “Brazil” in poi, trova qui il suo degno collocamento in una storia fatalmente faustiana, ma dalle atmosfere felliniane (anche se il tocco del regista è perfettamente riconoscibile nelle sue scenografie magniloquenti, le sue inquadrature nervose, i suoi deliri visivi senza rete); i nemici non sono la burocrazia o gli adulti, ma semplicemente la Realtà, che rende Tony un lestofante e l’esimio Parnassus un modesto clochard. Un film che è un urlo: evadere, bisogna.

Ripescato in mare quasi cadavere da un peschereccio italiano, Jason Bourne vuole scoprire chi è e perché dei minacciosi scagnozzi della CIA gli stanno dando la caccia.
Primo capitolo della fortunata serie (tre episodi and counting) tratta dai romanzi di Robert Ludlum che hanno molto contribuito a ridisegnare la letteratura dell’agente segreto e del suo rapporto con l’ineffabile Central Intelligence Agency. L’agente “buono” Jason Bourne, nella cui interpretazione lo squadrato Matt Damon si applica con diligenza, si contrappone ai suoi capi cattivoni con la gamma di sfumature che separa Road Runner da Wile E. Coyote. Comprimari (dal rognoso Chris Cooper a Clive Owen) all’altezza del livello medio di una pellicola d’onestà cristallina nel mantenere esattamente ciò che promette, con un minimo di credibilità e una discreta inventiva nell’alternanza di luoghi, sfondi, situazioni. Resta agli atti un film d’azione più che godibile, con almeno una sequenza (l’inseguimento per i viottoli di Parigi) che, nel suo genere, è un capolavoro e non solo di montaggio. Nella scena iniziale c’è anche Orso Maria Guerrini.

Voto: 6,5

Trivia
(Non ci sono titoli di testa)
(In una delle prime versioni della sceneggiatura, il personaggio di Marie era americano, si chiamava Purcell di cognome e aveva i capelli verdi)
(Il finale è girato a Mykonos)


Nottataccia per Max, un tassista di Los Angeles che carica sulla sua vettura Vincent, un glaciale killer a pagamento incaricato di eliminare cinque testimoni per conto di un boss del narcotraffico.
Il ritorno di Michael Mann al più puro cinema “di genere” avviene senza vergognarsi di sottostare alle ferree regole dell’action-movie (coincidenze inverosimili, esuberanze da decatleta, cappottamenti da cui si esce incolumi), ma anzi sfruttandole e riutilizzandole per sviluppare i temi a lui cari: la solitudine dell’Uomo quando è immerso nella metropoli alienante e infinitamente grande (ancor più sfuggente se notturna come questa magnifica Los Angeles), l’atmosfera impregnata di feroce determinismo, un’attenzione maniacale al disegno dei personaggi, specialmente quello di Max (mentre quello di Cruise-Vincent rimane non più che abbozzato), prosecutore della galleria degli antieroici e umanissimi personaggi positivi del regista (l’unico della sua cinematografia per il quale si possa a buon diritto parlare di “lieto fine”). C’è anche Javier Bardem, in uno sfizioso ruolo secondario. Il gusto manniano per le deviazioni narrative si riflette in almeno due grandi momenti “altri” rispetto alla storia: la divagazione-jazz sull’aneddoto di Miles Davis al locale e la lunare e improvvisa apparizione del coyote che inebetisce Max e Vincent, sbattendo loro in faccia il (non)senso di una notte che non dimenticheranno.

Voto: 7+

Trivia
(Per il ruolo di Max, Mann aveva pensato anche a Adam Sandler e Cuba Gooding jr., quest’ultimo scartato per aver già recitato insieme a Tom Cruise in un film completamente diverso come “Jerry Maguire”)
(Non ci sono titoli di testa)
(Il film si svolge a Los Angeles il 24 e 25 gennaio 2004)
(Come “Heat” di Mann iniziava in una metropolitana e terminava in un aeroporto, “Collateral” inizia in un aeroporto e termina in una metropolitana)
(Prima che fosse offerta a Michael Mann, la sceneggiatura fu letta anche dal regista brasiliano Fernando Meirelles, che stava progettando di farci un film sulle atmosfere di “Fuori orario” di Scorsese)

 

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Due malviventi si mettono sulle tracce di un misterioso microchip che per caso è finito in possesso di una bella ladra di documenti; all’intreccio partecipa anche uno spaurito autista di autobus oppresso dai debiti di gioco.
Debutto al lungometraggio del 35enne napoletano Davide Marengo, passato da regista di videoclip (tra cui “Fiori d’arancio” e “L’ultimo bacio” di Carmen Consoli e “Cade la pioggia” dei Negramaro). Preso nota del lodevole tentativo di uscire dal solito seminato della commedia all’italiana rimpolpandola con scaglie di noir e action-movie, non ci sono troppi motivi per stare allegri: Marengo sceglie un esordio prudente, riparandosi dietro una macedonia di citazioni di film americani senza dare mostra di avere già un proprio stile riconosciuto. La sceneggiatura, per l’intrigo e la tarantiniana caratterizzazione anche dei personaggi minori, ricorda quella dell’ottimo “Slevin” di Paul McGuigan, ma i dialoghi zoppicano. La solita medietà, insomma. Mastandrea rifà sé stesso ed è sempre gradevole; la bellezza di Giovanna Mezzogiorno toglie il fiato, ma da quando ha disimparato a recitare? Nel mazzo dei comprimari una citazione per il truce Francesco Pannofino, ottimo doppiatore di mezza Hollywood, tra cui Denzel Washington, George Clooney e Antonio Banderas.

Voto: 6

Miami Vice (Michael Mann, 2006)

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Sonny Crockett e Rico Tubbs, detective speciali dell’FBI di Miami sotto copertura, si mettono sulle tracce di un boss colombiano del narcotraffico.
E’ ormai universalmente noto che questo “Miami Vice” non ha nulla a che spartire con l’omonima serie tv, della quale Michael Mann è stato produttore ed anche regista. Gli eroi sono invecchiati: un’atmosfera lividamente notturna ha preso il posto dell’estetica modaiola e pre-videoclippara anni ’80, portandosi accanto la composta e dolorosa consapevolezza di chi ha realizzato di avere la vita segnata per sempre da un mestiere d’inferno. Anche se i loro simulacri sono ancora giovani, forti e ipervitaminici, Sonny e Rico portano addosso i segni dei vent’anni trascorsi e sono gli ideali padri di Don Johnson e Philip Michael Thomas; non è più tempo di ridere e di scherzare, domina il disincanto. Mann si conferma un maestro delle scene d’azione e del montaggio e un fotografo senza pari dei paesaggi illuminati dalle luci artificiali; prosegue la sua sperimentazione del digitale (già avviata in “Collateral”; continuiamo a rimanere perplessi), ma si è dimenticato nel frattempo di dare un’anima ai corpi scolpiti e muscolosi dei due protagonisti, nella cui anaffettività – ostentata persino nelle patinate scene d’amore – vive e muore questo “Miami Vice”. La storia è un garbuglio poco districabile e non rappresenta ovviamente il centro d’interesse di un film anche troppo dimesso, dove l’understatement di Colin Farrell e Jamie Foxx si fa glamour insieme alle loro camicie. Tra un bagliore e l’altro, l’unico momento prolungato di grande cinema è il primo viaggio in motoscafo tra Sonny e Isabella, brulicante di sottinteso erotismo in mezzo ad un accecante blu da rimanere asfissiati. Troppo poco.

Voto: 6

Trivia
(Il motoscafo con cui Sonny e Isabella arrivano all’Avana si chiama realmente “Mojo”, e costa 499 mila dollari)
(Appena prima della sparatoria finale, si sentono le note di “In the air tonight” dei Nonpoint. La versione originale di Phil Collins veniva spesso usata nella serie tv)

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