Category: Comico




Il timido Gianluca De Ceglie sta per sposarsi ma prima suo padre Ruggero, volgare e invadente, vuole da lui una prova di virilità: andare a letto con una bellissima modella di biancheria intima.
In questo momento in Italia esistono autori comici che ritengono che sia divertente una gag in cui un vecchio sofferente di emorroidi trova sollievo grattandosi le terga sulla faccia del figlio tontolone; anzi, meglio, ritengono che questa gag possa risultare divertente per un pubblico ampio a sufficienza per garantire un buon ritorno economico. In questo momento in Italia questi autori hanno ragione, e “I soliti idioti” è diventato così il film rivelazione dell’autunno 2011. Tratto dall’omonima sketch comedy di MTV in onda dal 2009 che aveva perfino un suo perché (a patto di non guardarla per più di 15 minuti consecutivi), è una roba allungatissima come le peggiori brodaglie da caserma, che non ha alcun buon motivo per esistere. C’era una ragione se i mini-episodi de “I mostri” di Dino Risi duravano al massimo dieci minuti. Fabrizio Biggio e Francesco Mandelli agiscono mossi dalla scoperta ambizione di fare della critica sociale contemporanea (genere più che legittimo e anzi benvenuto, nel panorama ultra-buonista dell’attuale comicità italiana), ma le loro buone intenzioni si schiantano contro una scrittura di leggendaria povertà e rozzezza, in cui gli elementi comici sembrano messi insieme attraverso un generatore automatico di vaccate, come per esempio la scena di Ruggero che si imbuca al party travestito da mariachi storpiando “Besame mucho” in “Besaje er bucio” (in una qualsiasi quinta elementare, applicandosi un po’, si trova gente più brillante). La disonestà intellettuale fa capolino quando sembra proprio che, nell’intoccabile nome della Satira, Biggio&Mandelli si sentano autorizzati a fare quello che vogliono e menare il torrone per un’ora e mezza con il nulla, e soprattutto a far pagare un biglietto sui loro sforzi creativi. Se proprio siete curiosi, la forma ideale di fruizione è guardarsene una copia pirata in streaming, possibilmente ripresa con una videocamera abusiva nel buio di una sala. Finanche inutile perdere tempo su ogni considerazione tecnica, proprio perché “I soliti idioti” è un non-film.

Voto: 2



Con l’aiuto di un mite ragioniere, uno spiantato produttore teatrale progetta di mettere su un musical destinato a sicuro fiasco, per poter scappare in Brasile coi soldi dei finanziamenti. Il soggetto prescelto si chiama “Primavera per Hitler”, apologia del Terzo Reich a cura di uno psicopatico nazista rifugiatosi a New York.
Esordio al cinema di Mel Brooks, all’epoca 42enne cabarettista di successo e autore di molti show televisivi. Un classico del genere comico-musicale, tanto da essere stata riproposta nel 2001 a Broadway dallo stesso Brooks, con Matthew Broderick e Nathan Lane nei due ruoli protagonisti. Ritmo altissimo dall’inizio alla fine, seppure con alcune gag dilatate oltre il dovuto e un piede a volte pesante sul pedale del demenziale. Ma la sostanza c’è tutta, e l’idea folle e geniale di partenza, neanche troppo estranea alla mentalità dei produttori teatrali, fruttò un meritato Oscar alla sceneggiatura originale. Scene memorabili: l’entrata in scena della segretaria Ulla (Lee Meredith), i provini per il ruolo del Fuhrer e il numero musicale “Springtime for Hitler”. Fu l’inizio del fruttuoso sodalizio tra Brooks e il grande Gene Wilder, una collaborazione che raggiungerà il suo apice con “Frankenstein Junior”.

Voto: 7

Impiegato sul set della tremenda fiction “Il giovane Ratzinger”, René Ferretti pianta in asso la produzione dopo una crisi di coscienza. L’occasione del riscatto – e del tanto atteso approdo al cinema – gli arriva quando Sergio gli offre di girare l’adattamento del best-seller “La casta”, di cui ha incredibilmente ottenuto i diritti.Sinistramente preceduto dai molti flop di tutti i serial americani trasportati sul grande schermo (come “Sex & The City”, citato da Elio e le Storie Tese nella canzoncina finale), arriva al cinema “Boris – Il film”, prosecuzione e conclusione delle tre stagioni del miglior telefilm italiano perlomeno dell’ultimo decennio (e perciò invisibile sulle reti generaliste). I difetti sono noti e sono i soliti per un’operazione di questo tipo: abituato a distanze più brevi, di 20-25 minuti, Boris annaspa col fiato corto; la sceneggiatura affastella gag e situazioni comiche, preoccupandosi principalmente di far ridere e poi guardare con occhio critico al desolante cinema italiano contemporaneo. I fan del telefilm non potranno comunque che apprezzare il feroce sarcasmo e l’acidità da commedia nera (la scena del funerale), ben evidente nella mediocrità che contraddistingue ogni personaggio nessuno escluso, senza strizzare l’occhio allo spettatore dandogli l’appiglio di una speranza, di un qualcuno a cui aggrapparsi. Chi non ha mai visto neanche un fotogramma di “Boris”, invece, può tranquillamente starsene alla larga, dacchè il film non aggiunge altro alla serie, riproponendone un po’ conigliescamente ma comprensibilmente i tormentoni (standing ovation per il mitologico Martellone) e lo stile tutto. Arma “da tajo” (perdonateci il romanesco) e specchio del Paese, e lo dimostrano le sale semi-deserte un po’ in tutta Italia.

Voto: 6,5


Quarto film di Mel Brooks, il suo capolavoro. Umanamente e disumanamente, come si può mai parlar male di “Frankenstein Junior”? Da quasi quarant’anni è cult indiscusso, ha provocato amore a prima vista in generazioni di spettatori, ha un ritmo infallibile e una trama di ferro. Di più: è uno dei pochi e felici film comici in possesso della prodigiosa qualità di far ridere ogni volta di più, in un’esponenziale escalation potenzialmente infinita. Prendiamo a esempio la famosa scena del passaggio segreto, “Rimetta a posto la candela” per intenderci: una situazione in fin dei conti media, che diventa esilarante e finanche leggendaria nella nostra coazione a ripetere la visione del film. Persino un mediocre bisticcio come “lupo ululà, castello ululì” (o “where wolf?/therewolf” nella versione originale), alla lunga, suscita buonumore. Pellicola di straordinaria eleganza e irrefrenabile buffoneria, due qualità che si fondono mirabilmente nel numero di “Puttin’ on the Ritz” che è insieme omaggio al cinema dell’età d’oro e climax comico di un’opera assolutamente autosufficiente. I cinefili potranno divertirsi a cogliere le citazioni e i rimandi alla Hollywood degli anni ’30 e ai film di James Whale. Teri Garr deliziosa, Cloris Leachman impagabilmente befana nell’immortale ruolo di Frau Blucher, il Gene Wilder migliore di sempre. Caldamente consigliabile la versione originale, per apprezzare al meglio i motteggi e i giochi di parole di Igor, e tutto quanto il resto.

Voto: 8-

Trivia
(Nella scena iniziale, l’orologio batte tredici rintocchi)
(Ai Golden Globes, Cloris Leachman fu candidata come miglior attrice protagonista per un film comico, mentre Madeline Kahn come miglior attrice non protagonista, anche se la Kahn compare per più minuti della Leachman)
(Sul set furono riutilizzati diversi oggetti già adoperati da James Whale nel suo “Frankenstein” del 1931, e collocati nell’esatta posizione in cui comparivano nell’originale)

Il dittatore dello stato libero di Bananas
Scottato da una delusione d’amore, un inetto newyorkese vola nel Bananas, uno staterello dell’America Latina dov’è appena avvenuto un golpe e si sta preparando una rivoluzione.
Dopo il successo dello strepitoso “Prendi i soldi e scappa”, l’obbligatorio ritorno di Woody Allen sul luogo del delitto (la commedia demenzial-surreale con sketch di purezza finissima) non poteva essere per forza di cose all’altezza del precedente. “Bananas”, per quanto munito di momenti folgoranti (le scene ambientate a New York, la sequenza del processo, il finto spot delle sigarette “New Testament”), non ne ha il passo forsennato né il metodico ordine del caos creativo, perciò si limita ad essere nella seconda parte ordinaria e raffazzonata amministrazione (ne è spia la cortissima durata, appena un’ora e diciotto minuti). Cammeo di Sylvester Stallone nel ruolo di uno dei due molestatori del métro. Già vista in “Prendi i soldi e scappa”, dopo un’ultima apparizione in “Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso…”, Louise Lasser verrà sostituita nel film successivo (“Il dormiglione”) da Diane Keaton; e sarà tutta un’altra cosa.

Voto: 6,5

Trivia
(Howard Cosell, mitico commentatore sportivo anni ’70, telecronista di molti grandi match di pugilato, improvvisò la maggior parte delle sue battute)
(A una domanda sul motivo per cui il film si intitolasse “Bananas”, Woody Allen rispose: “Perché non si vedono mai banane”)

(Howard Cosell, mitico commentatore sportivo anni ’70, telecronista di molti grandi match di pugilato, improvvisò la maggior parte delle sue battute)
(A una domanda sul motivo per cui il film si intitolasse “Bananas”, Woody Allen rispose: “Perché non si vedono mai banane”)

tu-mi-turbi
Primo episodio. Giuseppe e Maria, invitati fuori a cena, affidano per una sera il loro figlioletto Gesù al pastore Benigno. Tenue sponda per le torrenziali improvvisazioni di Benigni sulla religione e sulla Bibbia, geniali ma cinematograficamente esili. Scena cult: Benigno che cerca di immergere il piccolo Gesù in una tinozza, ma questi resiste in piedi sull’acqua. Nel ruolo della Madonna, esordio al cinema di Nicoletta Braschi.
Secondo episodio. Benigno ha smarrito il suo angelo custode, che gli comunica di volerlo lasciare per mettersi con l’Altissimo. Stessa falsariga del primo, battute (bonarie) sulla religione e sul mistero della fede. Una delle prostitute incontrate per strada da Benigno è Serena Grandi.
Terzo episodio. Benigno vuole comprare una casa e va in banca per chiedere un prestito di cento milioni. Il più farsesco, l’unico in cui il Signore è assente (o forse no: il direttore si chiama Diotaiuti), chiaramente ispirato alle gag mimiche e verbali di Totò, del quale Benigni è qui epigono scatenato. Il migliore dei quattro.
Quarto episodio. Due soldati sono di guardia alla fiamma del Milite Ignoto. Il più labile e stiracchiato, naif e surreale ma giammai volgare (come del resto tutto il film, senza l’ombra di una parolaccia), con la frase che dà il titolo al film. Musiche di Paolo Conte, tra cui la celeberrima “Via con me”.

Voto: 6

fascisti-su-marte
Da qualche archivio polveroso è saltato fuori un vecchio documentario di fine anni ’30 che racconta una delle più grandi vittorie del fascismo, sempre ingiustamente negata fino ai giorni nostri: la conquista del pianeta Marte.
Nata come parentesi fissa di due-tre minuti a puntata nel sublime “Il caso Scafroglia”, ultimo programma fisso del geniale Corrado Guzzanti in onda a tarda sera su Raitre nel 2003, l’idea di “Fascisti su Marte” è stata sviluppata dallo stesso attore con la collaborazione alla regia di Igor Skofic; all’interno del progetto, particolarmente arduo allungare la durata dei precedenti sketch fino a farne uno unico di 100 minuti. Le smagliature e le inevitabili lungaggini gli impediscono di arrivare all’8 pieno, ma per il resto non si può che applaudire ammirati davanti a questo semi-capolavoro di satira in cui si coniugano la critica politica passata e presente con la brillantezza comica della sceneggiatura che snocciola trovate irresistibili come il conto alla rovescia in numeri romani e la citazione di “Schindler’s List” con gli ineffabili Mimimmi costretti nel lager marziano. In questi foschi tempi di tentato revisionismo, “Fascisti su Marte” – prendendo in giro gli usi e i costumi del regime e in particolare la sua dimensione comunicativa, fondata su una retorica tronfia e petulante – può anche servire a mantenere le giuste distanze e ad evitare pericolosi deragliamenti. Battuta cult: “Gli inglesi, gente che andava nuda a caccia di marmotte quando noi già s’accoltellava un Giulio Cesare”. Nel ruolo del camerata Fecchia c’è il giornalista Andrea Purgatori, già inviato speciale del Corriere della Sera e co-sceneggiatore, tra le altre cose, de “Il muro di gomma” sul caso-Ustica.

Voto: 8-


Il tenente Frank Drebin ha due giorni di tempo per sventare un attentato ai danni della regina Elisabetta in visita a Los Angeles.
Insieme a “L’aereo più pazzo del mondo” (che forse gli è superiore), il più alto risultato cinematografico del terzetto Zucker-Abrahams-Zucker. Le parodie, com’è noto, bisogna saperle fare; bisogna conoscere il cinema, amarlo, rispettarlo ed esaltarne le sconfinate possibilità comiche, come loro fanno in questa parodia che è verbale solo in pochi giochi di parole (“Che bella topa!”, momento esaltante) e in dialoghi di secondo piano, e per il resto è follemente e forsennatamente visiva (da antologia la scena dell’irruzione notturna a casa di Ludwig). La maschera di Leslie Nielsen, perfetto anche nel phisique du rôle da versione idiota di Sean Connery, è la ciliegina sulla torta: è lui il volto-simbolo della storia del cinema demenziale americano. Impossibile catturare alla prima visione l’intera miniera di gag e doppi risvolti di ogni sequenza. C’è anche O.J. Simpson, sei anni prima di diventare protagonista di una storia ben più triste e ben più autentica di questa.

Voto: 7-

Trivia
(Citazioni assortite da “Ispettore Callaghan il caso Scorpio è tuo”, “Telefon”, “Game of Death” con Bruce Lee)

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