Category: Commedie


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Cosa succede quando il quindicenne Max Fischer, studente brillante e dal multiforme talento al prestigioso Rushmore College, si innamora di una professoressa vedova col doppio dei suoi anni?
Dopo l’esordio con “Un colpo da dilettanti” (1996), il film che rivelò il talento del 29enne Wes Anderson, atteso nel decennio successivo a una lunga serie di successi, da “I Tenenbaum” fino al recentissimo “Moonrise Kingdom”. Ogni opera prima (o seconda, come in questo caso) soffre di una certa ingenua sproporzione tra intenzioni e risultati e “Rushmore” non fa certo eccezione, contraddistinto com’è fino al midollo da tutti i marchi di fabbrica del regista texano: i suoi procedimenti per accumulo, la mania per le catalogazioni/elenchi di qualunque tipo (come quello iniziale di tutte le attività extra-scolastiche di Max), l’ironia malinconica e autunnale. Scritto con l’amico Owen Wilson; finché mantiene il suo carattere illustrativo – dedicandosi al disegno dei personaggi e dei luoghi con grande cura e ispirazione – il film funziona alla grande, salvo poi iniziare a zoppicare quando i centomila spunti narrativi, tutti degni di singolo interesse, devono per forza di cose mettersi in moto e diventare storia e romanzo di formazione. Bill Murray inaugura la sua galleria di personaggi andersoniani con un buffo ritratto di miliardario pigmalione e scapestrato, cui dà vita con il consueto sfoggio di impagabili micro-espressioni; ma brilla anche, nel ruolo del protagonista, il 18enne debuttante Jason Schwartzman, figlio di Talia Shire (“Adriana!!!!”). Colonna sonora di gran pregio con brani di Who, Rolling Stones, John Lennon, Cat Stevens.

Voto: 7-

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1965: avventurosa fuga d’amore nei boschi del New England tra i dodicenni Sam e Suzy, osteggiata dalla famiglia di lei e dai capi scout di lui. Intanto sta arrivando la bufera.
Ritorna Wes Anderson, e prosegue con successo sempre crescente nel suo cinema lezioso e delizioso, sempre più denso e ricco di piccoli dettagli e perle nascoste, ma anche ugualmente leggiadro e svolazzante. La caccia ai difetti di “Moonrise Kingdom” è compito arduo. Si potrebbe trovare il pelo nell’uovo di uno sguardo ancora un po’ troppo distaccato e “trattenuto” anche davanti a un tema come quello dell’adolescenza, che ben si concilierebbe con il suo stile studiatamente naif; ma stiamo pur sempre parlando di un cineasta che per ritmo, inventiva, profondità e stile vola usualmente mille miglia sopra la concorrenza. E quindi è vietato distrarsi, perché si può essere folgorati in ogni momento, da una striscia di sangue, dalla gerarchia di un campo scout, da una canzone di Françoise Hardy. Se il filone principale va a segno anche per la bravura dei due giovani interpreti Jared Gilman e Kara Hayward, altrettanto azzeccate come sempre le vicende di contorno, a cui il super-cast partecipa aderendo in pieno alla classica atmosfera andersoniana in cui si rimane impassibili e serissimi pur prendendosi amabilmente in giro. Al suo settimo film, grazie alla sua grande capacità di rinnovarsi e saltare con straordinaria naturalezza da un genere all’altro (compresa l’escursione nel cartoon con “Fantastic Mr. Fox”), Anderson non corre ancora il rischio di diventare stucchevole; pure, adesso che la sua fama è diventata solidissima e grandi stelle di Hollywood fanno a gara per poter lavorare con lui, non ci dispiacerebbe un ulteriore salto di qualità verso un cinema più intenso e meno pastelloso – non guardateci male, sono aggettivi che fanno storcere il naso anche a noi, ma sono anni che guardiamo i film di Anderson e ci manca sempre la parola giusta per catturarli. Sarà questa la sua nuova sfida?

Voto: 7,5

C’è uno sceneggiatore che si chiama Martin ed è in crisi perché non riesce a scrivere una sceneggiatura ambiziosa imperniata sulle vicende di sette psicopatici; e ci sono appunto sette psicopatici, variamente vivi e vegeti, che non si limitano a rimanere sulla carta.
Il meritato successo dell’opera prima “In Bruges” ha fruttato al 52enne inglese Martin McDonagh una telefonata dagli Stati Uniti; come dire di no? Orgoglioso della propria sapienza drammaturgica e desideroso di metterla in mostra, McDonagh mira altissimo, muovendosi sui sentieri già battuti per esempio da un semi-intoccabile come Charlie Kaufman: il film nel film, il processo creativo che si fa esso stesso pellicola, il tradizionale groviglio di piani narrativi, insomma il solito discorso autoreferenziale e un po’ ombelicale a cui proprio nessuno pare volersi sottrarre negli ultimi cinque anni. Per il grande ciclo “non siamo tutti Fellini”, “7 Psicopatici” nulla aggiunge e nulla toglie alla filmografia sul tema, limitandosi a una messinscena decisamente squinternata ma piuttosto gradevole, in cui si deduce – dai dialoghi e dal tono generale dell’opera – che il regista e gli attori devono essersi divertiti una cifra. Il cast fa complessivamente il verso a sé stesso, e perciò ecco un pensoso Christopher Walken che fa riflessioni sul Vietnam, ecco Sam Rockwell e Woody Harrelson schizzati come sempre, ecco il solito Colin Farrell irlandese alcolizzato; l’operazione riesce abbastanza divertente, a patto che siate abbastanza ferrati in fatto di cinefilia contemporanea. A una fitta sequenza di singoli momenti notevoli non fa da contraltare una tenuta complessiva pari al precedente celebrato film, ma è ingiusto negarne i meriti e le potenzialità: sospeso tra i lampi di genio de “Il ladro di orchidee” e la supponenza di “Rosencrantz e Guildenstern sono morti”, “7 Psicopatici” prova a volare molto più alto di quel che sembra a una prima visione. Un gran numero di piccoli cammei, a riprova del grande credito già accumulato da McDonagh in appena due soli film: Michael Pitt, Michael Stuhlberg e un inquietante Harry Dean Stanton.

Voto: 6+



Convinto dai suoi familiari a presentarsi ai provini per il Grande Fratello, il pescivendolo napoletano Luciano Ciotola è fermamente convinto di avere i numeri per riuscire a entrare nella Casa, avere successo, diventare ricco e famoso. Ce la farà?
Il ritorno al cinema di Matteo Garrone, a quattro anni da “Gomorra”, è innanzitutto un atto di grande coraggio professionale: avrebbe potuto rimanere a lungo nella comoda e protettiva nicchia del cinema “impegnato”, quel tipo di film in cui – per citare un’immortale battuta di “Boris” – “ce se capisce e nun ce se capisce”, e invece ha deciso di rimettersi in discussione, tenendo a bada il demone dell’Autore (leggi alla voce Sorrentino). Ecco dunque questo splendido esempio di cinema pop alla maniera – aggiornata e rivisitata – degli Scola e dei Dino Risi, puro artigianato ma con la cura dei dettagli e l’amore per i particolari di Fellini. La storia è semplice, misurata, ordinata, spiccatamente anti-televisiva e proprio su un argomento che concettualmente ne è l’esatto opposto: quanti suoi colleghi avrebbero equivocato la materia e si sarebbero prodotti nel solito sproloquio snob contro i media volgari e i telespettatori idioti? Facendosi forza con un’umiltà inconcepibile a queste latitudini, Garrone lavora di scalpello invece che di clava, sceglie di sfumare invece che calcare la mano, preferisce il mezzo tono al macchiettone. Non ci sono condanne morali ma neanche, naturalmente, intenti assolutori: Luciano Ciotola non rischia mai per un attimo di passare per martire della società. Il tema trattato è del resto abbastanza diffuso per far sì che non sia necessario dover per forza sostenere una tesi esplicita: ci si limita a suggerire (il Grande Fratello così accogliente, con il suo dio, la sua famiglia, la sua casa…), ad accompagnare con lo sguardo il corso della storia, raccontata con toni sospesi e surreali e suggestioni viscontiane (“Bellissima” è a un passo, non solo per Cinecittà) che fanno a cazzotti con la concreta materialità dell’iper-reality (la carrozza, il grillo, la stralunata irruzione finale, le tante scene quasi fiabesche). I bassifondi di Napoli sono vivi e bellissimi formicai (grazie anche alla fotografia di Marco Onorato) e tutti gli attori, molti dei quali professionisti, sono impeccabili. Meritatissimo Grand Prix al Festival di Cannes 2012.

Voto: 8=



Ex deejay di successo caduto in disgrazia dopo aver involontariamente ispirato una strage in un ristorante, Jack Lucas è ridotto a fare il commesso in una videoteca di dubbio gusto insieme alla sua compagna Anne. Una notte incontra Parry, barbone svitato alla ricerca del Santo Graal, al cui passato scopre però di essere in qualche modo legato…
“Grazie a Dio nessuno guarda in alto in questa città”. A sei anni dal successone di “Brazil” e a tre dal semi-flop de “Le avventure del Barone di Münchausen”, Terry Gilliam dirige nel 1991 questa squisita commedia meno leggera e più giudiziosa di quel che può sembrare a prima vista. Se non mancano i momenti di deliziosa sgangheratezza che forse costituiscono addirittura la colonna portante del film (e le cose non potrebbero andare diversamente in un’opera di Gilliam), il regista ex Monty Python governa con mano fermissima il copione dell’esordiente Richard LaGravenese, integrandolo e imponendovi la sua personale visione del mondo: la fantasia al potere per sfuggire dalle beghe della quotidianità e dalle sofferenze passate, trascese in una qualche forma di schizofrenia nel personaggio di Parry. Con sapienti e frequenti deviazioni nel musical e nella classica screwball comedy, Gilliam immerge la storia e i personaggi in tante diverse New York: quella putrida dei bassifondi, quella immobile e sospesa di Central Park, quella frenetica degli uffici e della Grand Central Station che fa da sfondo a uno dei momenti più ispirati del film. Le donne, i cavalier, l’arme e gli amori in un’indiavolata altalena concettuale tra Medio Evo e yuppismo con messaggio incorporato facile ma inattaccabile: ognuno ha bisogno di qualcuno da amare. Robin Williams fa ovviamente il mattatore in un ruolo totalmente nelle sue corde, ma sono bravissimi anche Jeff Bridges e la 42enne Mercedes Ruehl, premiata addirittura con l’Oscar come attrice non protagonista (tutt’altro che immeritato) prima di scivolare nel dimenticatoio.

Voto: 7,5



Appena assunto in un cantiere, Adam (Alex Pettyfer) fa la conoscenza di Mike (Channing Tatum), di giorno carpentiere e aspirante designer e di notte spogliarellista in un locale gestito dal pittoresco Dallas (Matthew McConaughey). Il ragazzo ha doti e talento, perché non tentare la via della scalata? Anche se Brooke (Cody Horn), sua sorella maggiore, non è esattamente d’accordo…
Che Steven Soderbergh fosse dotato di multiforme ingegno ce n’eravamo già accorti da un pezzo, abituati da più di un decennio a vederlo saltabeccare dal blockbuster impegnato (Traffic) al remake di Tarkovskij (Solaris), dalla trilogia da botteghino (Ocean’s) alla mattonata sperimentale (il micidiale Bubble). Regista di bosco e di riviera, Steven ha fiutato l’affare con questo Magic Mike, propostogli dal rampante Channing Tatum (anche co-produttore) che in gioventù aveva anche sbarcato il lunario cimentandosi in intrattenimenti di questo tipo. Il film è un’inezia senza pretese, spensierato e tamarrissimo, impreziosito qua e là da trovate registiche divertenti quanto fini a loro stesse, un modo gradevole per trascorrere un’ora e cinquanta e infine – sempre che abbiate cromosomi X in abbondanza – indubbiamente un bel vedere. Il banalissimo script dell’esordiente rischia a più riprese di scivolare nella versione al maschile del mitologico Showgirls (1995), ma fortunatamente l’eleganza di Soderbergh dietro la macchina da presa non ha nulla a che spartire con la grevità di Paul Verhoeven. Se siete tra i fan deferenti del regista di Atlanta, comunque, vi daremo in pasto quel che vi aspettate: sì, lo ammettiamo, come non cogliere – dietro quell’insistito voyeurismo verso ciò che succede sul palco e dietro di esso – il più classico dei riferimenti metatestuali allo spettatore guardone che è dentro ognuno di noi? Come non intravedere – dietro la banalità delle vicende vissute da Adam, che parte come ragazzo-prodigio e poi si rovina con la droga, mentre il suo protettore si redime e corre tra le braccia della di lui sorella – i brillanti ammiccamenti di Soderbergh a certo cinema di genere? Pensatela come vi pare, noi diciamo la nostra: è la classica polizza assicurativa sulla carriera che Soderbergh sente il bisogno di stipulare di tanto in tanto, peraltro (e giustamente!) senza mai vergognarsene, con praticità e spirito imprenditoriale tipicamente americani. Che problema c’è? Sempre meglio di Bubble. E poi un Matthew McConaughey mai così truzzo vale decisamente il prezzo del biglietto.

Voto: 6



Dalla mattina fino a tarda sera, cronaca di un’immaginaria giornata televisiva, scandita dal telegiornale condotto da un impeccabile mezzobusto.
E’ datato 1976 l’ultimo squillo della commedia all’italiana; non proprio un canto del cigno, ma un commiato acido e sulfureo come si confà al genere, con momenti impietosamente profetici (il Tg3 era ancora di là da venire e del resto il programma di approfondimento si chiama “Studio aperto”…). Lo firma il meglio dei registi e degli sceneggiatori italiani dell’epoca, con risultati altalenanti e un eccesso di carne al fuoco che impedisce di puntare il mirino su pochi, selezionati temi. Qualche nome prima di proseguire: Luigi Magni (“Il sacro soglio”, antesignano delle fiction religiose), Ettore Scola e Ugo Pirro, Nanni Loy, Mario Monicelli, Age e Scarpelli, Luigi Comencini che dirige i frammenti più corrosivi sul lavoro minorile e sul grottesco dibattito televisivo su Napoli. Satira omni-comprensiva e un po’ datata che apre il fuoco su ogni bersaglio possibile: l’esercito, il Vaticano, la politica, Milano e Napoli e naturalmente l’informazione e la televisione. A furia di tanto sparare qualcosa va a segno, ma molto è anche paradossalmente vittima di quei difetti (il moralismo, la grevità) che si vorrebbero condannare. Mastroianni e Gassman, piuttosto svogliati, cedono il passo all’usato sicuro Manfredi e al solito memorabile Ugo Tognazzi, del quale resta in mente l’amarissimo eppure esilarante ritratto del pensionato. Colonna sonora a cui contribuirono anche Lucio Dalla e Antonello Venditti.

Voto: 7=



Un uomo solo, la sua Ferrari, le camere d’albergo. Una figlia.
Quarto film di Sofia Coppola e contestatissimo Leone d’Oro a Venezia 2010, con tanto di incredibile codazzo di polemiche dell’allora Ministro della Cultura (!) Sandro Bondi (!!) che se la prese addirittura col presidente di giuria Quentin Tarantino (!!!). Se nei tre film precedenti la Coppolina aveva autorizzato qualche sospetto di abile furbizia nel vellicare con abilità gli spettatori più indie-chic (solitamente con colonne sonore lussureggianti e, va detto, di gran pregio), qui il sospetto si fa quasi certezza. Lungo esercizio di stile all’insegna di una lentezza programmatica con cui si prendono le distanze dalla verve degli ultimi prodotti da Sundance e si strizza l’occhio all’indipendente più duro e puro tipo Soderbergh-in-disintossicazione, “Somewhere” si bea del suo girare a vuoto (come da didascalica inquadratura iniziale) e intende proporci una storia d’amor paterno senza lacrime né patetismi – ma vi renderete conto anche voi dell’originalità. Meglio, molto meglio i vaghi frammenti di ordinario squallore che non necessariamente coincidono con i momenti di solitudine del protagonista; in questo senso, la breve sequenza dei Telegatti (ma ci sono ancora?) va pienamente a segno. A undici anni, la piccola Elle Fanning merita tuttavia un asterisco per come riesce a illuminare lo schermo. Colonna sonora degli stilosissimi Phoenix. I secondi (fortunatamente pochissimi) riservati a Laura Chiatti ci fanno comunque intuire che in altre parti del mondo c’è un cinema che se la passa molto peggio.

Voto: 5,5

(Inizialmente Sofia Coppola era riluttante a dare la parte di Cleo a Elle Fanning, considerandola la “tipica attrice-bambina prodigio di Hollywood”, ma accettò di incontrarla e cambiò idea)
(Nessun dialogo per i primi 15 minuti e due secondi)

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