Category: Da evitare




Due anziani coniugi sbarcano a Roma per conoscere il futuro marito della figlia; un giovane architetto si innamora follemente della miglior amica della sua fidanzata, di passaggio a Roma; un mite impiegato finisce improvvisamente al centro dell’attenzione di media e paparazzi; due ingenui sposini arrivano a Roma e devono fare i conti con le tentazioni della Città Eterna.
Il momento di maggior sincerità del 42°, evitabilissimo film di Woody Allen sta nell’indole del suo personaggio che, assimilando la morte alla pensione, si ostina a proseguire la propria carriera con opere sconclusionate come il disastroso adattamento teatrale dei “Pagliacci” di Leoncavallo. Altro non ci sentiamo di scrivere su una cosa come “To Rome with love”, che solo il grande affetto che ci lega al regista newyorkese ci impedisce di definire nella maniera più appropriata. Ci limiteremo perciò a un freddo elenco di scene e situazioni che ci hanno fatto riflettere, senza aggettivi qualificativi nè avverbi che possano lasciar intendere un qualsiasi giudizio.
– la processione religiosa che sbuca davanti a Benigni in pieno giorno da un vicolo di Trastevere;
– dialoghi come “Vorrei fare l’amore con te ma così commetterei adulterio” “Lascia stare la semantica” (Alessandra Mastronardi-Antonio Albanese, quasi testuale);
– il romano Alessandro Tiberi e la napoletana Mastronardi che interpretano due giovani sposi di Pordenone (!);
– la recitazione dei medesimi Tiberi e Mastronardi;
– la scena comica in cui Tiberi, a pranzo con una prostituta, scopre che sua moglie si trova nel suo stesso ristorante in compagnia di un attore famoso e si sporge troppo per spiarli, fino a cadere dalla sedia;
– la scena finale con la banda del paese (?) che suona “Volare” sulla scalinata di Trinità dei Monti.
Doppiaggio criminoso che passa e travolge tutto come un bulldozer appianando e appiattendo ogni differenza linguistica e, di conseguenza, culturale.

Voto: s.v.



La mora Vicky e la bionda Cristina trascorrono l’estate a Barcellona. Oltre al fascino della città, dovranno fare i conti con il bel seduttore Juan Antonio e la di lui turbolenta compagna Maria Elena.
Ci manca ancora qualche pezzo per finire la collezione, ma “Vicky Cristina Barcelona” ha buone probabilità di essere il film più noioso e fastidioso dell’intera carriera di Woody Allen. Noioso perché non si ride praticamente mai e si sbadiglia non poco di fronte a un fiacco ménage à trois appesantito dalle rivedibili recitazioni dei tre divi Bardem-Cruz-Johansson; fastidioso perché si fa davvero molta fatica a credere a un Allen che a quasi ottant’anni si scopre vitalista e anti-moralista per contratto. Girato nel 2008, dunque in pieno periodo “europeo” del regista (la fuga nel Vecchio Continente è giustificata con il sempre minore appeal dei film di Allen in America; fortunatamente, il recente “Midnight in Paris” ha fatto segnare un’inversione di tendenza), VCB è più che altro un dépliant animato da Ente del Turismo, con una Spagna di cui sono continuamente esibiti i simboli (un’opera di Gaudi, un bicchiere di vino, una chitarra che suona: manca solo la corrida) per coprire un vuoto d’idee e d’ispirazione che affligge dall’inizio alla fine questo film svogliato e trascinato. Rebecca Hall porta a scuola una Scarlett Johansson esplosiva e niente più, della quale questo film svela definitivamente il bluff di fingersi grande attrice nonostante le ottime referenze alleniane; Javier Bardem va a spasso con stile per un’ora e mezza con la sua barba lunga da sette del mattino; Penelope Cruz (addirittura Oscar!) si limita al compitino della pazza e caliente di buon cuore. Qualche scorcio azzeccato, merito della fotografia di Javier Aguirresarobe.

Voto: 4,5



Il timido Gianluca De Ceglie sta per sposarsi ma prima suo padre Ruggero, volgare e invadente, vuole da lui una prova di virilità: andare a letto con una bellissima modella di biancheria intima.
In questo momento in Italia esistono autori comici che ritengono che sia divertente una gag in cui un vecchio sofferente di emorroidi trova sollievo grattandosi le terga sulla faccia del figlio tontolone; anzi, meglio, ritengono che questa gag possa risultare divertente per un pubblico ampio a sufficienza per garantire un buon ritorno economico. In questo momento in Italia questi autori hanno ragione, e “I soliti idioti” è diventato così il film rivelazione dell’autunno 2011. Tratto dall’omonima sketch comedy di MTV in onda dal 2009 che aveva perfino un suo perché (a patto di non guardarla per più di 15 minuti consecutivi), è una roba allungatissima come le peggiori brodaglie da caserma, che non ha alcun buon motivo per esistere. C’era una ragione se i mini-episodi de “I mostri” di Dino Risi duravano al massimo dieci minuti. Fabrizio Biggio e Francesco Mandelli agiscono mossi dalla scoperta ambizione di fare della critica sociale contemporanea (genere più che legittimo e anzi benvenuto, nel panorama ultra-buonista dell’attuale comicità italiana), ma le loro buone intenzioni si schiantano contro una scrittura di leggendaria povertà e rozzezza, in cui gli elementi comici sembrano messi insieme attraverso un generatore automatico di vaccate, come per esempio la scena di Ruggero che si imbuca al party travestito da mariachi storpiando “Besame mucho” in “Besaje er bucio” (in una qualsiasi quinta elementare, applicandosi un po’, si trova gente più brillante). La disonestà intellettuale fa capolino quando sembra proprio che, nell’intoccabile nome della Satira, Biggio&Mandelli si sentano autorizzati a fare quello che vogliono e menare il torrone per un’ora e mezza con il nulla, e soprattutto a far pagare un biglietto sui loro sforzi creativi. Se proprio siete curiosi, la forma ideale di fruizione è guardarsene una copia pirata in streaming, possibilmente ripresa con una videocamera abusiva nel buio di una sala. Finanche inutile perdere tempo su ogni considerazione tecnica, proprio perché “I soliti idioti” è un non-film.

Voto: 2

Ottenuta insperatamente la parte principale nel Lago dei Cigni, la bella e fragile ballerina Nina deve confrontarsi con la propria insicurezza, l’incapacità di lasciarsi andare, la gelosia delle colleghe e una madre ossessiva.
Dopo il Leone d’Oro e il buon successo di “The Wrestler”, il famigerato Darren Aronofsky torna a far danni. Onorato dell’apertura dell’ultimo Festival di Venezia, che roba è “Black Swan”? Dove vuole andare a parare? Ammesso e non concesso che abbia un senso, cos’è se non la solita discesa negli abissi della follia e dell’insanità mentale, declinata stavolta dal punto di vista di una graziosa bambolina che nasconde in realtà i soliti impicci di tutti i personaggi aronofskiani? Al suo quinto lungometraggio, il suo gioco è ormai scoperto: vuole fare il Cronenberg, raccontare cosa accade tra le pieghe della mente, rappresentare l’incubo, la sofferenza, la frustrazione, non fermarsi dinanzi a nulla. Per sua stessa ammissione è il gemello di “The Wrestler”, ma al contrario del film con Rourke – che possedeva un apprezzabile senso di pietas nei confronti del personaggio principale, consentendo al pubblico di amarlo e averlo a cuore e permettendo quindi la riuscita del film – non è possibile alcun sentimento di empatia verso la protagonista. Purtroppo per lui, il suo cigno ha le ali piombate: la sceneggiatura (responsabili Andres Heinz, Mark Heyman e John J. McLaughlin) è come sempre bozzettistica e la storia viene scandita in passaggi che vanno dallo scontato (la parabola auto-distruttiva di Nina passa ovviamente per la droga e per il sesso facile) al disarmante (le imbarazzanti apparizioni del suo “dark side”). Dietro una confezione elegante e accattivante, che usa Cajkovski ogni due per tre demandando al buon vecchio Piotr il compito di dare uno spessore al tutto, si nasconde un vuoto pneumatico di idee, di significato, di morale, e fa capolino un fastidioso moralismo, ancor più d’accatto perché al servizio delle più viete logiche commerciali (ed ecco perciò la pruderie assolutamente gratuita di una scena lesbo o il solito campionario di effettacci). Perchè ogni travaglio interiore deve trasformarsi in una sarabanda di spaventi audio-visivi? Costruito come un horror per adolescenti in vena di una serata impegnativa, disseminato di citazioni di autori che, al contrario di Aronofsky, sapevano coltivare il prezioso seme dell’ironia. Encomiabile Natalie Portman, bravissima nonostante un personaggio francamente insopportabile.

Voto: 4

Il dottor Parnassus gira Londra insieme alla sua scalcagnata compagnia per mostrare agli scettici passanti il suo specchio magico, attraverso il quale è possibile entrare in mondi misteriosi e fantastici dove l’immaginazione di ognuno diventa realtà. Lo specchio è un dono del Diavolo, che in cambio però ha preteso l’anima della figlia di Parnassus al compimento del sedicesimo anno di età.
L’ultimo film di Heath Ledger, la cui tragica morte sopraggiunse nel bel mezzo delle riprese, è prima di tutto un omaggio all’attore australiano: esplicito, come da didascalia finale e da sinceri e teneri cammei dei tre divi Depp, Law e Farrell che hanno accettato ruoli minori per omaggiarlo, e sottinteso nei tanti frammenti che sembrano realizzati apposta per eternare la figura di Ledger, dall’ingresso in scena appeso a una corda sotto il ponte dei Frati Neri (citazione del caso Calvi, che come ha sottolineato lo stesso Gilliam “solo gli italiani coglieranno”) fino al monologo di Depp con la partecipazione di Rudy Valentino, James Dean e lady Diana. Orazioni funebri a parte, è un film che non sfigura nel Pantheon dell’opera omnia gilliamiana: viene appagato il consueto gusto per l’eccesso e per lo svolazzo stilistico a serio rischio di svarionamenti, ma intorno il regista ex Monty Python ci costruisce una storia suggestiva che ha il carburante per reggere due ore ad alta quota; l’esaltazione del potere dell’immaginazione, tema nodale in Gilliam già da “Brazil” in poi, trova qui il suo degno collocamento in una storia fatalmente faustiana, ma dalle atmosfere felliniane (anche se il tocco del regista è perfettamente riconoscibile nelle sue scenografie magniloquenti, le sue inquadrature nervose, i suoi deliri visivi senza rete); i nemici non sono la burocrazia o gli adulti, ma semplicemente la Realtà, che rende Tony un lestofante e l’esimio Parnassus un modesto clochard. Un film che è un urlo: evadere, bisogna. 

Voto: 4

Il dottor Parnassus gira Londra insieme alla sua scalcagnata compagnia per mostrare agli scettici passanti il suo specchio magico, attraverso il quale è possibile entrare in mondi misteriosi e fantastici dove l’immaginazione di ognuno diventa realtà. Lo specchio è un dono del Diavolo, che in cambio però ha preteso l’anima della figlia di Parnassus al compimento del sedicesimo anno di età.
L’ultimo film di Heath Ledger, la cui tragica morte sopraggiunse nel bel mezzo delle riprese, è prima di tutto un omaggio all’attore australiano: esplicito, come da didascalia finale e da sinceri e teneri cammei dei tre divi Depp, Law e Farrell che hanno accettato ruoli minori per omaggiarlo, e sottinteso nei tanti frammenti che sembrano realizzati apposta per eternare la figura di Ledger, dall’ingresso in scena appeso a una corda sotto il ponte dei Frati Neri (citazione del caso Calvi, che come ha sottolineato lo stesso Gilliam “solo gli italiani coglieranno”) fino al monologo di Depp con la partecipazione di Rudy Valentino, James Dean e lady Diana. Orazioni funebri a parte, è un film che non sfigura nel Pantheon dell’opera omnia gilliamiana: viene appagato il consueto gusto per l’eccesso e per lo svolazzo stilistico a serio rischio di svarionamenti, ma intorno il regista ex Monty Python ci costruisce una storia suggestiva che ha il carburante per reggere due ore ad alta quota; l’esaltazione del potere dell’immaginazione, tema nodale in Gilliam già da “Brazil” in poi, trova qui il suo degno collocamento in una storia fatalmente faustiana, ma dalle atmosfere felliniane (anche se il tocco del regista è perfettamente riconoscibile nelle sue scenografie magniloquenti, le sue inquadrature nervose, i suoi deliri visivi senza rete); i nemici non sono la burocrazia o gli adulti, ma semplicemente la Realtà, che rende Tony un lestofante e l’esimio Parnassus un modesto clochard. Un film che è un urlo: evadere, bisogna.

In una coppia felicemente (?) sposata si insinua il tarlo dell’infedeltà. Un viaggio di lavoro di lui sarà fonte di tentazioni per entrambi.
Più che impalpabile esordio alla regia dell’iraniana Massy Tadjedin, alle prese con una materia narrativa talmente inerte e priva d’interesse (colpa della sceneggiatura, scritta dalla stessa regista) che non ci si può davvero ricavare un film di 92 minuti. Attori marmorei, salvo la Knightley che non risparmia alcuna delle sue famigerate mossettine. Dialoghi risibili e improbabilmente letterari, che danno all’opera un effetto contrario a quello che dovrebbe essere, quello di un fiammeggiante melodramma notturno cui questo film, verboso e iper-leccato, non assomiglia neanche di striscio. Sbadiglioso passatempo d’élite che sfocia anche nell’involontario maschilismo di equiparare il tradimento “fisico” dell’uomo a quello “cerebrale” della donna. Non c’è neanche molto da aggiungere a corredo di un film meno eccitante di un ottavo di finale di coppa Italia seguito via WAP.

Voto: 4

 

Il dottor Parnassus gira Londra insieme alla sua scalcagnata compagnia per mostrare agli scettici passanti il suo specchio magico, attraverso il quale è possibile entrare in mondi misteriosi e fantastici dove l’immaginazione di ognuno diventa realtà. Lo specchio è un dono del Diavolo, che in cambio però ha preteso l’anima della figlia di Parnassus al compimento del sedicesimo anno di età.
L’ultimo film di Heath Ledger, la cui tragica morte sopraggiunse nel bel mezzo delle riprese, è prima di tutto un omaggio all’attore australiano: esplicito, come da didascalia finale e da sinceri e teneri cammei dei tre divi Depp, Law e Farrell che hanno accettato ruoli minori per omaggiarlo, e sottinteso nei tanti frammenti che sembrano realizzati apposta per eternare la figura di Ledger, dall’ingresso in scena appeso a una corda sotto il ponte dei Frati Neri (citazione del caso Calvi, che come ha sottolineato lo stesso Gilliam “solo gli italiani coglieranno”) fino al monologo di Depp con la partecipazione di Rudy Valentino, James Dean e lady Diana. Orazioni funebri a parte, è un film che non sfigura nel Pantheon dell’opera omnia gilliamiana: viene appagato il consueto gusto per l’eccesso e per lo svolazzo stilistico a serio rischio di svarionamenti, ma intorno il regista ex Monty Python ci costruisce una storia suggestiva che ha il carburante per reggere due ore ad alta quota; l’esaltazione del potere dell’immaginazione, tema nodale in Gilliam già da “Brazil” in poi, trova qui il suo degno collocamento in una storia fatalmente faustiana, ma dalle atmosfere felliniane (anche se il tocco del regista è perfettamente riconoscibile nelle sue scenografie magniloquenti, le sue inquadrature nervose, i suoi deliri visivi senza rete); i nemici non sono la burocrazia o gli adulti, ma semplicemente la Realtà, che rende Tony un lestofante e l’esimio Parnassus un modesto clochard. Un film che è un urlo: evadere, bisogna.

Voto: 4

Il dottor Parnassus gira Londra insieme alla sua scalcagnata compagnia per mostrare agli scettici passanti il suo specchio magico, attraverso il quale è possibile entrare in mondi misteriosi e fantastici dove l’immaginazione di ognuno diventa realtà. Lo specchio è un dono del Diavolo, che in cambio però ha preteso l’anima della figlia di Parnassus al compimento del sedicesimo anno di età.
L’ultimo film di Heath Ledger, la cui tragica morte sopraggiunse nel bel mezzo delle riprese, è prima di tutto un omaggio all’attore australiano: esplicito, come da didascalia finale e da sinceri e teneri cammei dei tre divi Depp, Law e Farrell che hanno accettato ruoli minori per omaggiarlo, e sottinteso nei tanti frammenti che sembrano realizzati apposta per eternare la figura di Ledger, dall’ingresso in scena appeso a una corda sotto il ponte dei Frati Neri (citazione del caso Calvi, che come ha sottolineato lo stesso Gilliam “solo gli italiani coglieranno”) fino al monologo di Depp con la partecipazione di Rudy Valentino, James Dean e lady Diana. Orazioni funebri a parte, è un film che non sfigura nel Pantheon dell’opera omnia gilliamiana: viene appagato il consueto gusto per l’eccesso e per lo svolazzo stilistico a serio rischio di svarionamenti, ma intorno il regista ex Monty Python ci costruisce una storia suggestiva che ha il carburante per reggere due ore ad alta quota; l’esaltazione del potere dell’immaginazione, tema nodale in Gilliam già da “Brazil” in poi, trova qui il suo degno collocamento in una storia fatalmente faustiana, ma dalle atmosfere felliniane (anche se il tocco del regista è perfettamente riconoscibile nelle sue scenografie magniloquenti, le sue inquadrature nervose, i suoi deliri visivi senza rete); i nemici non sono la burocrazia o gli adulti, ma semplicemente la Realtà, che rende Tony un lestofante e l’esimio Parnassus un modesto clochard. Un film che è un urlo: evadere, bisogna.


Roma, triangolo amoroso all’ombra del Sessantotto tra una studentessa borghese che si appassiona alla contestazione e divide il suo cuore tra il carismatico leader delle proteste e un poliziotto infiltrato con velleità da attore.
Il glorioso Sessantotto ridotto a burletta, a materiale stereotipato e polveroso degno di un documentario di Raitre, oscurato dalle vere Storie che piacciono al nostro cinema: scopate e piagnistei a getto continuo che inondano i cento minuti e passa di un film imperdonabile e obbrobrioso che merita di essere stroncato anche al di là dei propri demeriti (comunque enormi), perchè è stato promosso a portabandiera di una rassegna internazionale come lo scorso festival di Venezia. Dopo la circostanza fortunata di “Romanzo Criminale”, Michele Placido torna alla sconfortante cifra artistica cui ci aveva abituato con i suoi primi lungometraggi: film scritto da cani, con scelte registiche più che discutibili (ad esempio, perchè imbottirlo di ralenty? Nel ’68 non ci aveva ancora pensato neanche Peckinpah) e un pernicioso abuso di montaggi alternati con esiti a volte nefasti (il ping pong tra il primo attacco dei poliziotti alla Sapienza e la scena di sesso Scamarcio-Trinca è tra le cinque peggiori scene del 2009). Facciamo un esempio: i primi fuochi della contestazione montante vengono rappresentati con la seguente scena, un professore barbuto che legge Dante e uno studente che improvvisamente e senza motivo lo apostrofa “Professore, ma che cazzo sta dicendo?”. Tutto è fumoso, confuso, incomprensibile, ogni tanto qualcuno si mena, volano delle molotov, due slogan, una canna, una pomiciata in biblioteca. I temi portanti della “eve of destruction” non vengono sfiorati neanche per sbaglio, nè pare ci sia l’effettiva volontà di farlo: i lutti, le traggggedie familiari, le corna e i sospiri la fanno da padroni per tutto il film, riducendo l’ultima mezz’ora a un lacrimatoio da campo degno di una puntata del Grande Fratello. Dev’essere per questo che ha avuto un certo successo, specie tra gli adolescenti che giocano a fare i grandi.

Voto: 2+

Il dottor Parnassus gira Londra insieme alla sua scalcagnata compagnia per mostrare agli scettici passanti il suo specchio magico, attraverso il quale è possibile entrare in mondi misteriosi e fantastici dove l’immaginazione di ognuno diventa realtà. Lo specchio è un dono del Diavolo, che in cambio però ha preteso l’anima della figlia di Parnassus al compimento del sedicesimo anno di età.
L’ultimo film di Heath Ledger, la cui tragica morte sopraggiunse nel bel mezzo delle riprese, è prima di tutto un omaggio all’attore australiano: esplicito, come da didascalia finale e da sinceri e teneri cammei dei tre divi Depp, Law e Farrell che hanno accettato ruoli minori per omaggiarlo, e sottinteso nei tanti frammenti che sembrano realizzati apposta per eternare la figura di Ledger, dall’ingresso in scena appeso a una corda sotto il ponte dei Frati Neri (citazione del caso Calvi, che come ha sottolineato lo stesso Gilliam “solo gli italiani coglieranno”) fino al monologo di Depp con la partecipazione di Rudy Valentino, James Dean e lady Diana. Orazioni funebri a parte, è un film che non sfigura nel Pantheon dell’opera omnia gilliamiana: viene appagato il consueto gusto per l’eccesso e per lo svolazzo stilistico a serio rischio di svarionamenti, ma intorno il regista ex Monty Python ci costruisce una storia suggestiva che ha il carburante per reggere due ore ad alta quota; l’esaltazione del potere dell’immaginazione, tema nodale in Gilliam già da “Brazil” in poi, trova qui il suo degno collocamento in una storia fatalmente faustiana, ma dalle atmosfere felliniane (anche se il tocco del regista è perfettamente riconoscibile nelle sue scenografie magniloquenti, le sue inquadrature nervose, i suoi deliri visivi senza rete); i nemici non sono la burocrazia o gli adulti, ma semplicemente la Realtà, che rende Tony un lestofante e l’esimio Parnassus un modesto clochard. Un film che è un urlo: evadere, bisogna.

Un solitario matematico crede di aver scoperto la chiave del mondo e della natura in un numero di 216 cifre che può persino farlo arrivare a comunicare con Dio.
Già profondamente irritati – avendo dovuto spulciare l’elenco dei simboli di Word allo scopo di trovarvi quello del pi greco –, ci apprestiamo a questa recensione con un avvertimento: Aronofsky ci fa schifo e non facciamo nulla per nasconderlo, come conferma il trattamento riservato e la valutazione appioppata a “Requiem for a dream” (voto 3, il più basso di tutto il blog) (tra l’altro, la suddetta recensione è anche quella che ad oggi ha ricevuto più commenti su queste pagine: interessante prova a supporto della tesi che vuole gli italiani affascinati dalla violenza verbale). Comunque, questo è il suo esordio cinematografico premiato al Sundance con il premio alla miglior regia per film drammatici. In un certo senso, non si può negare che “
π” sia drammatico, nel suo ciclico avvitarsi intorno a quattro scene quattro (presunta nuova scoperta, colloquio col vecchio prof, colloquio col giovane ebreo, comparsa dei vicini molesti e dei cattivoni di Wall Street: anche questo film è regolato da uno schema facente capo a un numero di 216 cifre?) e nel suo traboccare di esecrabili puttanate collocate spazio-temporalmente in una Manhattan di cui nulla c’importa. Particolarmente maldestra la sceneggiatura: presentandoci Max Cohen già dall’inizio come un genio pazzoide, non lo fa progredire, non lo fa crescere, non lo fa approdare a nessuna conclusione che non sia un parto della sua mente; illustra ineffabile il peggioramento del suo quadro psichico agendo qua e là con raffinati colpi di martello pneumatico tra urlacci, minacce di morte, isterie varie e – dulcis in fundo – un bel trapanamento. Procedendo a ritroso lungo la sua filmografia, cresce l’impressione che Aronofsky sia sostanzialmente un nerd recentemente arricchitosi dopo avere a lungo mal vissuto, i cui film sono essenzialmente fondati su un unico, rispettabilissimo tema (le malattie, psicosomatiche e non, che sfociano in follia) trattato con la delicatezza di un Enzo Salvi nella Biblioteca Alessandrina. Qualcuno potrà anche trovarlo abile con la cinepresa in mano, ma tra il braccio e la mente corre un Oceano Atlantico.

Voto: 4-

Trivia
(Si sprecano le interpretazioni del numero di 216 cifre che secondo il film sarebbe alla base di ogni evento, trascendente e non, della storia del mondo. Qualcuno ha osservato che 216 è 6 al cubo, ovvero 666…)
(Non fu chiesto nessun permesso per girare nei luoghi in cui si svolsero le riprese: la troupe dovette sempre mettere un uomo a fare da “palo” in caso di arrivo della polizia)

 

 

 

manuale-damore-2.jpg
Il tema della passione sviluppato in quattro episodi: “Eros”, “Maternità”, “Matrimonio” e “Amore estremo”.
Primo episodio: costretto temporaneamente sulla sedia a rotelle dopo un incidente d’auto, un ragazzo fantastica sulla sua fisioterapista. Il cinema italiano nella sua forma più escrementizia e deteriore: venticinque minuti di nulla prima che finalmente la Bellucci si abbassi le mutande e la si faccia finita tutti quanti. Se fosse muto, l’episodio ci guadagnerebbe molto: la recitazione della coppia principale è puro inquinamento acustico. La tanto strombazzata scena di sesso finale è un grossolano ma redditizio espediente di marketing degno della miglior tradizione lucheriniana. Il simpatico Dario Bandiera, utilizzato male, prova a renderlo più sopportabile. Cammei di Fiorello e di Valeria Solarino, inspiegabile compagna del Veronesi. Voto 3=.
Secondo episodio: una coppia infertile vola a Barcellona sperando di ottenere un figlio tramite fecondazione assistita. Il meno peggio: Fabio Volo incappa in svariati passi indietro rispetto alle sue prove precedenti, cedendo il passo ad una Barbora Bobulova dall’insospettabile verve di attrice comica. Situazioni stereotipate e gag vecchie di vent’anni, sotto la finta patina da cinema “impegnato”, ma l’insieme regge in qualche modo fino alla fine. Gustosa la gag della “mostruosa” coppia napoletana che sfreccia sotto la Sagrada Familia ascoltando Gigi D’Alessio. Voto: 6-.
Terzo episodio: una matura coppia gay vorrebbe sposarsi, ma deve scontrarsi con le leggi italiane e i pareri contrari dei loro conoscenti. Semplicemente orribile: ci vuole del talento per prendere due signori attori come Albanese e Rubini e ridurli al rango di sguaiate macchiette gay con l’orecchino e le mossettine e gli schiaffetti e gli impeti d’ira da checche isteriche. Vergognosa sarabanda di stantii luoghi comuni sull’omosessualità: dalle amicizie trans al babbo omofobo, dalle camminate impettite a Gianna Nannini. Voto: 1,5.
Quarto episodio: un maitre cinquantenne prossimo all’inverno della sua esistenza s’innamora follemente di una cameriera spagnola. Un grande Carlo Verdone tiene in piedi un intero episodio pieno di buchi e semplificazioni troppo spudorate per quella che si pretende essere una commedia. Elsa Pataky non guasta, ma ci vorrebbe ben altra spalla. Voto: 5.

Voto: 4-

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