Category: Documentari




Vita, morte e miracoli di Robert Nesta Marley detto Bob, nato a Nine Mile (Giamaica) il 6 maggio 1945 e scomparso a Miami l’11 maggio 1981, profeta del reggae e anima del movimento rastafariano.
In un mondo del cinema che nei decenni ha avuto come protagonisti o reso omaggio (nei modi e nelle forme più varie) ai Beatles, ai Rolling Stones, ai Pink Floyd, agli Who, a Ray Charles eccetera, mancava un monumento cinematografico all’altezza di Bob Marley. A colmare il vuoto è lo scozzese Kevin Macdonald, premiato documentarista (con tanto di Oscar nel 2000 per “One day in September”, sui fatti di sangue ai Giochi olimpici di Monaco ’72) e anche regista del discreto “L’ultimo re di Scozia” che nel 2006 fruttò una statuetta a Forest Whitaker. Proprio in Africa, pare, a Macdonald si è accesa la lampadina: nessuno come Marley gode di così grande popolarità in tutte le lande del mondo, e dunque quale personaggio migliore di lui per raccontare la debordante potenza della musica che travolge le barriere, annulla le distanze, abbatte gli steccati e tutti quegli altri pensierini molto naif e molto anni ’60 e ’70? Il documentario-biopic, è bene precisarlo, va perfettamente a segno: concepito, scritto e realizzato come se l’avesse fatto un ragazzo di 15 anni, “Marley” è un’opera molto ingenua, molto retorica e molto emozionante, dritta come un fuso nel suo andamento ultra-classico da mito contemporaneo, che inizia dalla nascita e finisce con la morte dell’Eroe. Per rassicurare familiari e amici di Marley che avevano sempre guardato con sospetto a precedenti tentativi di questo tipo, Macdonald segue alla lettera il manuale del buon documentarista alternando con sapienza e perizia tutti gli ingredienti del caso: interviste secche e mai prolisse, raro materiale d’archivio e vecchie hit infallibili, con momenti di sincera commozione come il ritorno a Kingston con il “One Love Peace Concert” o il nastro registrato dell’ultima apparizione pubblica a Pittsburgh. “Marley” potrà essere furbo o ruffiano, di calcolato entusiasmo e di conseguenza indifendibile per i detrattori nella sua essenza così smaccatamente e dichiaratamente di parte, ma non è di certo un film-santino (il ricordo di papà Bob da parte dei figli è tutt’altro che edificante): l’agiografia fa capolino soltanto quando si parla della sua eredità artistica, ma ogni ricordo e testimonianza è viva, reale, concreta. E in quasi due ore e mezza di durata, ve lo promettiamo, non c’è davvero modo di annoiarsi.

Voto: 7

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Le ragioni del lunghissimo ciclo politico di Silvio Berlusconi possono risiedere in una specie di dittatura dell’immagine televisiva, altrimenti definita “videocrazia”, sviluppata e alimentata scientificamente in oltre trent’anni?
Nei giorni della probabile fine dell’esperienza governativa di Berlusconi torna d’attualità – trasmesso dall’emittente più equilibrata e sensibile dell’intero panorama televisivo italiano – questo documentario del 2009 dell’italo-svedese Erik Gandini. Si stagliano tre figure fondamentali: Ricky, 26enne idiot savant che illustra, nella sua ingenua umiltà, argomenti altre volte delegati al sociologo o al massmediologo di turno; Lele Mora ovvero il Vuoto, rappresentato grazie anche a una felice scelta scenografica come uno spaventevole e mellifluo Omino Bianco; Fabrizio Corona ovvero il Male, “Robin Hood che ruba ai ricchi per dare a sé stesso”, in verità molto meno ipocrita delle sue vittime nell’ammettere che sì, lui sfrutta sfacciatamente la loro idiozia e ne svela la pochezza, colpendoli dove fa più male: i soldi, l’immagine. “Videocracy” ha un inizio promettente, in cui l’utilizzo à la Blob del classico materiale di repertorio è ridotto al minimo e cede il passo a momenti di straniante vertigine domestica (i provini delle veline, neorealismo e videoclip in una botta sola); poi il ritmo inguaribilmente lento si combina con una fastidiosa ridondanza e il tutto non convince proprio quando dovrebbe, nel passaggio cruciale dalla videocrazia alla politica. Berlusconi è rappresentato come tutta plastica e zero personalità, distributore automatico di baci e sorrisi senza carisma, quando è ormai evidente che così non è (è storia di questi giorni, di queste ore) anche ai suoi più accaniti oppositori. Portato in palmo di mano dall’antiberlusconismo più sloganistico e deteriore, quando invece, per combattere il cosiddetto Nemico, ci vorrebbero più che mai idee forti e autonomia di pensiero; ma questa non è una colpa di Gandini.

Voto: 6-



Nev riceve la mail di Abby, una bambina di 8 anni con la passione della pittura, che gli annuncia di aver disegnato un quadro su una sua foto. Da lei entra in contatto con sua madre Angela e sua sorella Megan, con cui stringe una relazione di forte amicizia che, chissà, potrebbe anche diventare qualcosa di più. Ma…
Ci ricordiamo tutti di “The Social Network” di David Fincher e Aaron Sorkin, uno dei migliori prodotti della scorsa stagione, “il film su Facebook” secondo la frettolosa definizione di molti. Nessuno di loro ha evidentemente ancora visto “Catfish”, opera prima dei newyorkesi Ariel Schulman e Henry Joost, con alle spalle nomi importanti come i co-produttori Brett Ratner e Andrew Jarecki (del quale consigliamo caldamente “Una storia americana”, documentario del 2004).
Bene, esaurite le presentazioni, veniamo al sodo. Documentario per certi versi agghiacciante, perchè colpisce il più recente e indifeso dei nervi scoperti dell’uomo contemporaneo: chi può davvero garantire su molti dei nostri amici di Facebook, magari quelli con cui chattiamo più spesso o diamo vita a pigri e reciproci scambi di “mi piace” sulle rispettive foto? “Catfish”, diventato in breve tempo un “caso” in America dopo la sua apparizione al Sundance 2010, ha acceso polemiche di due tipi: è vero, come giurano i registi, che la vicenda raccontata è del tutto autentica e gli interventi in fase di montaggio non hanno sostanzialmente modificato alcunché? E se è così, che dire della correttezza etica di una simile operazione? Si tratta naturalmente di faccende di lana caprina, visto che la questione è un’altra, a prescindere che la vicenda sia più o meno fasulla: quanti di noi possono affermare di non avere nulla da nascondere? E perciò, quanto siamo al sicuro? E ancora, se ci sentiamo al sicuro, non è forse solo per un eccesso di mera pigrizia da parte nostra (la stessa di cui si accusa a un certo punto il protagonista, dopo che ha scoperto le mille magagne della sua idilliaca relazione virtuale)? Nettamente diviso in tre parti, “Catfish” concentra nella terza parte – quella del viaggio a Ishpaming, Michigan, alla ricerca di Abby, Megan e Angela – momenti di sincera pena e riflessione anche profonda, chiamando in causa noi stessi come primi “falsari” delle nostre vite – magari inconsapevoli, magari in buona fede, ma pur sempre taroccatori. E tutto per qualche “I like” in più.

Voto: 7,5

P.S. Un doveroso ringraziamento a Roberto Tallarita e a tutti gli Spietati.it, che hanno recensito questo documentario segnalandolo tra i film “invisibili” della stagione 2010-2011 (quelli, cioè, che non vedremo mai da noi, forse neanche in DVD) e si confermano perciò per distacco il miglior sito italiano di cinema. Quanto a voi, “Catfish” è reperibile in un attimo con Torrent et similia e, in attesa dei sottotitoli in italiano, si lascia facilmente seguire anche con quelli in inglese. Passate parola.



1947-1977: trent’anni di storia della Democrazia Cristiana e, di riflesso, d’Italia. De Gasperi, Andreotti, Fanfani, Moro, Scelba, Rumor, Leone e il passato che non passa.
Trentaquattro anni fa destò grande interesse e divertimento (se non proprio scandalo, ovviamente modulato secondo i toni felpati della DC) questo documentario di un manipolo di valorosi goliardi, tutti di sinistra, che avevano osato andare all’attacco della Balena Bianca. Purtroppo l’attualità politica decise un giorno che non c’era più nulla da scherzare: il 16 marzo 1978 il rapimento di Aldo Moro segnò la fine sul grande schermo di “Forza Italia!”, destinato poi a rivivere tra VHS, DVD e varie retrospettive. Oggi, più che altro, si rimane agghiacciati scorrendo i titoli di testa e imbattendosi – oltre che nel titolo sinistramente presago – anche nel nome di Carlo Rossella alla sceneggiatura, proprio lui che è uno dei più fastidiosi e affettati galoppini al servizio del Re; quasi che il trasformismo delle cariatidi DC, tanto deprecato e vilipeso, si fosse impossessato in corso d’opera degli stessi autori. Nonostante il suo indubbio valore storico e la curiosa energia di certe immagini nascoste, di certo mai viste, esaltate dal montaggio di Silvano Agosti, “Forza Italia!” sconta il fatto di essere un documentario sull’immobilismo, e di essere dunque esso stesso immobile, paludato e tutt’altro che irresistibile. Non può onestamente esserci confronto tra le immagini “rubate” di 40-50 anni fa (che al massimo svelavano qualche silenzio imbarazzato) con quelle dell’età contemporanea, di cui è anche superfluo fare esempi. Nel suo giocare d’anticipo come atto d’accusa contro la Prima Repubblica, gli sfuggono le colpe più gravi del cinquantennale dominio della DC, come i legami con la mafia e la partecipazione attiva al sistema delle tangenti, che emergeranno solo negli anni successivi. E perciò, pur facendo di tutto per apparire parziale, scorretto e tendenzioso, lascia paradossalmente ai posteri il dubbio di essere stato fin troppo morbido.

Voto: 6

6 aprile 2009, ore 3:32. Terremoto in Abruzzo.
Si può piangere guardando “Draquila”. Non serve essere cittadini aquilani per tremare di fronte alla compostezza di Giustino Parisse, giornalista di Onna a cui la notte del terremoto la sorte ha riservato il più crudele dei destini, assistere inerme alla morte dei suoi due figli, rassicurati due ore prima – all’arrivo delle scosse “preparatrici” -, con lui a sua volta forte delle rassicurazioni della Protezione Civile. Non serve essere anziani per compatire la straziante solitudine dei vecchi abitanti strappati via a forza dalla loro città e costretti all’esilio negli alberghi sulle coste, anche se basterebbero dieci giorni e trenta operai per riparare le case lesionate dal sisma. E si può piangere per tanti motivi: dolore condiviso, vaga e indefinibile tristezza, rabbia, indignazione. Dacchè l’Italia è un Paese in cui i suoi abitanti più ignoranti aspirano a rimanere tali, è molto probabile che gran parte degli spettatori di “Draquila” conoscesse già molti dei fatti esposti, dal polverone mediatico montato nei mesi immediatamente successivi al terremoto alle penose intercettazioni sulla cricca di Bertolaso. Si rimane atterriti lo stesso, però, a vederli sfilare in sequenza. Sarà anche retorico e ricattatorio insistere sui volti dei cittadini offesi, ma è un ricatto contro chi? E’ bene, invece, che sia ricattatorio contro la “dittatura della merda”, secondo l’efficace sintesi dell’anonimo vecchietto che chiude il film con una considerazione agghiacciante.
Sabina Guzzanti, che da monologhista non irresistibile si sta trasformando in un’autrice di documentari impeccabili: informano, indignano, se è il caso raggelano. Mentre “Viva Zapatero”, pur brillante, insisteva su un tasto apparentemente marginale come quello del controllo dell’informazione, che si esponeva al chissenefrega dei meno interessati, “Draquila” è un film inattaccabile da quel punto di vista: il degrado morale e civile dell’Italia si esprime sotto mille forme che all’Aquila si sono incontrate nei particolari più impensabili, dal centro presidiato dai militari all’obbligo di sloggiare dalle tende, fino all’assurdo divieto di appendere un chiodo nelle “nuove case” inaugurate da Berlusconi nel giorno del suo compleanno. Ancora un po’ troppo verbosa, ma supportata da un montaggio incalzante, la Guzzanti sveste i panni della mattatrice per porsi delicatamente, senza trucco e coi capelli sporchi, allo stesso livello dei suoi intervistati.
I tempi della produzione e la volontà di presentare il film in tempo per il Festival di Cannes, dov’è stato accolto calorosamente senza la presenza di alcun esponente del governo italiano, hanno impedito di inserire nell’opera gli ultimi più grotteschi risvolti, dalle cariche della polizia ai manifestanti aquilani giunti a Roma per manifestare alle deliranti dichiarazioni di Berlusconi che consiglia ai membri della Protezione Civile di non andare in Abruzzo “perchè dopo l’apertura dell’inchiesta rischiano che qualcuno che ha avuto dei familiari morti e con una mente fragile, gli spari un colpo in testa” (8 giugno 2010). Come si vede, la realtà senza filtri è spesso più sbalorditiva delle ricostruzioni.

Voto: 7+

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Roma: nella fantasia dei bambini, nella cupa allegria dell’epoca fascista, nella grottesca quotidianità dell’oggi.
Evoluzione creativa e narrativa del documentario urbanistico e antropologico nato agli albori del cinema sonoro (di cui l’esempio più famoso è “Berlino, sinfonia di una grande città” di Walter Ruttmann, 1927). Fellini ci aggiunge il genio e l’estro che rende “Roma” un’opera contemporaneamente sincera e originalissima nel prendere in considerazione e illuminare punti nascosti di una città che, più di altre, si presta per storia e abitudini dei suoi abitanti ad uno stile irregolare e contraddittorio. Moltissimi momenti notevoli: lo spettacolo di varietà di cui Fellini preferisce il pubblico rispetto a ciò che accade sul palco; la pungente iconoclastia della sfilata di abiti ecclesiastici, premonitrice 35 anni prima dei papi con le scarpe di Prada; lo spunto reale dei lavori per la Linea A della metropolitana che serve da riflessione per i rischi del progresso; l’umiliante quadretto delle prostitute esposte alla clientela come in macelleria; la chiassosa e infinita sequenza in trattoria. Mai un film si è avvicinato così tanto a carpire l’essenza di Roma, di cui nulla è taciuto, neanche l’insopportabile trivialità del presente. Cammei non accreditati di Alvaro Vitali, Renato Zero, Anna Magnani, Marcello Mastroianni e Alberto Sordi, questi ultimi due scomparsi nella versione DVD.

Voto: 7,5

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A Flint, Michigan la General Motors decide di chiudere alcuni stabilimenti per riaprirli in Messico, dove gli operai costano meno. Michael Moore cerca di incontrare Roger B. Smith, il presidente della GM.
Noto anche come “A Humorous Look at How General Motors Destroyed Flint, Michigan”. L’opera prima di Michael Moore presenta da subito le caratteristiche che hanno reso famoso in tutto il mondo il pittoresco documentarista: un bersaglio subito ben identificato (ora Roger Smith, poi George W. Bush); uno stile sufficientemente retorico (con largo uso del montaggio finalizzato allo stridente contrasto tra immagini e musiche, un classico di Moore) per lasciare il segno tra i suoi connazionali, storicamente meno sofisticati del pubblico europeo; una sincera attenzione ai problemi sociali – con riferimenti ai risvolti che hanno avuto nei suoi luoghi natii (qui la disoccupazione, più avanti la diffusione delle armi o la guerra in Iraq) – che sono anche punti di partenza e spunti per un’indagine più generale sull’altra America, sconnessa e grottesca (in questo senso, le volgarità off the records del simpatico anchorman sono delle piccole perle), e su ciò che gli Stati Uniti amano nascondere dietro lo specchio. “Roger & Me” si attesta sui livelli d’eccellenza di “Bowling a Columbine” perché si vedono cose sconcertanti, indicibili, insieme balorde e sbalorditive sugli USA d’oggigiorno, senza che Moore dia mai l’impressione di essersi sforzato molto per scovarle. Si ride verdissimo, anche, ad esempio nelle scene dello spietato “smontaggio” dei falsi miti di un’infanzia. Negli anni ha fatto scuola.

Voto: 8-

Trivia
(Nel 1989 tutti i cinema di Flint erano chiusi; l’anteprima del documentario fu proiettata a Burton, una cittadina vicino Flint)
(Il magazine di San Francisco per cui Michael Moore ha lavorato per tre mesi nel 1985, prima di essere licenziato per aver messo in copertina un suo amico operaio, si chiama “Mother Jones”)

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Il 27 giugno 1980 un Airbus DC-9 diretto a Palermo sparisce improvvisamente dai radar nella zona tra Ponza e Ustica. Nell’agosto 2002, Marco Paolini ci torna su.
La seconda eccezione della storia di questo blog comincia da “Gua…”. La frase spezzata, ultimo suono registrato dalla scatola nera del DC-9 prima dell’interruzione elettrica, può voler dire tutto e il suo contrario. E’ il punto di partenza per uno sgradevole e necessario inabissarsi in quella che, prima che la retorica svuotasse di senso la locuzione, fu definita “vergogna di Stato” nel 1990. Paolini parla a due generazioni, “quella che sa di cosa sto parlando e quella che dice “Eh?”: magari la ricostruzione della strage, puntigliosa al limite della pignoleria, non potrà essere afferrata in ogni suo dettaglio, ma il documento rimane a verbale come il miglior lavoro cinematografico-teatrale sulla storiaccia di Ustica; anche perché c’è solo un precedente, quel “Muro di gomma” (1991) di Marco Risi che impressiona meno di quest’orazione un po’ civile e un po’ funebre su un Paese che negli anni, con i suoi silenzi omertosi e le sue pagine strappate, non ha mancato di disonorare “quei corpi in terra senza più calore”. Filmato da Davide Ferrario con un’estemporanea interruzione per maltempo che non manca di regalare qualche sorriso. Ma si ride perlopiù amarissimo; si ride delle nostre miserie e anche delle nostre proteste di maniera, perché “in Italia l’indignazione dura meno di un orgasmo. E dopo, viene sonno”.

Voto: 8-

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