Category: Fantascienza




1997: l’America è allo sbando. Per fronteggiare l’altissimo tasso di criminalità, Manhattan è diventata da qualche anno un enorme carcere in cui è rinchiusa, senza possibilità di evadere, la feccia del Paese. Tra di loro c’è Jena Plissken, ex militare decorato e ora al fresco per una rapina in banca, a cui le autorità chiedono aiuto quando viene rapito il Presidente.
Quinto film del newyorkese John Carpenter, che segnò una nuova svolta nella sua carriera dopo il grande successo di “Halloween” (1978). Girato con mezzi di fortuna e momenti di autentico raffazzonamento (la scena dal basso dell’aliante che cade dal World Trade Center, puro Ed Wood), è quasi certamente il più importante b-movie di tutti i tempi, il principe di un genere che a volte gode di considerazioni eccessive, ma che in alcuni casi – come questo – concilia alla perfezione lo spettacolo, il pensiero e persino la critica sociale (elemento sempre presente in Carpenter), riprendendo il filo del discorso sulla violenza urbana già iniziato nel precedente “Distretto 13”. In quest’ottica non è sbagliato ritenerlo una specie di fratello maggiore e più scapestrato di “Blade Runner” (1982), che è più maturo e riflessivo ma anche meno sfacciato e oltraggioso nella sua satira verso l’ordine costituito. Con il futuro capolavoro di Ridley Scott condivide per esempio la cupissima ambientazione post-atomica e il gusto per il disegno dei personaggi minori (qui spiccano il tassista di Ernest Borgnine e il commissario Hauk del grande Lee Van Cleef). La vena anarchica e dissacrante di Carpenter brilla in alcuni dialoghi sopra le righe e culmina nel finale beffardo, memorabile. Il tamarrissimo duca Isaac Hayes, musicista soul e funk di alto livello, aveva vinto un Oscar dieci anni prima per la famosa colonna sonora di “Shaft”; lo Jena Plissken (“Snake” nell’originale) di Kurt Russell è da oltre trent’anni uno degli anti-eroi per eccellenza. Pregevolissime musiche dello stesso Carpenter.

Voto: 7,5

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Nella terra di Panem il governo di Capitol City preleva tutti gli anni per sorteggio due adolescenti (un maschio e una femmina) da ognuno dei 12 distretti del Paese e li fa giocare al massacro negli Hunger Games, mega-spettacolo televisivo che serve da monito agli spettatori-cittadini che in passato hanno osato ribellarsi contro il potere.
Dall’omonimo romanzo di Suzanne Collins – ma la mente va automaticamente al giapponese “Battle Royale” (Kinji Fukasaku, 2000), che aveva una trama molto simile, a sua volta ispirata a un romanzo di Koushun Takami. Clamoroso successo ai botteghini americani, dove ha incassato ad oggi oltre 150 milioni di dollari; regia affidata al 55enne Gary Ross, che noi preferiamo ricordare per aver firmato l’indimenticabile “Pleasantville” (1998). Esempio di fantascienza apparentemente “adulta” (non mancano elementi di satira sociale nella rappresentazione di un Paese virtuale in cui l’autorità politica è del tutto assente, sostituita da un agguerrito pool di autori e produttori televisivi) che tuttavia cerca subdolamente il consenso di un pubblico composto in gran parte da teneri teen-ager occidentali, svelando così l’esistenza di una doppia morale piuttosto sgradevole, soprattutto a mente fredda. Il film non è visivamente molto originale nel mettere in scena l’abusato cliché dello scenario post-atomico (citazione per citazione, vengono in mente certe allucinazioni futuristiche di Paul Verhoeven, “Starship Troopers” su tutte), ma possiede un innegabile carisma nell’accattivare lo spettatore e coinvolgerlo in un futuro distopico e dispotico che spreca le sue molte potenzialità proprio sul più bello, quando si piega alle ferree leggi del blockbuster e si umilia in un finale pasticciatissimo che altro non è che la telefonata anticipazione dell’immancabile sequel. Alcune sequenze d’azione sono di prim’ordine, come il “fischio d’inizio” dei giochi o l’avvelenamento da vespe. La nuova star è la 21enne Jennifer Lawrence, bambolotta di espressività rivedibile già vista all’opera due anni fa in “Un gelido inverno”; tra i comprimari spiccano il presentatore Stanley Tucci e l’imprevedibile cammeo di Lenny Kravitz. Sarà anche moralismo d’accatto, ma un film che elegge a eroi positivi degli adolescenti che uccidono a sangue freddo dei loro coetanei merita almeno un’alzata di sopracciglio.

Voto: 5,5



Una bomba esplode su un treno a Chicago. Potrebbe essere il primo di una lunga serie di attentati, ma il governo americano, attraverso un avveniristico programma sperimentale, è in grado di prevenire una strage: invia sul luogo del delitto un ex ufficiale dell’esercito sfruttando il source code, cioè la capacità di poter fargli rivivere infinite volte gli otto minuti precedenti all’esplosione.

Secondo film di Duncan Jones, il figlio di David Bowie già distintosi due anni fa con il pregevolissimo “Moon”. Qui prosegue sul sentiero della fantascienza low-budget e confeziona un thriller di durata insolitamente breve per gli standard contemporanei, fermamente convinto che una buona idea sia molto più efficace di una produzione multimilionaria. Muovendo da un tema classico come quello dei viaggi nel tempo e dei paradossi temporali, ampiamente sviluppato in tutte le salse dalla chiave comica (“Ricomincio da capo”) a quella fantascientifico-apocalittica (“L’esercito delle 12 scimmie”), “Source Code” aggiunge sotterranee inquietudini sull’identità e sulla coscienza che ognuno ha di sé stesso. La science-fiction di Duncan Jones è diretta discendente di quella anni ’70, intelligente, a volte ingenua e spericolata, ma mai calcolata e sempre sincera, finalizzata prima di tutto alla stimolazione intellettuale del pubblico. Piccoli artigiani crescono.

Voto: 7


Don Cobb di mestiere si insinua nel subconscio altrui, entra nei loro sogni e carpisce informazioni preziose. Un ricco finanziere giapponese gli chiede il contrario: impiantare un’idea in una mente inconsapevole costruendo un sogno ad hoc.
Christopher Nolan scrive e dirige un film che tutti i suoi colleghi avrebbero serie difficoltà soltanto a concepire. Sviluppato su cinque (o sei?) livelli diversi tra sogno e realtà, “Inception” è un rompicapo di cui il regista si serve innanzitutto per mostrare alla platea la sua formidabile abilità di narratore e sceneggiatore, alle prese con un argomento a dir poco contorto che riesce a dipanare mirabilmente. Al confronto, gli stop e le ripartenze dello script de “Il cavaliere oscuro” sono una gita in campagna. Onestamente, si ha l’impressione che il senso del film non sia tanto “riuscirà il protagonista a portare a termine il suo piano estremo?”, quanto “riuscirà Nolan a chiudere il suo copione impossibile?”. Meta-cinema allo stato puro, in cui l’intera trama è un pretesto per dimostrare le proprie abilità di cineasta: eppure lo spettatore accetta benissimo di ergersi a giudice supremo di un artista così coraggioso, non riuscendo a trovare smagliature in questo portentoso garbuglio. Film-summa di tutta la poetica nolaniana: la memoria, il ricordo che ossessiona, il senso di colpa insopprimibile, la fuga dalla realtà. Ciò che conta, al di là dell’idea di fondo, assecondata senza una crepa dal cast lussuoso, è il modo in cui il regista governa l’immane intreccio, con un senso del ritmo e del montaggio senza pari (unico neo, l’invadente e onnipresente musica di Hans Zimmer in sottofondo). Nolan si è guadagnato nel tempo la statura di primo grande Autore Commerciale del cinema americano: riesce a far stanziare budget galattici con la sola forza del suo cognome, osando al contempo l’inosabile in campo di scrittura ma rimanendo meravigliosamente classico e intellegibile a un occhio medio, concedendosi intanto citazioni e rimandi a buona parte dello scibile cinematografico. Che Dio (o chi per lui) ce lo conservi integro.

Voto: 8,5

Il dottor Parnassus gira Londra insieme alla sua scalcagnata compagnia per mostrare agli scettici passanti il suo specchio magico, attraverso il quale è possibile entrare in mondi misteriosi e fantastici dove l’immaginazione di ognuno diventa realtà. Lo specchio è un dono del Diavolo, che in cambio però ha preteso l’anima della figlia di Parnassus al compimento del sedicesimo anno di età.
L’ultimo film di Heath Ledger, la cui tragica morte sopraggiunse nel bel mezzo delle riprese, è prima di tutto un omaggio all’attore australiano: esplicito, come da didascalia finale e da sinceri e teneri cammei dei tre divi Depp, Law e Farrell che hanno accettato ruoli minori per omaggiarlo, e sottinteso nei tanti frammenti che sembrano realizzati apposta per eternare la figura di Ledger, dall’ingresso in scena appeso a una corda sotto il ponte dei Frati Neri (citazione del caso Calvi, che come ha sottolineato lo stesso Gilliam “solo gli italiani coglieranno”) fino al monologo di Depp con la partecipazione di Rudy Valentino, James Dean e lady Diana. Orazioni funebri a parte, è un film che non sfigura nel Pantheon dell’opera omnia gilliamiana: viene appagato il consueto gusto per l’eccesso e per lo svolazzo stilistico a serio rischio di svarionamenti, ma intorno il regista ex Monty Python ci costruisce una storia suggestiva che ha il carburante per reggere due ore ad alta quota; l’esaltazione del potere dell’immaginazione, tema nodale in Gilliam già da “Brazil” in poi, trova qui il suo degno collocamento in una storia fatalmente faustiana, ma dalle atmosfere felliniane (anche se il tocco del regista è perfettamente riconoscibile nelle sue scenografie magniloquenti, le sue inquadrature nervose, i suoi deliri visivi senza rete); i nemici non sono la burocrazia o gli adulti, ma semplicemente la Realtà, che rende Tony un lestofante e l’esimio Parnassus un modesto clochard. Un film che è un urlo: evadere, bisogna.


Kubrick, Amélie, gli universi paralleli, la Big Bang Theory, Lost, Alain Resnais, Spielberg, “Apri gli occhi” e tanto altro ancora. La pluri-cinefilia del belgo Jaco Van Dormael, vent’anni di carriera ma solo tre film all’attivo, è il frutto del ricordo, della fantasia, dello sguardo da sognatore con cui è solito avvicinarsi al mondo dietro la macchina da presa (ed è anche giustificata dagli sviluppi della storia, e dal “disvelamento” finale). In questo suo terzo lavoro, molto ambizioso e complesso, dalla lunga gestazione in fase di scrittura, s’indaga sulle Scelte che influenzano e indirizzano le nostre esistenze, con esaurienza pari alla semplicità con cui viene affrontata una materia alquanto ingarbugliata, avvitata com’è intorno ai risvolti pratici della Teoria delle Stringhe e dei suoi derivati (anch’essa illustrata con chiarezza esemplare). Il mix di generi (fantascienza à la Matrix, storia di formazione alla Benjamin Button, appassionato teen drama sul più classico degli amori impossibili) non disturba nè sembra posticcio, ci si lascia docilmente portare per mano in questa irresistibile galleria di occasioni e situazioni alla “Smoking/No Smoking” (citato espressamente con la scritta della carrozza fumatori ben visibile sul treno della madre di Nemo). Eccellente la regia di Van Dormael, che rifugge ogni banalità e si pone alla continua ricerca del preziosismo mai fine a se stesso (segnaliamo la goccia di pioggia che ricorda la soggettiva del fiocco di neve in una scena de “Le regole dell’attrazione” di Roger Avary), sempre poetico, nobilitato dalla ricca colonna sonora. La conclusione, limpida e ingenua fino alla commozione, è: qualsiasi decisione si prenda, a prescindere che esse poi si rivelino giuste o sbagliate, la vita è un colpo di fortuna che merita sempre e comunque di essere vissuto. Vi pare poco? Coi tempi (e coi film) che corrono, sembra quasi una rivoluzione. Mai uscito in Italia.

Voto: 7,5

Il dottor Parnassus gira Londra insieme alla sua scalcagnata compagnia per mostrare agli scettici passanti il suo specchio magico, attraverso il quale è possibile entrare in mondi misteriosi e fantastici dove l’immaginazione di ognuno diventa realtà. Lo specchio è un dono del Diavolo, che in cambio però ha preteso l’anima della figlia di Parnassus al compimento del sedicesimo anno di età.
L’ultimo film di Heath Ledger, la cui tragica morte sopraggiunse nel bel mezzo delle riprese, è prima di tutto un omaggio all’attore australiano: esplicito, come da didascalia finale e da sinceri e teneri cammei dei tre divi Depp, Law e Farrell che hanno accettato ruoli minori per omaggiarlo, e sottinteso nei tanti frammenti che sembrano realizzati apposta per eternare la figura di Ledger, dall’ingresso in scena appeso a una corda sotto il ponte dei Frati Neri (citazione del caso Calvi, che come ha sottolineato lo stesso Gilliam “solo gli italiani coglieranno”) fino al monologo di Depp con la partecipazione di Rudy Valentino, James Dean e lady Diana. Orazioni funebri a parte, è un film che non sfigura nel Pantheon dell’opera omnia gilliamiana: viene appagato il consueto gusto per l’eccesso e per lo svolazzo stilistico a serio rischio di svarionamenti, ma intorno il regista ex Monty Python ci costruisce una storia suggestiva che ha il carburante per reggere due ore ad alta quota; l’esaltazione del potere dell’immaginazione, tema nodale in Gilliam già da “Brazil” in poi, trova qui il suo degno collocamento in una storia fatalmente faustiana, ma dalle atmosfere felliniane (anche se il tocco del regista è perfettamente riconoscibile nelle sue scenografie magniloquenti, le sue inquadrature nervose, i suoi deliri visivi senza rete); i nemici non sono la burocrazia o gli adulti, ma semplicemente la Realtà, che rende Tony un lestofante e l’esimio Parnassus un modesto clochard. Un film che è un urlo: evadere, bisogna.


Un elegante signore anziano, sfigurato da un misterioso incidente, offre a una coppia in difficoltà economiche (lei insegnante con un handicap al piede, lui mancato astronauta) un milione di dollari: tutto ciò che dovranno fare è schiacciare un pulsante che provocherà la morte di uno sconosciuto.
Dal racconto “Button, button” di Richard Matheson, già autore del romanzo da cui è stato tratto “Io sono leggenda” (un racconto che, a noi biechi italiani, sembra aver molto a che spartire con la trama di “Un mandarino per Teo”, commedia musicale di Mario Mattoli datata 1960). Richard Kelly, chi era costui? L’autore del piccolo cult “Donnie Darko” – passato clandestino nei cinema ma rinato a nuova vita grazie al passaparola dei DVD nel 2004 – è arrivato nel frattempo al suo terzo film (il secondo è il malriuscito “Southland Tales”), un fanta-thriller ad alto rischio di guazzabuglio che nel finale esonda per eccesso di generosità e carne al fuoco. Le citazioni di sci-fi sono disseminate con classe e abbracciano tutto il gotha del genere, da “Incontri ravvicinati del terzo tipo” di Spielberg, che ne ha ispirato la descrizione dell’atmosfera di fremente attesa, alle suggestioni kubrickiane (il pulsante è indiscutibilmente l’occhio rosso di HAL 9000, e l’esperienza “acquatica” di Arthur ricorda da vicino il trip dell’astronauta – anche se Kelly non ha il coraggio e l’autorevolezza per farlo durare oltre dieci minuti). Non mancano inoltre i più che doverosi inchini a Lynch, nume tutelare per qualsiasi sequenza surreal-grottesca che si rispetti. A una prima parte ammirevole per tenuta registica ancor prima che narrativa, in cui mai un’inquadratura è buttata lì tanto per fare ma ricalca cromaticamente e geometricamente il cinema e la tv americana anni ’70, risponde una seconda parte in cui i nodi che devono fatalmente venire al pettine sono più tignosi del previsto. Ma non si degenera mai, al limite ci si confonde nel tentativo un po’ goffo di fornire una “soluzione” su cui, con un pizzico di naiveté del plot in meno, si poteva addirittura sorvolare. Finale molto più che dignitoso e “di mestiere”, che segna la differenza tra il resto della concorrenza e questo regista atipico, ancor giovane, fortemente convinto del materiale che scrive e che filma: i suoi universi paralleli sono attesi tra qualche anno a una maturazione verso una direzione più “umanistica”, ma gli strumenti e la tecnica ci sono, e la voglia di rischiare anche. Stroncato un po’ dappertutto, ma per chi non sopporta i film precotti o i thrillerazzi estivi da due soldi, “The Box” è una buonissima occasione per lasciarsi sorprendere.

Voto: 7-

Il dottor Parnassus gira Londra insieme alla sua scalcagnata compagnia per mostrare agli scettici passanti il suo specchio magico, attraverso il quale è possibile entrare in mondi misteriosi e fantastici dove l’immaginazione di ognuno diventa realtà. Lo specchio è un dono del Diavolo, che in cambio però ha preteso l’anima della figlia di Parnassus al compimento del sedicesimo anno di età.
L’ultimo film di Heath Ledger, la cui tragica morte sopraggiunse nel bel mezzo delle riprese, è prima di tutto un omaggio all’attore australiano: esplicito, come da didascalia finale e da sinceri e teneri cammei dei tre divi Depp, Law e Farrell che hanno accettato ruoli minori per omaggiarlo, e sottinteso nei tanti frammenti che sembrano realizzati apposta per eternare la figura di Ledger, dall’ingresso in scena appeso a una corda sotto il ponte dei Frati Neri (citazione del caso Calvi, che come ha sottolineato lo stesso Gilliam “solo gli italiani coglieranno”) fino al monologo di Depp con la partecipazione di Rudy Valentino, James Dean e lady Diana. Orazioni funebri a parte, è un film che non sfigura nel Pantheon dell’opera omnia gilliamiana: viene appagato il consueto gusto per l’eccesso e per lo svolazzo stilistico a serio rischio di svarionamenti, ma intorno il regista ex Monty Python ci costruisce una storia suggestiva che ha il carburante per reggere due ore ad alta quota; l’esaltazione del potere dell’immaginazione, tema nodale in Gilliam già da “Brazil” in poi, trova qui il suo degno collocamento in una storia fatalmente faustiana, ma dalle atmosfere felliniane (anche se il tocco del regista è perfettamente riconoscibile nelle sue scenografie magniloquenti, le sue inquadrature nervose, i suoi deliri visivi senza rete); i nemici non sono la burocrazia o gli adulti, ma semplicemente la Realtà, che rende Tony un lestofante e l’esimio Parnassus un modesto clochard. Un film che è un urlo: evadere, bisogna.


Da vent’anni gli alieni sono rinchiusi nel Distretto 9, un’area di Johannesburg adibita a ghetto e controllata solo formalmente dal governo sudafricano. La MNU, una multinazionale che cerca di sfruttarne le avanzate tecnologie militari, è incaricata di farli traslocare in una zona a 100 km di distanza. Un suo impiegato, Wikus Van de Merwe, è incaricato di dirigere le operazioni…
“Caso” di viral cinema filologicamente affine al geniale “Cloverfield” ideato da JJ Abrams, dietro “District 9” c’è lo zampino di quel vecchio lupo di Peter Jackson, che ha affidato all’esordiente regista sudafricano Neill Blomkamp lo sviluppo di un suo precedente cortometraggio del 2005 sullo stesso tema, “Alive in Joburg”. Fanta-pulp jacksoniano della prima maniera, che strizza l’occhio al mockumentary ma ha anche una sostanza che va al di là della forma accattivante (e ultimamente un po’ abusata): la condanna di ogni forma d’emarginazione e rifiuto del prossimo; un concetto che, applicato al genere fantascientifico, si risolve in un insolito j’accuse della razza umana verso sé stessa, che ci tiene a sottolineare anche la nostra incurabile idiozia (Wikus pre-contagio è, a tutti gli effetti, un idiota: distrugge un nido di uova aliene con stupefacente nonchalance, tratta i “gamberoni” in modo sprezzante e la sua massima aspirazione è una banale esistenza piccolo-borghese tutt’altro che fantascientifica). Nel tratteggio di un’umanità disumana e burocraticamente disumanizzante (la consegna dei moduli di sfratto agli alieni!) si nota l’influenza di “Brazil” e in generale delle tipiche atmosfere di Gilliam nel raccontare con sotterranea ironia la disperata e orgogliosa resistenza dei “diversi”. Il finale furbamente poetico apre la strada al sequel.

Voto: 7+

Trivia
(Tutti i “gamberoni” che si vedono nel film sono stati creati in computer grafica, ad eccezione di quelli che giacciono sui tavoli della sala operatoria)

Il dottor Parnassus gira Londra insieme alla sua scalcagnata compagnia per mostrare agli scettici passanti il suo specchio magico, attraverso il quale è possibile entrare in mondi misteriosi e fantastici dove l’immaginazione di ognuno diventa realtà. Lo specchio è un dono del Diavolo, che in cambio però ha preteso l’anima della figlia di Parnassus al compimento del sedicesimo anno di età.
L’ultimo film di Heath Ledger, la cui tragica morte sopraggiunse nel bel mezzo delle riprese, è prima di tutto un omaggio all’attore australiano: esplicito, come da didascalia finale e da sinceri e teneri cammei dei tre divi Depp, Law e Farrell che hanno accettato ruoli minori per omaggiarlo, e sottinteso nei tanti frammenti che sembrano realizzati apposta per eternare la figura di Ledger, dall’ingresso in scena appeso a una corda sotto il ponte dei Frati Neri (citazione del caso Calvi, che come ha sottolineato lo stesso Gilliam “solo gli italiani coglieranno”) fino al monologo di Depp con la partecipazione di Rudy Valentino, James Dean e lady Diana. Orazioni funebri a parte, è un film che non sfigura nel Pantheon dell’opera omnia gilliamiana: viene appagato il consueto gusto per l’eccesso e per lo svolazzo stilistico a serio rischio di svarionamenti, ma intorno il regista ex Monty Python ci costruisce una storia suggestiva che ha il carburante per reggere due ore ad alta quota; l’esaltazione del potere dell’immaginazione, tema nodale in Gilliam già da “Brazil” in poi, trova qui il suo degno collocamento in una storia fatalmente faustiana, ma dalle atmosfere felliniane (anche se il tocco del regista è perfettamente riconoscibile nelle sue scenografie magniloquenti, le sue inquadrature nervose, i suoi deliri visivi senza rete); i nemici non sono la burocrazia o gli adulti, ma semplicemente la Realtà, che rende Tony un lestofante e l’esimio Parnassus un modesto clochard. Un film che è un urlo: evadere, bisogna.

Moon (Duncan Jones, 2009)


Addetto per la Lunar sul lato oscuro della Luna alla produzione di energia pulita da inviare sulla Terra, Sam Bell inizia le sue ultime due settimane di lavoro prima di tornare a casa. Ma…
Opera prima di Duncan Jones, 38enne regista pubblicitario e soprattutto figlio di David Robert Jones aka David Bowie. Con un genitore così, la natura fantascientifica del suo film d’esordio era quasi obbligatoria: ma più che una dedica al papà, “Moon” (titolo di sublime semplicità) è un omaggio alla grande science-fiction anni ’60 e ’70, ancora lungi dall’essere infestata dagli effetti speciali, in cui il punto di vista sul futuro era influenzato – nelle sue atmosfere intimiste e riflessive – dalle inquietudini del presente (seguì la muscolarità degli ottimisti e ipervitaminici anni ’80). Citazioni cristalline da “2001: Odissea nello spazio” (il computer Gerty con la voce di Kevin Spacey è cugino di HAL 9000, con una cruciale differenza), “Solaris” di Tarkovskij (per l’alienazione e i dilemmi esistenziali), echi lontani di “Blade Runner” (ovviamente) e anche di “Alien” di Ridley Scott, cui si rifà per il biancore delle scenografie. Piccola fantascienza d’assalto che non fa uso di steroidi ma di cervello: sotto accusa, anche nel futuro, il capitalismo sprezzante e spersonalizzante che inganna l’uomo ad ogni livello di rappresentazione e soffoca l’affermazione di sé; Sam Bell non sa chi è e può solo tentare – cosa ancora più amara – di sapere chi non è. Di rado si sono visti debutti più quadrati e misurati. Rockwell a tutto campo tiene magnificamente la scena; musiche dell’aronofskiano Clint Mansell.

Voto: 7

Il dottor Parnassus gira Londra insieme alla sua scalcagnata compagnia per mostrare agli scettici passanti il suo specchio magico, attraverso il quale è possibile entrare in mondi misteriosi e fantastici dove l’immaginazione di ognuno diventa realtà. Lo specchio è un dono del Diavolo, che in cambio però ha preteso l’anima della figlia di Parnassus al compimento del sedicesimo anno di età.
L’ultimo film di Heath Ledger, la cui tragica morte sopraggiunse nel bel mezzo delle riprese, è prima di tutto un omaggio all’attore australiano: esplicito, come da didascalia finale e da sinceri e teneri cammei dei tre divi Depp, Law e Farrell che hanno accettato ruoli minori per omaggiarlo, e sottinteso nei tanti frammenti che sembrano realizzati apposta per eternare la figura di Ledger, dall’ingresso in scena appeso a una corda sotto il ponte dei Frati Neri (citazione del caso Calvi, che come ha sottolineato lo stesso Gilliam “solo gli italiani coglieranno”) fino al monologo di Depp con la partecipazione di Rudy Valentino, James Dean e lady Diana. Orazioni funebri a parte, è un film che non sfigura nel Pantheon dell’opera omnia gilliamiana: viene appagato il consueto gusto per l’eccesso e per lo svolazzo stilistico a serio rischio di svarionamenti, ma intorno il regista ex Monty Python ci costruisce una storia suggestiva che ha il carburante per reggere due ore ad alta quota; l’esaltazione del potere dell’immaginazione, tema nodale in Gilliam già da “Brazil” in poi, trova qui il suo degno collocamento in una storia fatalmente faustiana, ma dalle atmosfere felliniane (anche se il tocco del regista è perfettamente riconoscibile nelle sue scenografie magniloquenti, le sue inquadrature nervose, i suoi deliri visivi senza rete); i nemici non sono la burocrazia o gli adulti, ma semplicemente la Realtà, che rende Tony un lestofante e l’esimio Parnassus un modesto clochard. Un film che è un urlo: evadere, bisogna.
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