Category: Fantasy


zonamorta

Dopo un grave incidente automobilistico che l’ha costretto in coma per cinque anni, Johnny ha sviluppato l’insolita capacità di poter vedere il futuro attraverso il contatto con le altre persone.
Dall’omonimo romanzo (1979) di Stephen King, il film più convenzionale e meno personale di David Cronenberg, alla sua prima grande produzione hollywoodiana (targata Dino De Laurentiis) dopo il folgorante inizio di carriera. Opera fredda e trattenuta, poco in sintonia con la scrittura pop dell’autore di Portland. Più che occuparsi della sintonia tra i personaggi e lo spettatore, Cronenberg, impegnato in un insolito lavoro su commissione, si occupa di tenere in ordine la stanza e fare in modo che tutto risulti immediatamente comprensibile e interpretabile; nessuna traccia delle ambiguità morali del Cronenberg passato e futuro, sostituite da una netta e brutale separazione tra buoni e cattivi. L’intrattenimento è comunque di discreto livello, grazie alle riuscite interpretazioni di un delicato Christopher Walken e di un Martin Sheen “presidente operaio” più schizzato del solito, e non c’è mai rischio di annoiarsi.

Voto: 6



Otto anni dopo la morte di Harvey Dent, Batman non si fa più vedere e anche Bruce Wayne sembra sparito dalla circolazione. Ma su Gotham City incombe una nuova minaccia…
Poniamo che siate appena usciti da una relazione lunga, intensa e passionale con – mettiamo – Jessica Alba (per le donne: Jude Law) e che da qualche settimana vi frequentiate, facciamo, con Cristiana Capotondi (per le donne: Fabio De Luigi). Il commento di amici e amiche sarà unanime: “Sì, però…”. La sindrome del “sì-però” non risparmia neanche il terzo e conclusivo, attesissimo capitolo della trilogia batmaniana dell’ormai semi-intoccabile Christopher Nolan, atteso alla sempre complicata e sdrucciolevole prova della chiusura del cerchio. Come se non bastasse, aveva aggiunto aspettative ad aspettative il sontuoso secondo capitolo, scandito da profondità non comuni nella costruzione della storia e dei personaggi e infiorettato dal più disturbante villain della storia del genere. Insomma, anche per “colpa” del film precedente, il Ritorno del Cavaliere Oscuro deve procedere spedito lungo un rettilineo sottilissimo, senza vie di fuga o possibilità di deviazioni: a tavoletta, sempre, dall’inizio alla fine. Là dove c’era l’inarrivabile Joker, c’è un Bane quasi (e ripetiamo quasi) all’altezza, impreziosito dagli occhi disperati dell’ottimo Tom Hardy; là dove c’era la donzella di turno c’è una conturbante Catwoman ad aumentare il carico di carne al fuoco. E poi i consueti stratagemmi di Nolan che, costretto ad accelerare in continuazione, si porta a spasso con disinvoltura da demiurgo i soliti quattro-cinque piani narrativi, restituendo all’Uomo Pipistrello la sua dimensione super-eroica. Molti i difetti, il principale dei quali è l’operazione malriuscita di innesto di elementi e situazioni spiccatamente fantasy in un contesto sempre parecchio “realistico” (i bar di Firenze, la partita di football, le bandiere americane). Per la serie: sono Nolan e non rinuncio al mio punto di vista, ma devo forzatamente ammannirvi gli arrivano-i-nostri, le infanzie difficili e i momenti spiega-tutto, altrimenti qui non ne vengo a capo. Pazienza. Agli atti – ben nascosti tra le pieghe di una sceneggiatura molto classica – pensieri sparsi sulla crisi economica, sulla gestione del potere e sui rischi della deriva populista, che non hanno mancato di scatenare il solito annoso dibattito: “Batman è di destra o di sinistra?”. Sorvoliamo. Il tanto criticato doppiaggio in italiano di Bane, a opera di Filippo Timi, in verità parecchio Kitsch e sopra le righe, aggiunge fumettosità alla vicenda e forse per questo (parere personalissimo) non disturba poi così tanto. Ora di nuovo al lavoro, Nolan, ché la vacanza è finita.

Voto: 7+



Figlio di un’operaia francese e di un suo collega spagnolo, Ricky è decisamente un bambino speciale.
Dal racconto “Moth” della scrittrice britannica Rose Tremain adattato dal parigino François Ozon, qui alla sua decima opera. Film inafferrabile che sfugge a tutte le convenzioni e classificazioni, partendo come un dramma proletario alla Loach e virando quindi verso il fantasy spielberghiano prima di riuscire infine a brillare di luce propria, risolvendosi in una generosa e commovente apologia della libertà, della tolleranza, della bellezza del diverso. Al netto, tuttavia, di ogni furbizia: Ozon gioca ammirevolmente a carte scoperte e – aiutato da una computer grafica insolita in un film d’autore – ci offre lo stesso intero spettro di visioni, sensazioni ed emozioni riservate ai protagonisti. Anche l’umore dello spettatore, perciò, cambia a seconda del registro del film: da “Ricky” si è nell’ordine incuriositi, spaventati, divertiti, angosciati e infine sollevati (o no?), grazie a un finale di serenità apparente che non cerca la lacrima a effetto ma, come da classico meccanismo ozoniano, instilla il germe del dubbio e costringe a ripensare al prologo. E se…? Una straordinaria Alexandra Lamy, attrice praticamente sconosciuta al di là dei confini francesi, dà vita a un bellissimo personaggio di madre.

Voto: 7,5



Il ricercatore Eddie Jessup conduce su sé stesso esperimenti estremi in cui, privandosi di ognuno dei cinque sensi, cerca di giungere fino alla propria coscienza, nel tentativo di risalire alla propria origine e a quella dell’uomo stesso.
Da un romanzo di Paddy Chayefsky a sua volta ispirato alla vita dello psichiatra statunitense John Lilly, inventore della vasca di deprivazione sensoriale di cui il protagonista del film fa largo uso. Film perturbante e complesso, cronenberghiano quasi ancora prima di Cronenberg (questo dovrebbe chiarire quanto grande è stato Ken Russell, maestro britannico degli anni ’60 e ’70 scomparso pochi giorni fa), aderisce perfettamente ai canoni estetici prediletti dall’autore e si lancia – ovviamente invano – nella sfida impossibile di rappresentare in immagini tutto l’esistente. Il punto di vista di Russell rimane un po’ ondivago, incerto sul da farsi, affascinato dalle opportunità a disposizione del suo talento visionario, ma timoroso di sbilanciarsi in una radicale riscrittura della storia dell’uomo e delle potenzialità della sua mente, tipica di una controcultura di cui in fondo non ha mai fatto parte. Rimane perciò sulla soglia e si accontenta di essere un film di sicuro impatto visivo, bello da vedere e dagli orizzonti non così vertiginosi. Film d’esordio di un energico e convincente William Hurt, nel cast c’è anche una piccola Drew Barrymore nel ruolo della figlia minore del protagonista.

Voto: 7=



In un paesino dell’Ohio, mentre stanno girando un cortometraggio horror, sei ragazzini si ritrovano testimoni di un catastrofico incidente ferroviario. Che nasconde ovviamente segreti ben più importanti…
Il secondo film di J.J. Abrams, già creatore di “Lost” e al debutto tre anni fa con l’ottimo “Cloverfield”, esce sotto l’ala protettiva del produttore Steven Spielberg: un’accoppiata dal quale era lecito aspettarsi scintille. Invece “Super-8” toglie molto e nulla aggiunge al filone delle fiabe-fantasy da cui attinge (per non scrivere plagia) a piene mani, tanto che il copione sembra scritto da Spielberg stesso in un pomeriggio estivo di sbadigli. Tra “E.T.” e “Incontri ravvicinati del terzo tipo” è la fiera del déjà-vu e della noia, dopo un prologo vivace e accattivante in puro stile Goonies che cede presto il passo alla solita chiassosa sarabanda di esplosioni ed effetti audio-visivi. Niente di che, insomma, per un film irrilevante che vorrebbe proporsi finalità di revival narrativo e stilistico ma vivacchia in una sufficienza senza uscita. Oltre a essere frettoloso e abborracciato, il finale è sinceramente imbarazzante, e insomma alla fine della fiera la cosa migliore è lo spassoso corto “The Case” che si può ammirare sui titoli di coda.

Voto: 5+



Il 5 novembre 1605 Guy Fawkes tentò, non riuscendoci, di far saltare in aria il re Giacomo I e il Parlamento inglese. Il 5 novembre 2019 un vendicatore mascherato si aggira in una Londra spettrale, governata da una dittatura che basa il proprio consenso sulla paura, ed è determinato a riprovarci nell’impresa.
Dall’omonima graphic novel di Alan Moore (che ha disconosciuto l’opera), il primo film post-Matrix dei fratelli Andy e Larry Wachowski, che compaiono nelle vesti di sceneggiatori e produttori lasciando il comando della cinepresa al loro collaboratore James McTeigue. Un film di cui – per iniziare con una vieta banalità – si è fatto un gran parlare. I motivi sono ovvi, specialmente in Italia, dove, a causa di un governo di mascalzoni, ogni tanto qualcuno si sveglia e propone maldestri tentativi d’imitazione del signor V. La prima domanda perciò dev’essere di natura morale (poi parleremo del film): posto che una società come quella qui rappresentata è del tutto irreale e improbabile (e la cosa traspare anche dal fumettistico stile di regia dei Wachowski o chi per loro), è giusto educare le masse a un’azione violenta, seppur di affrancamento dal tiranno? Può esistere una violenza a fin di bene? Un progetto di liberazione sociale e culturale può giustificare l’uccisione di agenti, funzionari, semplici poliziotti e altra svariata umanità? Quesiti che il testo originale di Moore, ben più complesso e verosimile, si pone evitando facili semplificazioni: niente raffazzonata storia d’amore tra V e Evey, mentre l’Alto Cancelliere Adam Sutler è tutt’altro che un incompetente e un ciarlatano e la sua malvagità non si risolve in qualche strigliata ai suoi sottoposti. Dopo qualche mese trascorso a contare i dollari ricavati dall’iper-sopravvalutato “Matrix”, i Wachowski ripropongono pari pari la formula: pillole di filosofia spicciola, nozionismo e citazioni a profusione per un presunto messaggio che è ben più banale e retorico di ciò che l’abile confezione vuol far credere. Pure, non si può negare il fascino di molte sequenze, come quella inaugurale in cui molti edifici londinesi esplodono sull’aria dell’Ouverture 1812 di Cajkovski, uno dei pezzi di musica classica più esaltanti che esistano. Alla fine il successo è arrivato, nel pieno dell’America bushiana e dell’Inghilterra insoddisfatta di Blair, anche grazie all’apporto fondamentale di un pubblico giovane/giovanissimo, vagamente nerd, impressionabile e mentalmente meglio disposto a sfasciare tutto rispetto alla media. Perché i Wachowski Bros sono dei gran volponi.

Voto: 6


Tredici anni dopo aver sognato il Paese delle meraviglie, Alice – ormai 19enne – viene nuovamente attirata dal Bianconiglio nel Sottomondo: scopre così che i personaggi che aveva incontrato la prima volta sono ora in pericolo, minacciati dalla tirannica Regina di Cuori. Lei e solo lei può riportare il Paese delle meraviglie all’antico splendore.
Tim Burton e il capolavoro di Lewis Carroll sono così evocativi che, combinati, fanno pensare ad una miscela potenzialmente esplosiva dalla quale – ancora prima di aver visto il film – non si può che essere estasiati o almeno affascinati; e ovviamente viceversa, dacché Alice in Wonderland reca con sé aspettative talmente alte che il pizzico più o meno grande di delusione è praticamente inevitabile. Burton cade ahinoi con tutte le scarpe nel rischio più temuto: quello di adagiarsi con imprevedibile pigrizia sullo sfavillante e immaginifico universo carrolliano, mutuandone sia le invenzioni che il linguaggio senza aggiungerci un surplus di fantasia che non sia la trama stessa (l’ipotetica prosecuzione del primo viaggio da parte di un’Alice maggiorenne e quasi in età da marito). La prima parte è un’esposizione sbadigliosa di gradevoli bizzarrie che punta al massimo risultato col minimo sforzo e più volte sfocia nel calligrafico: un po’ poco da chi, molte altre volte, aveva creato dal nulla veri e propri ben di dio e ora – mostrando anche un certo timore reverenziale nei confronti del testo originale, peraltro giustificato – sembra preferire cullarsi sugli allori di un successo annunciato. Il Burton’s touch, pressoché invisibile per oltre metà film (nulla di diverso da una produzione Disney di quelle innocuamente natalizie) o comunque ben nascosto dietro i prodigi del 3D e del motion capture, affiora finalmente nella parte conclusiva, votata all’esaltazione del potere dell’immaginazione e contraddistinta alla buon’ora da un po’ di personalità e sense of humour che rendano più coinvolgente la visione: il personaggio di Alice (la semi-esordiente australiana Mia Wasikowska, ingiudicabile) acquista spessore e ne giova l’intera vicenda, che riesce finalmente a superare la bidimensionalità da catalogo delle Meraviglie del Paese delle Meraviglie. Raramente si è visto un Johnny Depp così sottotono, specialmente se diretto dal suo regista preferito; sostanzialmente sbagliati anche tutti i personaggi secondari, ad eccezione del folle Leprotto Bisestile e in parte della Regina di Cuori, nobilitata dalla consueta grande prova della consorte Helena Bonham Carter. La cosiddetta “deliranza” del Cappellaio Matto è forse la più grande boiata mai concepita dalla mente di Tim Burton.

Voto: 5,5

Il dottor Parnassus gira Londra insieme alla sua scalcagnata compagnia per mostrare agli scettici passanti il suo specchio magico, attraverso il quale è possibile entrare in mondi misteriosi e fantastici dove l’immaginazione di ognuno diventa realtà. Lo specchio è un dono del Diavolo, che in cambio però ha preteso l’anima della figlia di Parnassus al compimento del sedicesimo anno di età.
L’ultimo film di Heath Ledger, la cui tragica morte sopraggiunse nel bel mezzo delle riprese, è prima di tutto un omaggio all’attore australiano: esplicito, come da didascalia finale e da sinceri e teneri cammei dei tre divi Depp, Law e Farrell che hanno accettato ruoli minori per omaggiarlo, e sottinteso nei tanti frammenti che sembrano realizzati apposta per eternare la figura di Ledger, dall’ingresso in scena appeso a una corda sotto il ponte dei Frati Neri (citazione del caso Calvi, che come ha sottolineato lo stesso Gilliam “solo gli italiani coglieranno”) fino al monologo di Depp con la partecipazione di Rudy Valentino, James Dean e lady Diana. Orazioni funebri a parte, è un film che non sfigura nel Pantheon dell’opera omnia gilliamiana: viene appagato il consueto gusto per l’eccesso e per lo svolazzo stilistico a serio rischio di svarionamenti, ma intorno il regista ex Monty Python ci costruisce una storia suggestiva che ha il carburante per reggere due ore ad alta quota; l’esaltazione del potere dell’immaginazione, tema nodale in Gilliam già da “Brazil” in poi, trova qui il suo degno collocamento in una storia fatalmente faustiana, ma dalle atmosfere felliniane (anche se il tocco del regista è perfettamente riconoscibile nelle sue scenografie magniloquenti, le sue inquadrature nervose, i suoi deliri visivi senza rete); i nemici non sono la burocrazia o gli adulti, ma semplicemente la Realtà, che rende Tony un lestofante e l’esimio Parnassus un modesto clochard. Un film che è un urlo: evadere, bisogna.


2154: l’uomo (= gli americani) vuole colonizzare il pianeta Pandora, ricco di Unobtanium (un raro minerale che rappresenta l’unica fonte di energia per mandare avanti la Terra) ma abitato dal popolo dei Na’vi; per perseguire il proprio obiettivo ha inviato su Pandora una squadra di ex marines e ricercatori nel tentativo di convincere i Na’vi a stabilire un contatto o comunque a cedere la preziosa risorsa. Jake Sully, ex marine ridotto su una sedia a rotelle, viene spedito su Pandora utilizzando un avatar, un alter ego creato in laboratorio geneticamente identico a lui ed esteticamente somigliante ai Na’vi.
Premesso che qualsiasi recensione fa un baffo al film che ha incassato di più nella storia (due miliardi di dollari superati nell’ultimo weekend, and counting), non è oggettivamente sbagliato dire che qualcosa come “Avatar” mai si era visto prima in una sala cinematografica. L’uso della tecnologia, del digitale e degli effetti speciali ha dello strabiliante, raggiungendo risultati grandiosi nella rappresentazione dell’ecosistema pandoriano e nella naturalezza dei movimenti del popolo e della fauna Na’vi, nella più classica e spettacolare delle dimostrazioni di forza di Hollywood e di James Cameron in particolare, vero archetipo della filosofia yankee applicata alla settima arte. Già nel 1989 il regista canadese si era cimentato nel fanta-kolossal con moraletta ambientalista incorporata, il dimenticabilissimo “The Abyss” che – per quanto di fattura stupefacente all’epoca – difettava clamorosamente di consistenza al momento del dunque, fino a macchiarsi di ridicolo involontario nel finale. La tenuta drammatica di “Avatar”, al contrario, regge senza scossoni fino al centosessantesimo minuto, tanto da proporre il film come pilastro di un ideale Pantheon della science-fiction di ogni tempo (la cura riservata all’armamentario militare del ventiduesimo secolo è ancora più notevole dell’inventiva adoperata per immaginare Pandora). Il mito dell’America come unico luogo degno del mondo è del resto storia vecchia per il cinema USA, e “Avatar” non fa eccezione; né ci dev’essere molto da scandalizzarsi per le semplificazioni di una sceneggiatura che non si preoccupa di cadere nel didascalico più avanzato (il primo dialogo/spiegazione tra Parker e la dottoressa Augustine, talmente goffo da riderne), convinta che ogni perplessità sarà cancellata dagli “oooh” di meraviglia con cui il pubblico accoglierà la scena successiva (e gli “oooh” ci sono sul serio, fidatevi). Personaggi dalla psicologia tagliata con l’accetta e plot scopiazzato qui e lì da “Pocahontas”, “Balla coi lupi” e “Braveheart” (quando Jake arringa i Na’vi prima della battaglia finale sembra davvero di sentire William Wallace). Film tuttavia imperdibile, comunque la si pensi. James Horner prenota il suo secondo Oscar dopo “Titanic”, ma “I see you” di Leona Lewis sui titoli di coda non è neanche paragonabile alla ben nota nenia di Celine Dion. Fa sorridere che a sparare a zero su “un cinema contemporaneo dominato da immagini virtuali e artificiali, in cui l’uomo non è più al centro” sia stato nelle scorse settimane Roberto Faenza, responsabile di alcuni tra i peggiori crimini cinematografici commessi in Italia negli ultimi quattro-cinque anni.

Voto: 7,5

Trivia
(Il film è costituito per il 60% da azioni realizzate in computer grafica)
(Film dalla genesi molto complicata: Cameron interruppe la lavorazione, cominciata già negli anni ’90, finchè dinanzi al personaggio di Gollum nel “Signore degli anelli” non si convinse dei progressi della CGI)
(Per creare la lingua Na’vi, Cameron si è avvalso della decisiva collaborazione del linguista Paul R. Frommer, che lo ha aiutato a inventare circa mille parole che non assomigliassero a nessun’altra lingua parlata sulla Terra ma che fossero comunque facilmente memorizzabili dagli attori)
(Primo film di fantascienza di James Cameron che non menziona o mostra armi nucleari)
(Per ottenere il ruolo di Jake Sully, lo sconosciuto Sam Worthington ha superato la concorrenza di attori come Matt Damon e Jake Gyllenhaal)

Il dottor Parnassus gira Londra insieme alla sua scalcagnata compagnia per mostrare agli scettici passanti il suo specchio magico, attraverso il quale è possibile entrare in mondi misteriosi e fantastici dove l’immaginazione di ognuno diventa realtà. Lo specchio è un dono del Diavolo, che in cambio però ha preteso l’anima della figlia di Parnassus al compimento del sedicesimo anno di età.
L’ultimo film di Heath Ledger, la cui tragica morte sopraggiunse nel bel mezzo delle riprese, è prima di tutto un omaggio all’attore australiano: esplicito, come da didascalia finale e da sinceri e teneri cammei dei tre divi Depp, Law e Farrell che hanno accettato ruoli minori per omaggiarlo, e sottinteso nei tanti frammenti che sembrano realizzati apposta per eternare la figura di Ledger, dall’ingresso in scena appeso a una corda sotto il ponte dei Frati Neri (citazione del caso Calvi, che come ha sottolineato lo stesso Gilliam “solo gli italiani coglieranno”) fino al monologo di Depp con la partecipazione di Rudy Valentino, James Dean e lady Diana. Orazioni funebri a parte, è un film che non sfigura nel Pantheon dell’opera omnia gilliamiana: viene appagato il consueto gusto per l’eccesso e per lo svolazzo stilistico a serio rischio di svarionamenti, ma intorno il regista ex Monty Python ci costruisce una storia suggestiva che ha il carburante per reggere due ore ad alta quota; l’esaltazione del potere dell’immaginazione, tema nodale in Gilliam già da “Brazil” in poi, trova qui il suo degno collocamento in una storia fatalmente faustiana, ma dalle atmosfere felliniane (anche se il tocco del regista è perfettamente riconoscibile nelle sue scenografie magniloquenti, le sue inquadrature nervose, i suoi deliri visivi senza rete); i nemici non sono la burocrazia o gli adulti, ma semplicemente la Realtà, che rende Tony un lestofante e l’esimio Parnassus un modesto clochard. Un film che è un urlo: evadere, bisogna.
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