Category: Giallo


donnadomenica

Torino: l’architetto Garrone, uomo dalla moralità discutibile, viene trovato ucciso in casa sua, ferito a morte alla testa con un grosso fallo di pietra. Il commissario Santamaria indaga: l’assassino? Il movente?
Dall’omonimo romanzo di successo (1972) di Carlo Fruttero e Franco Lucentini, un giallo brillante di ritmo sostenuto, scrittura briosa (di Age e Scarpelli) e qualche indulgenza letteraria di troppo. La trasposizione all’opera è piuttosto fedele e questo forse giustifica una tendenza decisamente marcata all’accumulo e all’eccesso di fatti, idee e suggestioni, quasi che, a tralasciare qualche passaggio o situazione, si facesse un torto al testo originale. Il cast è moderatamente ispirato e alla fine della fiera il migliore è il solito Mastroianni, magistrale come sempre nell’equilibrismo tra farsa e tragedia. L’artigiano Comencini dirige il traffico e, forte di un’adeguata copertura commerciale, si prende qualche libertà di linguaggio e messa in scena, anche se non riesce completamente a tradurre in immagini il brulicante microcosmo della buona borghesia torinese, ritratta in un contorno insolitamente caldo ed estivo. Ci si affida perciò a uno stuolo di caratteristi infallibili, tra cui spicca – in una delle sue rare apparizioni al cinema – Lina Volonghi nel caustico e indimenticabile ruolo della vedova Tabusso. Piccola parte per Antonino Faà di Bruno (il padre di Massimo), che lo stesso anno si consegnò all’immortalità cinematografica (e non solo) interpretando il Duca-Conte Semenzara nel “Secondo Tragico Fantozzi” di Luciano Salce.

Voto: 7-


Un vecchio avvocato con problemi di salute accetta di tornare al lavoro per difendere un uomo accusato dell’omicidio di una ricca zitella, credendolo innocente contro ogni evidenza.
Dal racconto omonimo (e poi pièce teatrale di successo) di Agatha Christie, uno dei grandi classici del cinema americano tribunalizio. Come non di rado avviene in un film di Billy Wilder, c’è tutto e tutto è al posto giusto: ritmo serrato, colpi di scena, questione morale, sense of humour, l’innata dote di esaltare la drammaticità della storia e dei personaggi comprimendola in pochi spazi angusti (flashback a parte, tutto si svolge in due luoghi: casa di Robarts e tribunale) ed en passant grandi interpretazioni (sontuosi Laughton e Marlene Dietrich). Diventa inutile e noioso solamente recensire film come questo, perché proprio non c’è niente che non vada. Ultimo film di Tyrone Power, due anni prima di morire d’infarto sul set di “Salomone e la regina di Saba”.

Voto: 7,5 

Trivia
(Nella realtà Charles Laughton e l’infermiera Elsa Lanchester erano marito e moglie)
(Nel trailer di 4 minuti che precedette il film, Charles Laughton appare nel ruolo di sé stesso e si rivolge direttamente al pubblico)
(Charles Laughton aggiunse al suo personaggio la caratteristica del monocolo per scrutare e intimidire i suoi clienti)


Sul celeberrimo Orient Express, in viaggio da Istanbul verso Parigi ma bloccato da una bufera di neve, viene commesso un omicidio. Il detective Hercule Poirot, casualmente tra i passeggeri, indaga.
Dall’omonimo romanzo di Agatha Christie, più adatto ad una trasposizione teatrale che cinematografica. Per agevolarsi l’arduo compito, il produttore Richard Goodwin scelse un gran direttore d’attori (da “La parola ai giurati” in poi) come Sidney Lumet e un cast sfarzoso in cui nei ruoli minori capita che ci siano Ingrid Bergman, Vanessa Redgrave o John Gielgud. Ha il difetto di moltissimi mystery movies: alla seconda visione emergono tutte le inevitabili smagliature del faticoso passaggio dalla cellulosa alla celluloide, in particolare una prima parte introduttiva interminabile e laboriosissima nel dover far tenere a mente allo spettatore ogni faccia, ogni nome, ogni ruolo. Comunque gradevole e incisivo nella – ben nota – conclusione.
Voto: 6

Trivia
(Già all’epoca del film l’Orient Express non esisteva più, e ciò che ne rimaneva fu usato per girare alcuni esterni)
(Agatha Christie assistette a 84 anni alla prima del film nel novembre 1974, e fu il primo e unico film tratto da una sua opera per la quale si dichiarò “totalmente soddisfatta”, in particolare dall’interpretazione di Albert Finney)
(All’epoca del film Albert Finney aveva appena 38 anni, ed era solo la terza scelta per interpretare Poirot; avevano rifiutato sia Alec Guinness che Paul Scofield)
 

  

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Roger “Verbal” Kint è uno dei due superstiti di una tentata rapina a una nave ormeggiata nel porto di San Pedro, finita in strage. A lui si affida la polizia di Los Angeles per scoprire il mandante e l’esecutore del massacro.
Rarissimo caso di film fondato su un gigantesco imbroglio, un vero e proprio inganno allo spettatore al quale, più che una falsa pista, si dà in pasto una falsa storia. Fruttò un Oscar (meritato? ma sì) alla sceneggiatura di Christopher McQuarrie (del quale, da lì in poi, si sono perse le tracce, come fosse un Keyser Soze qualsiasi), alla quale va ascritto quasi interamente il merito del buonissimo risultato di un film che ha spostato di molto in avanti la soglia di tollerabilità del fattore colpo di scena al cinema. Bryan Singer, non ancora autore di blockbuster di successo, si applica per distinguere “I soliti sospetti” dalla media dei banali gialli-thriller, ma la sua regia passa sotto traccia al cospetto di una storia volutamente (è questo il bello) cervellotica e difficile da seguire. Qualsiasi presunto messaggio o significato nascosto, perciò, è completamente inutile. La chiave del film sta nell’interrogatorio del marinaio in ospedale, a patto che voi conosciate l’ungherese. Il 1995 fu l’anno dell’esplosione di Kevin Spacey che, oltre all’Oscar come “Verbal” Kint, diede anche corpo al memorabile personaggio di John Doe in “Se7en”, nel miglior finale di film degli anni ’90.

Voto: 7

Trivia
(La scena del confronto all’americana era stata inizialmente pensata come una scena drammatica, ma il fatto che gli attori non riuscissero a rimanere seri e sbagliassero quasi sempre le battute portò Singer a trasformarla in una scena più divertente)
(Il ruolo di Kujan fu offerto a Robert De Niro e Christopher Walken, ma entrambi rifiutarono. Anche Al Pacino fu costretto a rifiutare per precedenti impegni, ma ha affermato che questo film è quello che gli dispiace di più di non aver potuto fare)
(Le dita della mano sinistra di Kevin Spacey furono incollate per rendere più verosimile il suo handicap)
(Quando Hockney dice in risposta a Fenster “Che cosa ha detto?”, è proprio perchè l’attore Kevin Pollak non ha capito che cosa ha appena detto Benicio Del Toro)

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