Category: Horror




Alcolizzato e con problemi economici, lo scrittore Jack Torrance accetta di passare l’inverno con moglie e figlio come guardiano di un tetro albergo nelle montagne del Colorado, incurante delle voci inquietanti sul passato dell’hotel.
Dopo la commedia (“Lolita”), il film bellico (“Orizzonti di gloria”), la fantascienza (“2001: Odissea nello spazio”) e il film storico (“Barry Lyndon”), ecco la via kubrickiana al genere horror. Molto liberamente ispiratosi all’omonimo romanzo di Stephen King, Kubrick rompe la logica e la consequenzialità (si fa per dire, è pur sempre un romanzo fantasy) della vicenda originale e la trasporta nel suo universo, dove lo spazio e il tempo non hanno le regole della realtà ma i contorni confusi e sfumati dell’incubo. Un mese dopo, martedì, sabato, ore 16, in un dilatarsi e scomparire che è esso stesso labirinto. Come l’universo di “2001”, carico di colori stordenti e suoni sgradevoli, l’Overlook si richiude su sé stesso e rimette in discussione i più elementari principi, in una delirante escalation di autodistruzione che ricorda la devastante esperienza “oltre l’infinito” dell’astronauta Bowman. Opera allucinatoria anche per lo spettatore, accecato dalle luci e disturbato dalle musiche violente e cacofoniche, che alimentano le illusioni e le allusioni. Tutto ha una duplice chiave di lettura, forse anche triplice: oltre a essere letteralmente “murder” al contrario, la parola “redrum” scritta da Danny sulla porta può essere anche “red room” – riferimento al sangue – e persino “red drum”, il tamburo rosso degli indiani d’America. Proprio lo sterminio dei pellerossa è uno dei tanti e insistiti riferimenti alle favole (Pollicino), alle leggende, ai miti e alla storia americana (il maglioncino di Danny con il disegno dell’Apollo 11). Film ricolmo di scene memorabili (Wendy che legge terrorizzata ciò che il marito ha battuto a macchina è uno dei massimi momenti thriller di tutti i tempi) e oggetto decennale di studi, speculazioni, illazioni (lo scorso giugno è stato presentato a Cannes “Room 237”, documentario gustosissimo e un po’ paranoico sui significati nascosti del film). Prodigioso anche tecnicamente, con il celeberrimo uso della steadicam e del montaggio audio-video con risultati che fanno tuttora ghiacciare il sangue. Shelley Duvall uscì a pezzi dalla lunga e forzata convivenza con due personalità complicate come quelle di Kubrick e Jack Nicholson.

Voto: 8

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Costretta per un weekend nell’inospitale Bodega Bay per andare dietro a un bel forestiero, la ricca e capricciosa Melania deve purtroppo fare i conti con una certa quale ostilità di corvi, gabbiani e altre creature volanti del luogo.
Dopo il successo e lo choc provocato in tutto il mondo da “Psyco” (1960), ecco la seconda escursione di Alfred Hitchcock nell’horror puro. Ancora più radicale della precedente, “The Birds” è un’opera insulsa e pretestuosa dal punto di vista della trama e della sceneggiatura, ma possiede una tecnica clamorosamente innovativa, in cui viene per esempio soppressa qualsiasi colonna sonora extra-diegetica e gli inquietanti versi degli uccellacci – creati elettronicamente con un marchingegno chiamato Trautonium – la fanno da padroni da metà film in avanti. Hitch sfoga la sua voglia di grand-guignol con un montaggio invadente e martellante e una regia che è essa stessa il film: rimangono memorabili frammenti come il macabro primo piano sul cadavere con gli occhi cavati o la soggettiva dall’alto degli uccelli che si preparano ad attaccare la città. Anche se l’origine della rabbia pennuta non viene mai spiegata esplicitamente – accrescendo grottescamente il senso di folle angoscia che incombe su tutto il film – si sprecano le allusioni e i sottotesti di natura religiosa e sessuale, incoraggiati dall’indole notoriamente puritana di Hitchcock. Il tema dell’inadeguatezza umana di fronte alla furia della natura (che qui ha tutta l’aria e le sembianze di una punizione divina, non solo perchè arriva “dall’alto”) è alimentato dalla vaga raffigurazione dei due protagonisti come personaggi dissoluti: li interpretano i maldestri Rod Taylor e Tippi Hedren, che formano una coppia di protagonisti di rara inefficacia. Caso più unico che raro di film in cui i titoli di coda – compreso il canonico “The End” – sono del tutto assenti.

Voto: 7



Svezia, anni ’80: un timido 12enne tormentato dai bulli rimane affascinato dalla nuova vicina di casa sua coetanea, fino a scoprire che, dietro i suoi strani e ombrosi comportamenti, si nasconde una natura da vampira.
Come sono diversi e appassionanti i teen movie all’europea, se non altro perché orgogliosamente diversi dal Modello Unico Americano, conformista e fastidiosamente pruriginoso, che ha attecchito ormai da anni ahinoi anche a queste latitudini. “Lasciami entrare” è il film d’esordio al cinema del 43enne svedese Tomas Alfredson, un passato da regista televisivo prima di questo grande successo che è stato notato anche da Hollywood (è uscito il 30 settembre “Blood Story”, remake dichiarato a opera di Matt Reeves, quello di “Cloverfield”). Le cadenze sono più gelide e rilassate, il riferimento a Bergman è fin troppo ovvio e stucchevole ma i frequenti simbolismi e l’atmosfera di sospesa magia sembrano proprio andare a parare in quella direzione. Nella costruzione dell’inquadratura e del meccanismo di suspense, spesso impeccabile, sembra invece di rivedere il Michael Haneke più limpido. Quanto al tocco personale, Alfredson se lo riserva nelle improvvise e terrificanti esplosioni horror, la cui (presunta) efferatezza stilistica è necessaria e finanche benvenuta, se serve a fare da controcanto alla delicata e dolcissima storia d’amore e di sangue dei due giovani protagonisti. Tanti momenti incantevoli di durata variabile, dalla sequenza lunga (la scena del primo delitto, la morte dell'”accompagnatore”) al singolo frammento (l’immagine incongrua della mutilazione genitale di Eli). Si può dunque fare horror d’autore con pretese addirittura formative? Certamente sì. Chi, avendoli visti entrambi, gli preferisce “Twilight” ha solo da vergognarsi.

Voto: 7,5

cloverfield
Gli alieni piombano su New York e iniziano a distruggerla; non si sa chi siano, né da dove provengano, né cosa vogliono. Manhattan è in stato d’assedio e quattro ragazzi fuggono verso la salvezza filmando tutto con una videocamera.
Quella che è alla base di “Cloverfield” non può certo dirsi un’idea originale: dall’ineffabile “Cannibal Holocaust” di Ruggero Deodato alla furbissima operazione di “The Blair Witch Project”, il finto video amatoriale che documenta “una-storia-realmente-accaduta” è espediente intelligente e può essere davvero efficace se utilizzato con cognizione di causa. E’ questo, appunto, il caso di “Cloverfield”, sul quale sarà il caso di affrontare due tipi di discorso: uno strettamente legato alla materia narrativa dell’opera, la cui struttura, sommamente scaltra, è costellata di genialità (il video principale che viene sovrapposto ad un vecchio filmino che ricompare nel finale con un elemento rivelatore) e sottolinea la qualità della scrittura di Drew Goddard (già sceneggiatore e produttore di “Lost”, insieme al sodale J.J. Abrams, vero ideatore di questo film); l’altro, il più interessante, più meta-artistico, in cui è evidente la simbiosi tra il Mostro (e i suoi parassiti derivati) e la Videocamera stessa, anch’essa iper-fagocitante, desiderosa di invadere la privacy di ogni personaggio – siano essi più o meno “amici” – e impassibile anche di fronte all’orrore (si legga a tal proposito l’interessante analisi di Alessandro Baratti su spietati.it, che paragona Hud al pirandelliano Serafino Gubbio). Memorabili i dieci secondi in cui la camera viene ingoiata e poi sputata dalla Creatura.

Voto: 8-

Trivia
(Senza colonna sonora; la musica sui titoli di coda parte solo dopo novanta secondi dall’inizio dei titoli)
(Jason indossa una t-shirt della fittizia marca “Slusho!”, stesso nome di una bevanda altrettanto fittizia che compare in un episodio di “Alias”, serie tv del 2001 prodotta dallo stesso J.J. Abrams)
(Il film inizia il 27 aprile e termina il 23 maggio esattamente alla stessa ora: le 6 e 42 del mattino)
(Nell’ultima scena, che mostra Rob e Beth a Coney Island, è possibile vedere al rallentatore un oggetto sullo sfondo che cade in mare. In molti ritengono che sia il satellite responsabile del risveglio del mostro sommerso nelle acque circostanti)

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Uno psicologo infantile in crisi con la moglie si dedica anima e corpo (ehm) al suo ultimo paziente, un bambino introverso e con problemi familiari che sostiene di riuscire a vedere le persone morte.
Opera prima dell’indo-americano Manoj Night Shyamalan, ambientata a Philadelphia, la sua città d’adozione. La svolta della Disney verso il cinema cosiddetto “adulto”, anche se solidamente ancorato ad ambizioni soprattutto commerciali, partì nel 1999 da questo thriller paranormale che ha profondamente influenzato la storia del genere, fino a far sorgere un vero e proprio filone alternativo con risultati molto raramente all’altezza del capostipite. Shyamalan, registicamente affine a un certo Carpenter per la semplicità non banale con cui è padrone della delicatissima materia thriller-horror (là dove lo scivolone è a meno di un passo), fa le cose per bene anche da sceneggiatore: appronta una strategia della tensione che si rifà a precedenti illustri (viene in mente il Friedkin de “L’esorcista” per come questo film è diviso in due: nella prima parte evoca e inquieta, nella seconda parte mostra) e culmina in un finale che ha fatto scuola, obbligando il pubblico a ripercorrere mentalmente l’intero film e a riconsiderarlo alla luce delle rivelazioni finali. Certo, non è tutt’oro ciò che luccica, a cominciare dalla natura intrinseca di film usa-e-getta, che perde molto del suo valore alla seconda visione. Grandissimo successo di pubblico in tutto il mondo, contribuì a sdoganare Bruce Willis molto più efficacemente di Brian De Palma, e lanciò nel firmamento hollywoodiano l’effimero Haley Joel Osment, bambino prodigio ormai ventenne finito da qualche anno a doppiare cartoni animati.

Voto: 7

Trivia
(Uno dei soli quattro horror della storia ad aver ricevuto una nomination all’Oscar come miglior film)
(Stando a ciò che si dice in giro, i motivi della scelta di Haley Joel Osment nel ruolo di Cole Sear sono stati tre: perché era il più bravo, perché era l’unico dei bambini da provinare a indossare la cravatta e perché, alla domanda di Shyamalan se avesse letto la parte, aveva risposto “Sì, l’ho letta tre volte stanotte”. “Hai letto tre volte la tua parte stanotte?”, gli aveva quindi chiesto Shyamalan. “No, stanotte ho letto tre volte la sceneggiatura”)

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Alla vigilia di Halloween un maniaco omicida scappa dalla clinica nella quale era rinchiuso da 15 anni. Problemi di ordine pubblico.
Della trilogia horror che ha rivoluzionato la storia del genere e ha segnato gli anni ’70 in senso non solo strettamente cinematografico (gli altri due sono “Non aprite quella porta” e “Profondo rosso”), “Halloween” è il migliore essenzialmente per due motivi: il primo, squisitamente tecnico, sta nell’abilità magistrale con cui John Carpenter costruisce un estenuante accumulo di tensione senza tuttavia garantire la definitiva venuta a capo della vicenda (finale geniale), di modo che lo spettatore, costretto a navigare a spanne, si trovi nella stessa frustrante condizione dei personaggi del film; il secondo, concettuale, è la roboante strafottenza con cui Carpenter svuota l’horror delle sue classiche problematiche relative alla trama e alla sua verosimiglianza, scoglio su cui si sono spesso infranti fior di film (si pensi a “Profondo rosso” e al suo plot forzatamente carico di chiacchiere psicanalitiche, che fa acqua da tutte le parti), per fregarsene altamente e proporre all’atterrito pubblico novanta minuti di puro Cinema, inaugurati dal memorabile piano-sequenza iniziale che, con le sue sfacciate manipolazioni della dimensione temporale, è già un’audace anticipazione di programma (l’improbabile sveltina-troppo-sveltina tra la ragazza e il suo boyfriend ne è l’apoteosi). Un discreto paio di omaggi al maestro Hitchcock (“Psyco”, “Delitto perfetto”), molto meno invadenti degli horror citazionisti prodotti nei decenni successivi da Wes Craven e i suoi accoliti.

Voto: 8=

Trivia
(Primo film di Jamie Lee Curtis)
(Girato in sole tre settimane in primavera nella California del Sud, Carpenter ovviò al problema della stagione decorando gli alberi del luogo con pezzi di carta dai tipici colori autunnali)
(“La cosa da un altro mondo”, il film del 1951 che i bambini guardano in tv la sera di Halloween, sarà l’oggetto di un remake dello stesso Carpenter nel 1982)
(Il personaggio del medico, Sam Loomis, ha lo stesso nome dell’amante di Marion Crane in “Psyco”, un personaggio interpretato da Janet Leigh, madre di Jamie Lee Curtis, il cui padre è Tony Curtis)

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Un pianista inglese e una giornalista indagano su un misterioso pazzo omicida che accoppa le sue vittime a colpi di mannaia.
Il più noto – ma non il migliore – dei film di Dario Argento, quello che gli ha dato la fama internazionale come vetta dell’horror gotico. Sintetizzando con brutalità degna degli ammazzamenti di questo film, è una stronzata di gran classe: di rara inettitudine non tanto nella sceneggiatura quanto proprio nel soggetto iniziale, ma costellato di momenti di cinema notevolissimo dov’è benvenuto anche il grand-guignol più riprovevole e deplorevole, perché provvisto a suo modo di un’originalità che va a braccetto con un’innegabile capacità di sorprendere. Argento si rivela dunque cineasta raffinato, che per capire e spaventarci ci invita a guardare e soprattutto ascoltare: ma, delle cinque componenti del sonoro – silenzio, musica, effetti sonori, rumori, dialoghi –, quest’ultima è la meno importante. Tutte le sequenze dei delitti sono entrate nel gotha del genere: se avessimo un coltello alla gola che ci costringesse a sceglierne una, la scelta cadrebbe sul merlo indiano. Daria Nicolodi, moglie del regista, è tremenda spalla di un David Hemmings in fase di rilancio. Sempiterne musiche di Giorgio Gaslini & Goblins.

Voto: 6,5

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Vampirizzata a pochi giorni dalla laurea, una studentessa in filosofia diventa a tutti gli effetti “una di loro”: ma se all’inizio ne trae beneficio e vitalità, a lungo andare la sua condizione precipita nella tossicodipendenza.
Anni ’90, anni di vampiri: al barocchismo di Coppola e alle elucubrazioni glamour-chic dell’ “Intervista col vampiro” di Neil Jordan risponde un Abel Ferrara alla svolta della sua carriera, tre anni dopo il neorealismo urbano del “Cattivo Tenente”: ecco il suo primo horror cattolico. Il vampirismo diventa, in grami tempi di psicosi-AIDS e allarmi droga, la feroce metafora di un mondo che paga col dolore e la sofferenza i propri slanci oltre la barriera del possibile, più eticamente che razionalmente. Una visione integralista che Ferrara cerca di rendere autorevole innestando a dosi massicce pillole di filosofia che fanno talvolta l’effetto delle frasi dei baci Perugina. Meglio la seconda parte, impreziosita da un grandioso cammeo di Christopher Walken e dalla visionaria scena della festa di laurea, empito di coraggio da parte di un regista che non si è mai fatto problemi nello sfidare il senso del ridicolo e del filmabile rimanendo al di qua del limite. Candidato all’Orso d’Oro a Berlino, girato in soli 20 giorni.

Voto: 6,5

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