Category: Il meglio del meglio




Prima Guerra Mondiale. Un generale dell’Esercito francese ordina alle sue truppe una missione suicida: conquistare una postazione nemica lontana e molto ben sorvegliata. Vista l’oggettiva impossibilità di portare a termine la missione, il generale ordina la fucilazione di tre soldati a caso per dare l’esempio.
Dall’omonimo romanzo di Humphrey Cobb. Erano trascorsi poco più di dieci anni dalla conclusione della Seconda Guerra Mondiale e la rivisitazione del conflitto in chiave critica era ancora un tema tabù, specialmente nella paludatissima America. “Orizzonti di gloria”, quarta opera del 29enne Stanley Kubrick, fu il primo film ad affrontare la questione, collocandola in un diverso contesto spazio-temporale (l’esercito francese durante la Grande Guerra) anche per evitare censure e difficoltà di produzione. Film di coraggio cristallino nel rinunciare a trasmettere messaggi positivi e patriottici legati alla guerra (“Il patriottismo è l’ultimo rifugio delle canaglie”, afferma addirittura il colonnello Dax), per affrontare la materia per quel che é: un orrore senza fondo dove tutti gli uomini sono spinti per inerzia a dare il peggio di sé. Nella visione del mondo kubrickiana, che – al di là del surreale esordio con “Paura e desiderio” – non è mai mutata dal “Bacio dell’assassino” al conclusivo “Eyes Wide Shut”, la guerra è l’unico tema che impone la massima chiarezza espositiva possibile, giustificando persino un certo didascalismo, senza sfumature né concessioni alla metafora, al paradosso o all’ironia (le riflessioni si faranno ancora più profonde e radicali trent’anni dopo in “Full Metal Jacket”). Ciò che gli fa da contorno, dalla crudeltà del generale Mireau alla vigliaccheria del generale Broulard e degli stessi soldati semplici al momento dell’estrazione dei tre destinati all’esecuzione, sono tasselli del grande discorso sul genere umano condotto dal pessimista Kubrick in tutta la sua carriera: le persone sono malvage o nel migliore dei casi mediocri, e perciò destinate a soccombere al cospetto del caso, della natura, della Storia. Per ovvi motivi non fu accolto benissimo in Francia, dove uscì al cinema solamente nel 1975. Nel memorabile finale alla locanda, la ragazza tedesca che canta la struggente “Der Treuer Husar” è Susanne Christian, futura moglie di Kubrick.

Voto: 8



Il detective WIlliam Chance è ossessionato dall’idea di catturare Rick Masters, abilissimo falsario che ha ucciso il suo collega e miglior amico Jimmy quando gli mancavano solo due giorni alla pensione.
Approdato al ventunesimo secolo accompagnato dall’impegnativa definizione di “miglior thriller degli anni ’80”, il dodicesimo film di William Friedkin – cavallo pazzo per antonomasia del cinema americano – diventò da subito un vero e proprio cult-movie, non popolarissimo presso il pubblico “medio” che a metà di quel decennio prediligeva modelli cinematografici più rassicuranti ed edonistici, tuttavia idolatrato da legioni di cineasti statunitensi e non solo, a partire da Michael Mann che si ispirò pesantemente per il successivo “Manhunter – Frammenti di un omicidio” (1986, sempre con William Petersen protagonista). Tecnicamente superbo come quasi tutti i film di Friedkin, è una sorta di aggiornamento del “Braccio violento della legge” agli anni ’80, specialmente negli innovativi aspetti estetici e formali, dal look dei protagonisti alla splendida colonna sonora, che rende tuttora esemplari per ritmo e montaggio scene come quella che ritrae il falsario Rick Masters alle prese con la lavorazione delle banconote. Ma c’è, naturalmente, molto di più: una visione del mondo e della lotta al crimine per nulla consolatoria, com’era imperativo categorico ai tempi; il tarlo della corruzione, morale ancor prima che materiale, che abita tanto nei cattivi quanto nei buoni; la rabbia e la pena di vivere negli Stati Uniti, condizione piuttosto insolita nel cinema dell’America reaganiana. Grande sceneggiatura e bellissimi personaggi minori che brillano senza ostentare come il galoppino di John Turturro o l’ambiguo avvocato di Dean Stockwell. Citazione finale per l’estenuante inseguimento contromano per gli stradoni di Los Angeles, esempio ormai classico di sequenza d’azione tesa fino al parossismo senza mai rimetterci in termini di tensione o credibilità.

Voto: 8=



Convinto dai suoi familiari a presentarsi ai provini per il Grande Fratello, il pescivendolo napoletano Luciano Ciotola è fermamente convinto di avere i numeri per riuscire a entrare nella Casa, avere successo, diventare ricco e famoso. Ce la farà?
Il ritorno al cinema di Matteo Garrone, a quattro anni da “Gomorra”, è innanzitutto un atto di grande coraggio professionale: avrebbe potuto rimanere a lungo nella comoda e protettiva nicchia del cinema “impegnato”, quel tipo di film in cui – per citare un’immortale battuta di “Boris” – “ce se capisce e nun ce se capisce”, e invece ha deciso di rimettersi in discussione, tenendo a bada il demone dell’Autore (leggi alla voce Sorrentino). Ecco dunque questo splendido esempio di cinema pop alla maniera – aggiornata e rivisitata – degli Scola e dei Dino Risi, puro artigianato ma con la cura dei dettagli e l’amore per i particolari di Fellini. La storia è semplice, misurata, ordinata, spiccatamente anti-televisiva e proprio su un argomento che concettualmente ne è l’esatto opposto: quanti suoi colleghi avrebbero equivocato la materia e si sarebbero prodotti nel solito sproloquio snob contro i media volgari e i telespettatori idioti? Facendosi forza con un’umiltà inconcepibile a queste latitudini, Garrone lavora di scalpello invece che di clava, sceglie di sfumare invece che calcare la mano, preferisce il mezzo tono al macchiettone. Non ci sono condanne morali ma neanche, naturalmente, intenti assolutori: Luciano Ciotola non rischia mai per un attimo di passare per martire della società. Il tema trattato è del resto abbastanza diffuso per far sì che non sia necessario dover per forza sostenere una tesi esplicita: ci si limita a suggerire (il Grande Fratello così accogliente, con il suo dio, la sua famiglia, la sua casa…), ad accompagnare con lo sguardo il corso della storia, raccontata con toni sospesi e surreali e suggestioni viscontiane (“Bellissima” è a un passo, non solo per Cinecittà) che fanno a cazzotti con la concreta materialità dell’iper-reality (la carrozza, il grillo, la stralunata irruzione finale, le tante scene quasi fiabesche). I bassifondi di Napoli sono vivi e bellissimi formicai (grazie anche alla fotografia di Marco Onorato) e tutti gli attori, molti dei quali professionisti, sono impeccabili. Meritatissimo Grand Prix al Festival di Cannes 2012.

Voto: 8=



Alcolizzato e con problemi economici, lo scrittore Jack Torrance accetta di passare l’inverno con moglie e figlio come guardiano di un tetro albergo nelle montagne del Colorado, incurante delle voci inquietanti sul passato dell’hotel.
Dopo la commedia (“Lolita”), il film bellico (“Orizzonti di gloria”), la fantascienza (“2001: Odissea nello spazio”) e il film storico (“Barry Lyndon”), ecco la via kubrickiana al genere horror. Molto liberamente ispiratosi all’omonimo romanzo di Stephen King, Kubrick rompe la logica e la consequenzialità (si fa per dire, è pur sempre un romanzo fantasy) della vicenda originale e la trasporta nel suo universo, dove lo spazio e il tempo non hanno le regole della realtà ma i contorni confusi e sfumati dell’incubo. Un mese dopo, martedì, sabato, ore 16, in un dilatarsi e scomparire che è esso stesso labirinto. Come l’universo di “2001”, carico di colori stordenti e suoni sgradevoli, l’Overlook si richiude su sé stesso e rimette in discussione i più elementari principi, in una delirante escalation di autodistruzione che ricorda la devastante esperienza “oltre l’infinito” dell’astronauta Bowman. Opera allucinatoria anche per lo spettatore, accecato dalle luci e disturbato dalle musiche violente e cacofoniche, che alimentano le illusioni e le allusioni. Tutto ha una duplice chiave di lettura, forse anche triplice: oltre a essere letteralmente “murder” al contrario, la parola “redrum” scritta da Danny sulla porta può essere anche “red room” – riferimento al sangue – e persino “red drum”, il tamburo rosso degli indiani d’America. Proprio lo sterminio dei pellerossa è uno dei tanti e insistiti riferimenti alle favole (Pollicino), alle leggende, ai miti e alla storia americana (il maglioncino di Danny con il disegno dell’Apollo 11). Film ricolmo di scene memorabili (Wendy che legge terrorizzata ciò che il marito ha battuto a macchina è uno dei massimi momenti thriller di tutti i tempi) e oggetto decennale di studi, speculazioni, illazioni (lo scorso giugno è stato presentato a Cannes “Room 237”, documentario gustosissimo e un po’ paranoico sui significati nascosti del film). Prodigioso anche tecnicamente, con il celeberrimo uso della steadicam e del montaggio audio-video con risultati che fanno tuttora ghiacciare il sangue. Shelley Duvall uscì a pezzi dalla lunga e forzata convivenza con due personalità complicate come quelle di Kubrick e Jack Nicholson.

Voto: 8



Una domenica d’autunno Ernesto Picciafuoco, pittore di successo non straordinario, riceve una notizia inaspettata: da tre anni è in corso il processo di canonizzazione di sua madre, uccisa a quanto pare da suo figlio Egidio (fratello di Ernesto) in circostanze mai del tutto chiarite.
Il film che segnò nel 2001 l’inizio di una nuova giovinezza nella carriera del piacentino Marco Bellocchio (classe 1939), con riconoscimenti diffusi in Italia e all’estero. Un’opera potente ma non blasfema, attraversato da un personaggio di inflessibile dirittura morale che detta la linea al film e si fa portavoce della visione del mondo di un ateo dichiarato come Bellocchio, che tuttavia ha grande rispetto del sentimento religioso e semplicemente detesta il mercimonio, l’autorità opprimente, l’ordine precostituito. Ernesto Picciafuoco è un uomo puro che come molti altri personaggi di Bellocchio ha caratteristiche ben poco italiane, per la sua testarda coerenza che è tutto ciò che ha da contrapporre alla triade Dio-Patria-Famiglia (e l’animazione finale con cui “sogna” di distruggere il Vittoriano vale più di ogni ulteriore commento). Nonostante i toni gravi e l’atmosfera cupa, è un film che ha il coraggio di risolversi positivamente: disertando il grottesco rendez-vous con il Santo Padre e osservando invece suo figlio che corre di corsa in classe, Ernesto scopre di aver ritrovato la serenità interiore – che non significa né pace né imperturbabilità, ma la certezza di essere vivo. Attori tutti magnifici: Castellitto alla miglior performance della carriera viene adeguatamente spalleggiato da un superbo cast di contorno, a cominciare dalla perfida Piera Degli Esposti; nelle sole due apparizioni del suo conte Bulla, Toni Bertorelli lascia un segno indelebile. Stupidamente vietato ai minori di 14 anni per le due necessarie bestemmie che nobilitano il film e rappresentano il suo momento più alto e toccante.

Voto: 8-



Negli ultimi mesi del nazifascismo, quattro importanti notabili – ognuno rappresentante di un potere: religioso, economico, nobiliare e giudiziario – si chiudono in una villa a Marzabotto insieme a figlie, servi, prostitute d’alto bordo e un gruppo di giovani ragazzi e ragazze accuratamente selezionati, per seviziarli e abusare di loro assecondando ogni tipo di perversione.
Ultimo film di Pier Paolo Pasolini, il primo di un’ideale “trilogia della morte” (in contrapposizione alla precedente “trilogia della vita”) che non giunse mai a conclusione a causa dell’omicidio del regista, avvenuto in circostanze mai chiarite il 2 novembre 1975. Il film uscì postumo e si può tranquillamente scrivere, senza timore di esagerazioni, che si tratta di una delle opere più discusse e scandalose della storia del cinema. Pasolini parte dall’omonima opera del Marchese De Sade e da alcuni saggi ad essa riferiti per sviluppare un discorso originale, lucidissimo e formalmente impeccabile sul Potere e sulle implicazioni escatologiche e sessuali (vorremmo scrivere anche esistenziali, ma da “Salò” è tenuta ben lontana qualsiasi traccia di esistenza – cioè di vita). Già all’epoca era ben noto il punto di vista estremo e laterale dell’intellettuale (prima ancora che dell’artista) sulla situazione politica italiana e occidentale: questo film lo esplicita, lo mette nero su bianco attraverso un’allegoria di franchezza inaccettabile, che costringe anche lo spettatore più conciliante(open-minded, si direbbe oggi) a rabbrividire. Non si tratta semplicemente di un’assenza di morale, nè di una semplice prevalenza del Male sul Bene: ciò che sconvolge è la dittatura incontrovertibile (“Nessuno sulla Terra sa che voi siete qui. Per tutto quanto riguarda il mondo, voi siete già morti”) di una morale alternativa senza scampo, che si erge a giudice supremo dell’umanità. In altre parole, il potere pasoliniano non solo non tollera la minima forma di dissenso, ma anzi si eccita sessualmente immaginandosi già la repressione. La sensazione di freddo, nelle ossa e nel sangue, è aumentata dallo stridente contrasto tra l’oscenità del contenuto e la perfezione della forma, garantita da uno staff tecnico di prim’ordine: Dante Ferretti alla scenografia, Tonino Delli Colli alla fotografia, Ennio Morricone alla consulenza musicale. Tantissimi guai con la censura, prima che gli venisse riconosciuta piena dignità artistica solo nel 1991. Un film sinceramente agghiacciante, enorme, di smisurato coraggio.

Voto: 8

(Gli escrementi utilizzati in varie scene erano in realtà un misto di cioccolato e marmellata d’arance)
(Maurizio Costanzo collaborò con Pasolini a una delle prime stesure della sceneggiatura)



Napoli (ma potrebbe essere dappertutto): sullo sfondo del boom economico e della conseguente speculazione edilizia, il partito di maggioranza si interroga sotto elezioni sull’opportunità di ricandidare e nominare come assessore il costruttore Edoardo Nottola, coinvolto in un’inchiesta sul crollo di un palazzo fatiscente in una zona degradata della città.
In tempi bui di anti-politica e di intere classi dirigenti che brancolano nel buio (salvo poi riavvicinarsi fatalmente alla “gente” tra qualche mese per la sospirata campagna elettorale), la visione de “Le mani sulla città” – che proprio nel 2013 compie 50 anni di vita e ne dimostra sì e no 5 – mette addosso una strana sensazione di disincanto, e a tratti perfino disgusto, da cui però è molto difficile allontanarsi. Il film sembra girato l’altro ieri per la lucidità e l’attualità del quadro, e risulta perciò incredibilmente avvincente: speculazione edilizia, conflitti d’interessi, commissioni d’inchiesta che poggiano sulle stesse precarie fondamenta dei palazzi crollati. Parabola universale (che va oltre la stretta attualità) su quel Potere che da decenni riesce a preservare sé stesso e rimanere a galla grazie a un cinico realismo e a uno spietato senso pratico, come emerge nello straordinario e illuminante dialogo tra il futuro sindaco De Angelis e il riottoso consigliere Balsamo. Rosi non ha paura di affondare le mani nel fango e di sbilanciarsi nella propria tesi usando toni da comiziante, consapevole che la retorica ha nobili origini ed è lo strumento migliore per dare voce alla denuncia e all’indignazione. Ne esce così un’orazione civile vibrante e appassionata, così com’era dolente e rassegnato il tono del funebre “Salvatore Giuliano”, realizzato appena l’anno prima. Leone d’Oro a Venezia 1963.

Voto: 8-

(Molti attori del film non erano professionisti e in alcuni casi svolgevano mestieri ben lontani dal cinema e dall’arte: per esempio, nella parte del combattivo consigliere De Vita fu utilizzato l’onorevole Carlo Fermariello, all’epoca deputato PCI)



Rimasto orfano dell’amatissimo padre dopo l’11 settembre, Oskar Schell ha una missione: mantenerne vivo il ricordo grazie alla memoria, agli oggetti e a una strana caccia al tesoro che inizia da una misteriosa chiave trovata in un vaso, un giorno per caso.
Dal fortunato romanzo di Jonathan Safran Foer, straordinaria favola metropolitana contemporanea sull’elaborazione del lutto e su una necessità impellente, da un certo punto in avanti: bisogna diventare grandi. La tragedia più traumatizzante di questo inizio secolo (non soltanto dal punto di vista numerico ma anche e soprattutto da quello emotivo) ha portato molte persone – parecchie anche molto più adulte del piccolo Oskar – a fare i conti con la brutale irruzione nel proprio quotidiano di un elemento mai preso prima in considerazione: l’insensato esiste, è dovunque e per natura avrà sempre la meglio su tutto ciò che è razionale e governabile attraverso una logica impeccabile. E’ di questo che parla in fondo questo film che dietro la classica storia, sempiterna ed emozionante, del racconto di formazione nasconde un discorso rivolto a tutti i bambini dai cinque agli ottant’anni: saremo anche nati per soffrire, ma non per questo bisogna viverci. Oskar rimane bambino fino a quando si ostina a far rivivere il passato attraverso fotografie, indirizzi, coordinate e numeri di telefono; quando smette di cercare e accetta di essere giunto alla fine del viaggio, scopre di essere diventato grande.
La sceneggiatura di Eric Roth asseconda alla grande il testo originale e la regia del britannico Stephen Daldry (che da ormai dodici anni continua a non sbagliare un film) ne accresce forza e intensità, aggiungendo suoni, luci e rumori per una rappresentazione ancora più forte del dolore più nero, profondo e inspiegabile. Prova indimenticabile del debuttante 14enne Thomas Horn, che dà vita insieme a Max von Sydow a una parte centrale che vale da sola tutto il film. Opera spielberghiana non solo nei suoi tratti più manifesti (l’avventura, il segreto, la felice rappresentazione dell’infanzia) ma anche nel suo difetto più grande, un eccesso di generosità che sconfina nella ridondanza di un finale che non finisce mai. Ma è un peccato che gli si perdona volentieri.

Voto: 8=

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