Category: Musical




Tra New York, Venezia e Parigi, le peripezie sentimentali di una ricca famiglia della Grande Mela.
L’omaggio di Woody Allen ai grandi musical americani anni ’40 e ’50 si risolve in una summa della sua poetica in chiave musical: le diatribe politiche, New York primavera-estate-autunno-inverno, i personaggi in analisi, le battute fulminanti, quel classico clima surreale in cui il regista sguazza come una rana nello stagno divertendosi un mondo. Uno tra i film più felici e spensierati nell’intera produzione alleniana, in cui l’organizzazione dei numeri musicali – alcuni riusciti (“My baby just cares for me” canticchiata da Edward Norton in gioielleria), altri meno – non prende pigramente il sopravvento sulla narrazione ma anzi la stimola e la ravviva di un brio contagioso che si riflette nelle performances degli attori, tutti perfetti. Il risultato è un melodico e armonico inno all’amore in cui Woody Allen si concede letteralmente qualsiasi libertà, compreso baciare Julia Roberts e far volteggiare Goldie Hawn in riva alla Senna. Cast come sempre sontuoso, in cui spiccano in ruoli minori l’ex galeotto Tim Roth e la brillante Natasha Lyonne.

Voto: 7+

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1927: nell’epoca del passaggio al sonoro, alcuni divi del cinema muto devono reinventarsi abili cantanti e ballerini per continuare a rimanere sulla breccia.
Uno dei musical-capolavoro della storia del cinema americano, una magniloquente esaltazione in Technicolor della Hollywood che fu, e che da allora continua ad esistere nei sogni e nelle fantasie di tutti gli spettatori del mondo. E’ essenzialmente questo il segreto di “Cantando sotto la pioggia”, che non solo – come da manuale del genere – sospende per un’ora e quaranta il senso di verosimiglianza, ma sottolinea genialmente in continuazione la propria natura effimera, che è poi la natura del cinema stesso: i (clamorosi) numeri musicali sono ambientati in teatri di scena, set cinematografici, ricostruzioni di strade bagnate fradicie, simulacri di realtà che stimolano l’illusione e le più spensierate delle fantasie. Mai Hollywood era stata così divertita e ironica, prima di tutto con sé stessa e il proprio mito, addirittura fino a svelare ai profani i trucchi e i sotterfugi della “fabbrica dei sogni”. Tante scene memorabili, dal balletto di Gene Kelly con ombrello alla perfetta “Good Morning” canticchiata da Kelly, Donald O’Connor e Debbie Reynolds in quella che è forse la sequenza più rasserenante della storia del cinema.

Voto: 8



Un dubliner cantante di strada incontra per caso una ragazza madre di origini ceche, che sa suonare il piano e ha il dono del bel canto. Come andrà a finire?
Esordio alla regia del 34enne irlandese John Carney, datato 2006 ma uscito in Italia solo a maggio del 2008, diventato un piccolo cult e gratificato anche da riconoscimenti di prestigio (su tutti l’Oscar come miglior canzone per la melodica hit “Falling slowly”). Pellicola piccola e sincera, tanto lieve da correre il rischio di essere inconsistente, ma che invece sa sfuggire con soavità al finale smielato che l’avrebbe fatta crollare come un castello di carte e sa concludersi in modo commovente ma non ruffiano. “Once” ha tutti i requisiti e le carte in regola per diventare “il film del cuore” di molte persone, per quanto abbia vedute e orizzonti ristretti nella messa in scena (una fotografia digitale sporca e non molto elegante) e nella scrittura; ma si sa, ognuno rimane colpito al cuore da qualcosa (un film, un libro, una persona) pur avendone ben presenti i difetti e le limitazioni. Va da sé che la parte del leone spetti alle canzoni pop, tutte composte dal protagonista Glen Hansard, di buon valore e sicura presa emotiva. Una bella sequenza iniziale e una Dublino di tutto rispetto.

Voto: 7



Il Giappone si arrende e New York festeggia la fine della seconda guerra mondiale. Il sassofonista Jimmy incontra la cantante Francine in un locale e le fa una corte spietata, finché i due iniziano a fare coppia fissa anche sul palco.
L’unica scorribanda di Martin Scorsese nel musical è stata anche uno dei suoi film di minor successo al botteghino, nonostante due star già affermate come Robert De Niro (che imparò appositamente a suonare il sax) e Liza Minnelli, già baciata qualche anno prima dal successo di “Cabaret”. Film molto rigoroso dal punto di vista filologico, a partire dai costumi curatissimi e dalla colonna sonora jazz lussureggiante, una vera manna per gli appassionati (che nella versione rimasterizzata possono apprezzare anche un lungo inserto in puro stile musical anni ’50 dal titolo “Happy Endings”, come il film interpretato al cinema dal personaggio della Minelli: venti minuti circa piuttosto ostici da digerire per i profani). Per omaggiare le slapstick comedy anni ’40, Scorsese dilata anche i tempi comici delle gag, con un De Niro straripante anche fisicamente nello strapazzare la buffa e peperina Minnelli. Il film può suonare come incompiuto e diseguale, ma ha momenti di grazia, forza e spettacolo indiscutibili, come l’esecuzione di “The Man I Love” di Gershwin a cura della protagonista. Non tutti sanno che l’omonima e proverbiale canzone che dà il titolo al film non è poi così vecchia, essendo stata composta per l’occasione da Fred Ebb e John Kander e portata al successo negli anni ’80 anche da Frank Sinatra, che ne incise una memorabile versione. Potrete essere in disaccordo anche totale con questa recensione, ma per nulla al mondo si può interrompere la visione di questo film prima che Liza Minnelli la canti vestita di rosso.

Voto: 7+

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Un regista e coreografo – gran fumatore, scopatore e sbevazzatore – è impegnato nelle prove del suo prossimo spettacolo, quando la sua salute inizia a peggiorare.
4 Oscar e Palma d’Oro a Cannes (ex-aequo con “Kagemusha”)La vita è spettacolo. Il musical più ambizioso di tutti i tempi, tanto da rasentare la presunzione. L’Otto e Mezzo di Bob Fosse, grande genio del palcoscenico qui immerso in un’autoanalisi felliniana (ispirata ad un fatto realmente accaduto, il suo ricovero in ospedale per un attacco di cuore) che sfocia nella sintesi di una filosofia di vita di estremo fascino e dignità professionale, nonostante le apparenze. I vizi, le nevrosi, gli esordi da ballerino di tiptap, le donne (Jessica Lange è la sua Claudia Cardinale), le crisi, gli addii rendono i numeri musicali, più rarefatti rispetto alla media del genere, di una sostanza e di un’intensità inedita. Lo stato di costante e vibrante eccitazione conduce a qualche inevitabile passo falso, ma è proprio la parte “parlata” il suo punto forte, là dove svetta un grande Roy Scheider alla prova della vita. E in che modo si può mettere in scena non una morte, ma la Morte? Il finale lascia stupefatti, ancor prima che ammirati: si può adorarlo come detestarlo, trovarlo magnifico come inqualificabilmente Kitsch, ma su una cosa non si può che essere d’accordo: Bob Fosse non è stato uno dei tanti.

Voto: 7,5

Trivia
(Molti personaggi del film sono ispirati a persone realmente esistenti nell’ambiente teatrale di Broadway-New York. Se Joe Gideon è proprio Bob Fosse, il personaggio di Audrey Paris si rifà a sua moglie Gwen Verdon, anche protagonista di numerosi suoi spettacoli. Il personaggio di Lucas Sergeant (John Lithgow) è invece Michael Bennett, altro regista teatrale dell’epoca e rivale di Fosse. Il personaggio di Kate Jagger (Ann Reinking) è invece ispirato all’attrice stessa)
(Nicole Fosse, la figlia sedicenne del regista, compare brevemente nel ruolo di una ballerina)
(Il titolo del film si ispira al pezzo “All that Jazz” contenuto nel musical “Chicago” che Bob Fosse portò a Broadway nel 1975, e Rob Marshall a Hollywood nel 2002)

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L’inglese Jude arriva a New York in cerca di suo padre, e viene trascinato nel Sessantotto e nella contestazione anti-Vietnam.
Sono evidentemente così i musical degli anni 2000, da “Moulin Rouge”, capostipite di un genere, in giù: ipercitazionisti, videoclippati, frenetici, col montaggio che prevale sulla coreografia. “Across the Universe” è prima di tutto un’operazione meritoria di recupero verso il pubblico giovanile dei classici più classici che ci siano, i Beatles dei quali opportunatamente non si offre un improponibile “best of”, ma una selezione accurata e assennata di chi sa di cosa sta parlando. E perciò: non “Yesterday” ma “Happiness is a warm gun”, non “Eleanor Rigby” ma “Being for the Benefit of Mr. Kite”, non “She loves you” ma “If I Fell”. Certo, l’ipercitazionismo di cui sopra si manifesta nelle forme le più svariate, dal didascalismo vagamente brizziano del chiamare i protagonisti Jude, Lucy e Prudence ai riferimenti per nulla velati alle altre colonne dell’epoca (Jimi Hendrix, Janis Joplin…) Arrangiamenti discreti per performances canore così così, guastate dall’imperialismo pop che pretende timbri vocali tutti pulitini e perfettini. Julie Taymor, regista del già non indifferente “Frida”, si avvale, alla fotografia, di quel geniaccio di Bruno Delbonnel, ben noto ai fan di Jeunet. L’uso/abuso della computer grafica, con effetti ora discutibili (“I want you”) ora di sicuro effetto (la bellissima resa in immagini di “Strawberry fields forever”), riassume i mutamenti del genere: quarant’anni fa lo stesso film avrebbe avuto il tono, più irridente e cazzaro, di uno “Yellow Submarine”. Scena cult: un Bono trasfigurato che sostiene di essere un credibilissimo Walrus.

Voto: 6,5

Trivia
(“If I Fell”, cantata da Evan Rachel Wood, è stata registrata dal vivo sul set, e la ripresa è risultata buona al primo tentativo)
(Il concerto sul tetto che chiude il film è una citazione dell’ultimo concerto live dei Beatles e della loro ultima apparizione in pubblico, registrata sul tetto degli studi della Apple)

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Appena arrivato a New York per arruolarsi nell’esercito e andare in Vietnam, un ragazzo dell’Oklahoma si imbatte a Central Park in un gruppo di hippies.
Trasposizione cinematografica del celeberrimo musical di Gerome Ragni e James Rado (qui sceneggiatori), è l’omaggio di Milos Forman, quattro anni dopo il Cuculo, all’allegra follia di un gruppo di border-line nell’America inquieta e ferita dall’incubo Vietnam. Differente dalla versione teatrale nella trama e nello scandire dei numeri musicali, ne condivide comunque tutti i temi e lo spirito; la parte centrale non è all’altezza della bellissima prima mezz’ora (con due scene da antologia: l’arrivo a Central Park e il pranzo di matrimonio) né del finale, perfetto esempio di montaggio da musical. A un anno dal “Cacciatore”, John Savage riesce ad evitare il Vietnam ma perde il confronto diretto con lo straordinario Treat Williams, attore al debutto da protagonista che non riuscirà più a scrollarsi di dosso il ruolo di George Berger.

Voto: 7

Trivia
(Madonna e Bruce Springsteen parteciparono ai provini per il film, ma furono scartati)
(A George Lucas fu offerto nel 1973 di girare la versione cinematografica del musical, ma rifiutò preferendo “American Graffiti”)

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La scalata al successo delle Dreams: prima come coriste accompagnatrici di un divo al tramonto, poi come gruppo soul femminile. Ma con i primi posti delle classifiche arrivano anche gelosie e rancori.
Da Bill Condon, sceneggiatore dell’ottimo “Chicago” e regista di alcuni film di buona fattura, era lecito aspettarsi molto di più che questo sciapo black musical (il primo ad avere un cast totalmente nero) che ricalca senza grossa fantasia tutti gli stereotipi del genere e della cultura afro-americana: le conquiste razziali, l’invidia, i compromessi, l’inevitabile star morta suicida, la riappacificazione e lo scontato happy end finale. Tratto da un musical di grande successo a Broadway, ispirato a sua volta al mito di Diana Ross & The Supremes, ha come unici punti a favore l’inattesa riscoperta di un Eddie Murphy finalmente attore (ed anche cantante) credibile e la straordinaria rivelazione Jennifer Hudson, lanciata da “American Idol” e capace in meno di un anno di surclassare la più celebre popstar di Mtv: ha già prenotato uno sconcertante Oscar come attrice non protagonista, perchè non si capisce cos’altro avrebbe dovuto fare per esser dichiarata protagonista. Questo film, trattando di una ragazza che arriva al successo pur essendo sostanzialmente capace in alcunché, è paradossalmente la storia di Beyoncé, diva di latta che non ha carisma, non ha sensualità, non ha voce. Brutto scivolone per Jamie Foxx, monoespressivo produttore dall’acconciatura imbarazzante; piccola parte per John Lithgow; gli amanti dei telefilm potranno riconoscere, in una delle scene iniziali, Jaleel White, il goffo Steve Urkel della serie-tv “Otto sotto un tetto”. Se proprio dovete guardarlo, scegliete la versione in lingua originale: il doppiaggio in italiano, come dicono a Chicago, nun se pò ssentì.

Voto: 5=

Trivia
(Si parlava di una versione cinematografica del film sin da fine anni ’80, quando per il ruolo di Deena Jones si facevano i nomi di Whitney Houston e poi Lauren Hill. Dopo il successo di “Chicago”, i produttori convinsero Bill Condon)
(Al suo debutto cinematografico, Jennifer Hudson ha avuto la meglio su altre 782 aspiranti al ruolo di Effie White)
(E’ il film che ha stabilito il record di maggior nominations agli Oscar senza avere quella come miglior film: 8, di cui tre per la miglior canzone, altro record)

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