Category: Politico




Napoli (ma potrebbe essere dappertutto): sullo sfondo del boom economico e della conseguente speculazione edilizia, il partito di maggioranza si interroga sotto elezioni sull’opportunità di ricandidare e nominare come assessore il costruttore Edoardo Nottola, coinvolto in un’inchiesta sul crollo di un palazzo fatiscente in una zona degradata della città.
In tempi bui di anti-politica e di intere classi dirigenti che brancolano nel buio (salvo poi riavvicinarsi fatalmente alla “gente” tra qualche mese per la sospirata campagna elettorale), la visione de “Le mani sulla città” – che proprio nel 2013 compie 50 anni di vita e ne dimostra sì e no 5 – mette addosso una strana sensazione di disincanto, e a tratti perfino disgusto, da cui però è molto difficile allontanarsi. Il film sembra girato l’altro ieri per la lucidità e l’attualità del quadro, e risulta perciò incredibilmente avvincente: speculazione edilizia, conflitti d’interessi, commissioni d’inchiesta che poggiano sulle stesse precarie fondamenta dei palazzi crollati. Parabola universale (che va oltre la stretta attualità) su quel Potere che da decenni riesce a preservare sé stesso e rimanere a galla grazie a un cinico realismo e a uno spietato senso pratico, come emerge nello straordinario e illuminante dialogo tra il futuro sindaco De Angelis e il riottoso consigliere Balsamo. Rosi non ha paura di affondare le mani nel fango e di sbilanciarsi nella propria tesi usando toni da comiziante, consapevole che la retorica ha nobili origini ed è lo strumento migliore per dare voce alla denuncia e all’indignazione. Ne esce così un’orazione civile vibrante e appassionata, così com’era dolente e rassegnato il tono del funebre “Salvatore Giuliano”, realizzato appena l’anno prima. Leone d’Oro a Venezia 1963.

Voto: 8-

(Molti attori del film non erano professionisti e in alcuni casi svolgevano mestieri ben lontani dal cinema e dall’arte: per esempio, nella parte del combattivo consigliere De Vita fu utilizzato l’onorevole Carlo Fermariello, all’epoca deputato PCI)

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Scontro di coltelli tra opposte fazioni durante le Primarie del Partito Democratico alla vigilia del voto decisivo in Ohio.
Dopo l’intermezzo di “Leatherheads” (2007, in italiano “In amore niente regole”), George Clooney torna al cinema civile a sei anni dall’ottimo “Good night, and good luck”. Ambientato per forza di cose in un’America parallela in cui Obama non è mai arrivato alla Casa Bianca e i Democratici si scannano per decidere il loro candidato alle Presidenziali 2012, è la raffinata ed energica messa in scena da sinistra di un’America disillusa e problematica, senza più fiducia nelle sue istituzioni, riposseduta da quella paranoia che contraddistingueva i thriller politici anni ’70. Niente di particolarmente originale o iconoclasta, ma tutto è espresso con lucidità espositiva e ritmo ammirevoli. “Le idi di marzo” fila via come un treno, non ha note false né momenti sottotono, ha la solidità e il mestiere delle opere più mature e stratificate di un Pollack o un Pakula. Nella dissezione senza sconti del proprio partito di riferimento, Clooney (anche co-sceneggiatore con Grant Heslov e Beau Willimon) non spreca una parola né uno sguardo, affidandosi molto agli attori (tutti bravissimi) ma imponendosi allo stesso tempo con uno stile asciutto ed elegante come un vestito su misura, e mantenendo uno stile e un aplomb da manuale dall’inizio alla fine: ne sono esempio i battibecchi da screwball comedy tra Gosling e Evan Rachel Wood o lo scontro tra il governatore e il suo spin doctor nella penombra della cucina di un bar, modelli di recitazione e scrittura controllata. Ryan Gosling, tra le rivelazioni del 2011, è glorificato con un personaggio di straordinaria finezza e complessità. Peccato per il finale, debole e statico, che un po’ rovina il divertimento e abbassa il voto. Curiosità: lo slogan della campagna di Mike Morris, “I like Mike”, rievoca il repubblicano “I like Ike” inventato nel 1952 per il generale Dwight Eisenhower.

Voto: 7,5



Milano, 1972: a seguito di un delitto a sfondo sessuale di cui è vittima una studentessa, il caporedattore di un quotidiano di destra monta una violenta campagna di stampa contro un militante comunista che aveva una relazione con la ragazza, accusandolo di essere l’assassino.
Quarto film di Marco Bellocchio, perfettamente inserito nel filone del dramma politico che all’inizio degli anni ’70 ottenne successo e onori in Italia e all’estero, grazie al suo approccio diretto (fino a risultare sgradevole) nell’affrontare la società contemporanea, con uno stile registico incalzante e appassionato anche dal punto di vista audio-visivo. Agli occhi di uno spettatore di fine 2011, “Sbatti il mostro in prima pagina” risulta in un certo senso familiare, e non solo per il nome della testata qui protagonista (“il Giornale” – un quotidiano milanese di area borghese ma piuttosto tendente a destra che, è bene precisarlo, fu fondato da Indro Montanelli solo nel 1974, dunque due anni dopo questo film), ma anche per l’atmosfera mefitica e amorale che regna sovrana dall’inizio alla fine, mettendo in scena, con i toni paranoidi tipici dell’epoca, la finzione del Potere a tutti i livelli. Se le forze dell’ordine reprimono e arrestano degli innocenti e se la magistratura si fa influenzare dall’opinione pubblica; se l’informazione infine non informa ma distorce, vellicando gli umori più bassi dei propri lettori di cui non ha alcuna stima, cosa rimane? Il punto di vista di Bellocchio, di cui sono storicamente ben note le simpatie radicali, è equidistante e non risparmia ironie né critiche agli ambienti della sinistra extra-parlamentare; ogni tanto eccede nella retorica ma ha la giusta aggressività e il tempismo di affrontare prima di altri un tema ancora di stringente attualità. Straordinario Volonté che affina ulteriormente il già complesso personaggio del caporedattore Bizanti (“Quando inizierai a capire la differenza tra quello che si pensa e quello che si dice?”). Nel prologo quasi documentaristico sul clima degli Anni di Piombo, spicca il veemente comizio di un giovane e barbutissimo Ignazio La Russa, ripreso durante una manifestazione di Maggioranza Silenziosa (un comitato anti-comunista che raggruppava liberali, monarchici, democristiani e fascisti).

Voto: 7,5


Il 22 novembre 1963, a Dallas, il presidente degli Stati Uniti John F. Kennedy rimase ucciso in un attentato. Il 27 settembre 1964, dopo dieci mesi di indagini, la commissione presieduta dal presidente della Corte Suprema Earl Warren concluse che l’unico esecutore materiale dell’omicidio era stato Lee Harvey Oswald, ucciso due giorni dopo il fatto da Jack Ruby, un gestore di night club. Nel 1966, il procuratore distrettuale di New Orleans Jim Garrison, non persuaso dalla versione ufficiale, riaprì le indagini con una nuova inchiesta.
Il film più didattico di Oliver Stone e, forse, quello che più di altri merita di essere mostrato nelle scuole: come si cerca di dimostrare che il più rivoluzionario presidente americano del dopoguerra fu ucciso non da un folle solitario ma da un complotto ordito in alto, molto in alto; una tesi ardita con cui si osano mettere in discussione i vertici e i principi stessi su cui sono fondati gli Stati Uniti d’America. Si sa che quando può Oliver Stone non bada a spese né a misuratezze d’ogni tipo; la sua è un’arringa-fiume in cui viviseziona con pignoleria da secchione la storia ch’egli identifica come punto di partenza del declino dell’Impero Americano; Stone è, indubbiamente, Jim Garrison molto più profondamente di quanto sia stato il soldato Chris Taylor di “Platoon” o il Buddy Fox di “Wall Street”. Comunque la pensiate, film enciclopedico di uno dei momenti cardine della nostra Storia. Cast all-stars con sfoggio di divi anche per ruoli minori (il senatore Walter Matthau è presente in una sola breve scena), ma una citazione obbligatoria la merita il signor X di Donald Sutherland, personaggio forse più appartenente alla mitologia contemporanea che alla cronaca, ma perfettamente stoniano nella sua cauta e americana allure di deus ex machina del ventesimo secolo.

Voto: 8

Trivia
(Jim Garrison è presente nel film in un cammeo nel ruolo, ironia della sorte, di Earl Warren)
(L’identità di X non è mai resa nota, ma da un dettaglio su una piastrina sulla sua giacca si legge “M/Gen. E. G… nsd… e”, chiaro riferimento a Edward G. Lansdale, membro dell’Air Force e personaggio al centro del libro “JFK and Vietnam” di John M. Newman, che collaborò con Stone alla sceneggiatura del film)
(Le prime due scelte di Stone per il ruolo di Jim Garrison erano Harrison Ford e Mel Gibson. Lo stesso Costner aveva inizialmente rifiutato la parte)
(Girato in appena 72 giorni, nonostante le tre ore di durata)
(Nella versione originale, la voce narrante che apre il film è quella di Martin Sheen)
(Di tutti i film in cui sono presenti Jack Lemmon e Walter Matthau, è l’unico in cui non recitano nella stessa scena)


Un ispettore di polizia uccide la sua amante tagliandole la gola per dimostrare che, pur avendo seminato di indizi la scena del delitto, il potere che deriva dal suo ruolo istituzionale lo rende al di sopra di ogni sospetto.
Il film più noto di Elio Petri, nonché quello che ha ricevuto i massimi riconoscimenti internazionali (Gran Premio della Giuria a Cannes e Oscar come miglior film straniero). Nerissimo apologo kafkiano (come da citazione finale) di implacabile lucidità nel sintetizzare la malsana ambiguità del potere che deriva dal Potere, inteso socialisticamente come inscalfibile ordine precostituito che porta con sé ab origine il cattivo germe del sopruso, della prepotenza e della violenza. Non è del resto importante ai fini della storia conoscere le generalità del protagonista, misero e paradigmatico burattino esponente di una nobiltà di toga destinata a sopravvivere anche a se stessa in saecula saeculorum. La visione del mondo (non solo dell’Italia) di Petri & Pirro generò accesissime polemiche in un Paese in cui gli anni ’60 si erano simbolicamente chiusi col misterioso volo di un anarchico ferroviere dalla finestra di una questura (riguardo alla vicenda Petri girò nello stesso anno “Tre ipotesi sulla morte di Giuseppe Pinelli”, disponibile su Youtube). Cinematograficamente parlando è un film potentissimo girato con sublime ironia, animato da un Volonté torrenziale e impreziosito dal geniale commento musicale di Morricone; la sua attualità aumenta paradossalmente con lo scorrere del tempo.

Voto: 8=


Per folle ordine del generale Jack D. Ripper, i 34 B52 dell’aviazione americana, di base attorno ai confini sovietici, partono per bombardare l’URSS. Il governo americano si riunisce in gran fretta e cerca di impedire la guerra nucleare.
C’è un momento preciso in cui “Il dottor Stranamore” – sesto film di Stanley Kubrick – si fa capolavoro meritevole di finire contemporaneamente nelle cineteche come opera d’arte e nei libri di storia come impareggiabile documento di un’epoca: è quando il generale Turgidson incontra al Pentagono il presidente Muffley e lo informa dell’accaduto, dando il via ad un dialogo straordinariamente teso e tremendo tra due persone in piedi sull’orlo della Catastrofe che si affacciano a guardare il fondo; eppure, un dialogo attraversato da un umorismo carsico ancora più efficace perché – come le regole della satira insegnano – si contrappone alla più terribile delle sciagure per l’uomo del 1964: l’incubo atomico. Nella sua sontuosa cornice di commedia nera infiorettata con dialoghi d’alta scuola (come quello, impeccabile, sul distributore di Coca Cola), è un film lancinante e disperato che ha il coraggio di affondare il coltello nel più inaccettabile dei finali. Spietati fendenti all’America paranoica del maccartismo e dell’orgoglio militaresco e alla società moderna sempre più affascinata da assurde logiche di egoistica sopravvivenza: Kubrick le scruta col suo occhio cinico e pessimista guardandosi bene dall’improvvisarsi moralizzatore di alcunché. Il personaggio del dr. Strangelove, stratega e consigliere del presidente, transfugo in America dopo un nebuloso passato in Germania, è di quelli su cui si potrebbero scrivere libri interi: semplicemente un punto d’arrivo di un esponenziale climax farsesco o qualcosa di più, la predizione di un futuro in cui l’America (il mondo) ricadrà negli errori-orrori che essa stessa ha cancellato (la metamorfosi finale)? Il miglior film satirico di tutti i tempi; la prudenza con cui tuttora il cinema si misura con questo genere non può che deporre, per l’ennesima volta, a favore del Maestro.

Voto: 8+

Trivia
(Peter Sellers avrebbe dovuto impersonare anche il ruolo del maggiore T.J. “King” Kong – colui che alla fine del film si lancia sulla nave russa a cavallo della bomba – ma le sue difficoltà nel prendere l’accento texano e un incidente a un piede occorsogli sul set convinsero Kubrick a ripiegare su Slim Pickens)
(Uno dei motivi per cui Peter Sellers si esibisce in tre ruoli all’interno dello stesso film è che la Columbia aveva accettato di produrre il film soltanto sull’assicurazione che, come in “Lolita”, l’attore non si limitasse a impersonare un solo personaggio)
(La scivolata del generale Turgidson nella War Room era in realtà un incidente capitato a George C. Scott, ma a Kubrick piacque ugualmente e la inserì nel montaggio finale)
(La versione originale della sceneggiatura prevedeva che nel finale tra tutti i personaggi si scatenasse una battaglia a colpi di torte, e ne fu anche girata una versione che non fu mai inserita e mostrata al pubblico solo nel 1999, qualche settimana dopo la morte di Kubrick)
(La ragazza che Slim Pickens sta guardando su Playboy è la stessa attrice che interpreta Miss Scott, la segretaria e amante del generale Turgidson)
(I titoli di testa contengono un errore d’ortografia – “Base on the book “Red Alert” e non “based” – di cui ci si accorse solamente quando erano state stampate già parecchie copie del film)


Cronaca dei 55 giorni che intercorsero tra il rapimento del segretario della DC Aldo Moro e l’uccisione dei cinque agenti che componevano la sua scorta (16 marzo 1978 ) e il ritrovamento del cadavere nel bagagliaio di una Renault rossa in via Caetani (9 maggio 1978).
Ispirato al libro “I giorni dell’ira” di Robert Katz, che ha anche collaborato al copione. Arido come un mattinale di questura ma puntigliosamente documentato a serio rischio di verbosità, “Il caso Moro” è probabilmente il film definitivo su uno dei misteri politici più oscuri della storia patria, nonché una delle pagine più nere e umilianti della nostra repubblica. Fedele alla sua vocazione cronachistica, Ferrara realizza un lungo diario di una prigionia con pochissimi svolazzi stilistici, perlopiù dedicati al cinismo dei compagni di partito (la carrellata sui volti che leggono in Parlamento la prima lettera; il macabro tempismo del manifesto commemorativo), e con tono di voce uniforme s’impone di raccontare pianamente quei 55 giorni di primavera, non tralasciando nessun dettaglio (la disputa su Gradoli paese o via, il fioraio che si ritrova le gomme bucate) ma cadendo a più riprese nel didascalismo davanti alle riunioni DC o ai commenti della moglie Nora: stile da fiction, si direbbe oggi. Gianmaria Volonté (Orso d’Argento a Berlino), che già era stato Moro dieci anni prima nel lugubre “Todo modo” di Petri, spadroneggia nei panni ormai familiari del segretario DC, risultando in fin dei conti l’unico personaggio veramente tridimensionale del film, circondato da carcerieri e colleghi che la sceneggiatura fa apparire – forse anche in un empito di denuncia – come insignificanti figurine schiacciate dal peso della Storia e delle loro decisioni.

Voto: 6


All’inizio degli anni ’90 Giulio Andreotti ottiene il settimo mandato alla presidenza del Consiglio e cova in gran segreto la speranza di salire al Quirinale.
Paolo Sorrentino fa due, tre, tanti passi avanti: d’ora in poi non sarà più la brillante e piaciona promessa de “Le conseguenze dell’amore”, ma l’artista che è brillantemente riuscito nell’impresa di regalare a Giulio Andreotti l’immortalità artistica (quella politica già c’è, e sospettiamo anche quella fisica); un’immortalità che tuttavia non si preoccupa minimamente di scalfire l’enigma-Andreotti, anzi lo rinfocola alimentandolo con le proverbiali battute del protagonista (moltissime delle quali autentiche, tra cui quella raggelante sul fioretto per la liberazione di Moro). Per questo film, indubbiamente politico e di conseguenza portatore insieme a “Gomorra” di un vento nuovo e benvenuto nell’afoso panorama nostrano, sono stati scomodati illustri antenati, Petri su tutti; ed in effetti pare di scorgere lo stesso gusto per il grottesco sopra le righe e per la metafora (lo skateboard che irrompe a Montecitorio, geniale presagio). Il momento più alto e potente del film è tuttavia ripulito da ogni figura retorica e discorso indiretto: lo spietato mea culpa a cui Andreotti si sottopone arriva a squarciare a metà il velo della doppiezza e dell’ambiguità e scuote il pubblico come un urlo liberatorio. Un film che rifugge le banalità e le convenzioni da biopic per una narrazione a balzi e scatti fortemente irregolare; impossibile del resto trarre un feuilleton ottocentesco dalla vita grigia e impiegatizia di Andreotti. La decisiva collaborazione di Giuseppe D’Avanzo rende altrettanto solide e potenti le ricostruzioni cronachistiche sulle testimonianze mafiose e le eventuali responsabilità negli omicidi illustri dell’epoca della strategia della tensione. Tecnicamente un capolavoro, anche troppo: Sorrentino gira da dio e ci tiene da morire a darlo a vedere, caricando d’enfasi e importanza ogni dettaglio. Straordinari titoli di testa e classico stridore audio-visivo sorrentiniano, provocato stavolta dalla martellante “Toop Toop” di Cassius. Toni Servillo si eleva oltre la stratosfera (l’essenza della sua grande prova d’attore sta nel sorrisino del tutto naturale con cui reagisce alla battuta di Grillo in tv), ma il resto del cast segue a breve distanza: si citino il Cirino Pomicino del sorprendente Carlo Buccirosso e la Lidia di Anna Bonaiuto, magnifica co-protagonista di quello che è il momento più intimo, crepuscolare e perciò surreale del film (qual è? Chi l’ha visto ha già capito). A parte i soliti virtuosismi che stanno ormai diventando marchio di fabbrica sempre più tollerabile, è così che si fa cinema nel ventunesimo secolo. Un cinema a cui l’Italia non è ancora pronta.

Voto: 8-

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