Category: Sportivo




2001: Billy Beane è il General Manager degli Oakland Athletics, la squadra col budget più risicato in tutta la Major League Baseball nonostante i brillanti risultati sul campo. E’ così costretto a inventarsi un metodo per sopravvivere insieme alla sua società: vendere i giocatori migliori e sostituirli con altri più economici e sottovalutati, cercandoli attraverso il metodo “Moneyball”, fondato esclusivamente sulle statistiche di ogni giocatore della lega.
“Come si fa a non essere sentimentali col baseball?” (o con lo sport in generale, ndr). Terzo film del newyorkese Bennett Miller, regista per tutte le stagioni che si era messo in luce nel 2005 con un bio-pic su Truman Capote che aveva sospinto il suo protagonista Philip Seymour Hoffman fino all’Oscar. Entrerà di diritto nella galleria dei grandi classici sportivi in cui il cinema americano eccelle da sempre: trascinante, edificante, retorico il giusto, com’è doveroso che sia. Il punto forte sta nella sceneggiatura di Steven Zaillian e del geniale Aaron Sorkin, che da qualche tempo (dopo l’osannatissimo copione di “The Social Network”) sembra essersi definitivamente convertito al grande schermo. Non è solamente un’agiografia di Billy Beane e del miracolo-Oakland (le cui imprese, per chi non è pratico, possono essere paragonate a quella della nostra Udinese nel calcio: zero spese, tante soddisfazioni, nessuna vittoria di peso), ma anche una serie di argute riflessioni su cosa possa davvero salvare gli uomini in tempo di crisi: creatività, un po’ di follia, la capacità di saper andare fuori dal seminato e di sostenere con coraggio le proprie idee fino in fondo. Insomma, think different & stay foolish (come dite? già sentito?). Gli Oakland Athletics non sono ancora riusciti a rivincere le sospirate World Series (l’ultima volta nel 1989) e ultimamente stentano anche ad arrivare ai play-off, ma il loro record di 20 vittorie consecutive nella American League, stabilito nel 2002, è ancora solidissimo. Momenti notevoli: la prima riunione in cui Billy Beane illustra la nuova filosofia ai suoi scettici talent-scout, Billy che tratta al telefono l’acquisto di un giocatore con tre manager contemporaneamente. Cammeo del grande Joe Satriani che suona con la chitarra elettrica “The Star Spangled Banner” nella partita d’apertura della stagione. Brad Pitt getta le basi per una seconda parte di carriera alla Robert Redford: bello lo è sempre stato, lo stile non è mai stato in discussione, ma adesso sembra perfino intelligente.

Voto: 7+

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Lowell, Massachussets. E’ qui che boxano Dickey Eklund e Micky Ward, fratellastri con la madre in comune: il primo con un passato da buon pugile, un presente da consumatore di crack e un futuro da allenatore del secondo, meno talentuoso e più tenace, categoria superleggeri, alle prese con una famiglia ingombrante.Quinto film del 52enne newyorkese David O. Russell, fin qui conosciuto soprattutto per l’interessante “Three Kings” (1999), originale war-movie sulla Guerra del Golfo. Il suo approdo a un registro più classico è baciato dalla buona stella: una storia suggestiva, coinvolgente, americana a 24 carati, per un genere – quello pugilistico – in cui bisogna davvero impegnarsi per combinare pasticci. La buona fattura della sceneggiatura si abbina alla prova eccellente di un cast perfettamente in parte: Christian Bale prenota l’Oscar con un personaggio tagliato su misura per raccogliere i favori della giuria dell’Academy, lo squinternato Dickey Eklund, orgoglio della sua cittadina, l’uomo “che mise al tappeto Sugar Ray Leonard”, ma brillano anche – in ruoli minori – Amy Adams e Melissa Leo, entrambe premiate con la candidatura come miglior attrice non protagonista. Il trio di autori (il più famoso è Scott Silver, già autore dello script di “8 Mile” con Eminem) pesca a piene mani nella letteratura di genere ma ha il merito molto apprezzabile di lasciare la sordina alle emozioni e ai momenti drammatici, senza enfatizzarli e correre il rischio di diventare mieloso e ridondante, e non privilegiando per forza i momenti più noti della carriera di Ward, come i tre epici combattimenti col canadese Arturo Gatti, solamente evocati a fine film. Le scene di boxe rendono onore alla “noble art” di cui Micky Ward – riconosciuto esempio di correttezza morale e premiato nel 2010 con il “James A. Farley Award” per la sua “onestà e integrità” – può a pieno titolo dirsi un degno esponente.

Voto: 7+


Dopo aver fallito la qualificazione al Mondiale 1974, la Federazione inglese affida la panchina della Nazionale a Don Revie, artefice dei successi del Leeds a cavallo tra gli anni ’60 e ’70. Sulla panchina viene chiamato nientemeno che Brian Clough, giovane e arrogante manager che ha trascinato il piccolo Derby County dai bassifondi della seconda divisione al titolo nazionale.
La storia di Brian Clough è più che un film: le imprese del “vecchio testone” che è riuscito a portare sul tetto d’Inghilterra e d’Europa due club alla periferia del calcio britannico non hanno eguali nella storia del calcio inglese e internazionale (ancora oggi il Nottingham Forest è l’unico club d’Europa che ha vinto più coppe dei Campioni che titoli nazionali). Naturale che se ne facesse un film, naturale che se ne occupasse Peter Morgan, specialista in bio-pic (suoi già i pregevoli copioni di “The Queen” e “Frost/Nixon”), naturale che a interpretarlo fosse Michael Sheen (già Tony Blair e David Frost nei due film suddetti). Meno ovvio che il film, tratto per l’esattezza dall’omonimo romanzo di David Peace, si concentri sul periodo più buio della carriera di Clough: i suoi famigerati 44 giorni da manager dell’odiato Leeds United fino a quando, schiacciato dal peso della voglia di vendetta e di rivalsa contro l’ex allenatore Don Revie e osteggiato dalla fronda interna capitanata dai senatori della squadra, fu licenziato. Un accorgimento tipico di Morgan, sempre a suo agio con le piccole storie di personaggi famosi, tanto da auto-citarsi in alcuni passaggi di questo film (la telefonata notturna a Revie di uno sfatto Clough sembra la stessa di quella di Nixon a David Frost); più in generale, un film che conferma che gli inglesi sono gli unici che sanno scrivere e realizzare film sul calcio degni di questo nome. Nonostante gli ovvi difetti e il vasto uso di stereotipi, semplificazioni e omissis (dopo la famosa Juve-Derby 3-1 di coppa Campioni 1973, Clough non mancò di dare dei “cheating bastards” ai giocatori bianconeri e accusare pesantemente la terna arbitrale tedesca), è un’opera sincera, appassionata e appassionante, ben recitata e diretta in modo competente, nonostante un abuso nella versione italiana del vocabolo “fottuto” in tutte le sue accezioni. Da noi, peraltro, è uscito solo in DVD. I tradizionali titoli di coda che ci informano sul destino dei vari protagonisti sembrano più suggestivi con il sottofondo di “Queen Bitch” di David Bowie.

Voto: 7-

Il dottor Parnassus gira Londra insieme alla sua scalcagnata compagnia per mostrare agli scettici passanti il suo specchio magico, attraverso il quale è possibile entrare in mondi misteriosi e fantastici dove l’immaginazione di ognuno diventa realtà. Lo specchio è un dono del Diavolo, che in cambio però ha preteso l’anima della figlia di Parnassus al compimento del sedicesimo anno di età.
L’ultimo film di Heath Ledger, la cui tragica morte sopraggiunse nel bel mezzo delle riprese, è prima di tutto un omaggio all’attore australiano: esplicito, come da didascalia finale e da sinceri e teneri cammei dei tre divi Depp, Law e Farrell che hanno accettato ruoli minori per omaggiarlo, e sottinteso nei tanti frammenti che sembrano realizzati apposta per eternare la figura di Ledger, dall’ingresso in scena appeso a una corda sotto il ponte dei Frati Neri (citazione del caso Calvi, che come ha sottolineato lo stesso Gilliam “solo gli italiani coglieranno”) fino al monologo di Depp con la partecipazione di Rudy Valentino, James Dean e lady Diana. Orazioni funebri a parte, è un film che non sfigura nel Pantheon dell’opera omnia gilliamiana: viene appagato il consueto gusto per l’eccesso e per lo svolazzo stilistico a serio rischio di svarionamenti, ma intorno il regista ex Monty Python ci costruisce una storia suggestiva che ha il carburante per reggere due ore ad alta quota; l’esaltazione del potere dell’immaginazione, tema nodale in Gilliam già da “Brazil” in poi, trova qui il suo degno collocamento in una storia fatalmente faustiana, ma dalle atmosfere felliniane (anche se il tocco del regista è perfettamente riconoscibile nelle sue scenografie magniloquenti, le sue inquadrature nervose, i suoi deliri visivi senza rete); i nemici non sono la burocrazia o gli adulti, ma semplicemente la Realtà, che rende Tony un lestofante e l’esimio Parnassus un modesto clochard. Un film che è un urlo: evadere, bisogna.

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Un allenatore di basket fuori dal giro da dieci anni torna ad allenare in uno sperduto paese nell’Indiana, portando la piccola squadra locale alle finali del campionato dello Stato.
Da una storia vera. Nel decennio che, in America come altrove (da Los Angeles ’84 in poi), ha definitivamente sancito la nascita dello sport contemporaneo, iperprofessionista, megasponsorizzato e plurivitaminico, si assiste ad un ritorno in voga del film sportivo, sull’onda lunga del fortunatissimo “Momenti di gloria”. Romantici, malinconici, ambientati nel passato per dare una visione nostalgica e arcadica dello sport, ne fioccano diversi per ogni disciplina. Del basket tratta “Colpo vincente”, fotoromanzone di smaccata ordinarietà, senza personalità e con un grosso difetto: lo sport può riservare sorprese in continuazione essendo per sua natura imprevedibile, ma questo film è imprevedibile come un’USA-Egitto di pallacanestro. Gli sbadigli non impediscono tuttavia di apprezzare la vibrante eccitazione delle pur scontatissime partite di basket e ovviamente Gene Hackman, solido come una quercia. Inverecondo macchiettone di Dennis Hopper, che comunque lo portò alla sua unica nomination all’Oscar in carriera (l’Academy al suo peggio). Grave scivolone italiano in fase di doppiaggio (“Hai visto l’ultimo film di Stallone?” “No, preferisco Richard Gere”. Nell’Indiana del 1951!?).

Voto: 6=

Trivia
(Riintitolato “Best Shot” nei vari Paesi europei che non conoscevano il significato della parola “hoosier”)

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Tony D’Amato, allenatore in declino dei Miami Sharks, squadra dell’NFL, è in rotta con la società e perde per infortunio il proprio quarterback titolare proprio a poche partite dai playoff. Scopre per caso una riserva che in poco tempo esplode e trova fama, gloria e soldi; arriva intanto il playoff con i Dallas Knights.
Oliver Stone, monumento alla coerenza: fin dall’inizio, ogni suo film è come un lancio da un grattacielo con un paracadute che ha il 50% di possibilità di aprirsi, e sotto non c’è neanche il materasso. Si butta nella mischia con coraggio e generosità; esagera, straparla, sbraita, inonda i suoi lavori di retorica e ridondanza; rischia. Anche questo film non si sposta di un millimetro dalla linea già tracciata da chi è venuto prima: sia i suoi migliori, da “JFK” a “Talk Radio”, che i suoi più discussi. Per cui non bisogna troppo biasimarlo, se “Ogni maledetta domenica” risulta saturo, ipervitaminico, eccessivo e smaccatamente – e a sorpresa – buonista nel finale: è nello stato delle cose, se dietro la macchina c’è lui. Che intanto tira fuori il miglior film sportivo degli ultimi vent’anni: durissimo al limite della diffamazione con il football americano (roba che al confronto il calcio italiano è il Paese dei Balocchi), tra doping, soldi e strapotere televisivo; ma sinceramente innamorato della palla ovale. Un’altra nota di merito è che, come sempre, Oliver Stone non fa mai film noiosi: riesce a farsi seguire anche dagli europei, la maggior parte dei quali totalmente a digiuno di football (che NON ha nulla a che spartire col rugby). Il messaggio passa, anche grazie ad un Pacino che riesce a tradurre nella sua esausta maschera il topos dell’allenatore a fine carriera, e ad una folta schiera di comprimari di gran nome, tra cui un ottimo Dennis Quaid, la rivelazione Jamie Foxx e, in ruoli minori, James Woods e Matthew Modine. Cameron Diaz, altra scelta coraggiosa (dettata probabilmente dalla necessità di abbinare ad Al Pacino un’altra star di Hollywood, per compiacere la produzione), ne esce senza graffi.

Voto: 7+

Trivia
(Lo Sharks Stadium, dove giocano nella finzione i Miami Sharks, è in realtà l’Orange Bowl Stadium di Miami)
(Nel film, la casa di Dennis Quaid è in realtà la casa di Dan Marino, quarterback dei Miami Dolphins)
(I Miami Sharks perdono il campionato contro i San Francisco 49ers, squadra per la quale fa il tifo Oliver Stone)
(Ci sono circa 117 “f-words” nel film)
(Nel bar in cui entra Tony D’Amato, al muro sono appese le caricature di Cameron Diaz, Al Pacino e Oliver Stone)
(Cuba Gooding jr. si incontrò con Oliver Stone per parlare del ruolo di Willie Beamen, ma Stone non gli diede la parte perchè Gooding jr. aveva già interpretato il ruolo di un giocatore di football in “Jerry Maguire”)
(Robert De Niro rifiutò il ruolo di Tony D’Amato; anche Jon Voight e Billy Bob Thornton rifiutarono ruoli nel film)
(LL Cool J prese la rivalità con Jamie Foxx troppo seriamente: i due si picchiarono per davvero durante le riprese della scena in cui litigano)

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Venticinque anni dopo il ritiro, torna Eddie Felton: mette gli occhi su un ragazzo nato per le nove palle e decide di portarlo in alto, ai vertici. Ma quello non sopporta le catene.
Seguito de “Lo spaccone” (1961, Robert Rossen), uno dei film che contribuirono alla nascita del mito di Paul Newman. Gli anni passano – anche nella realtà: Newman vinse l’Oscar come miglior attore un anno dopo aver ricevuto quello alla carriera – e Eddie lo Svelto non ci vede più tanto bene. Fa il talent-scout, il fiuto ce l’ha ancora. Il biliardo, uno degli sport più cinematografici che ci siano, esalta la regia di Martin Scorsese, che delizia lo spettatore dal palato fino con una serie di movimenti di macchina che quasi oscurano, in bellezza, i colpi dei due protagonisti. Tecnicamente è ineccepibile: montato da dio (grazie, mrs. Schoonmaker) e commentato quasi in ogni scena da belle musiche anni ’80, che tacciono solo nel finale, ha una sceneggiatura abusata (il rapporto tra il vecchio maestro e l’allievo scalpitante) tenuta ad alti livelli dall’ottimo gioco di squadra dei tre personaggi principali. Newman precede di un’incollatura Cruise, nell’anno del suo boom (del 1986 è anche “Top Gun”) ma sovente all’altezza del maestro; spicca la verve della rossa Mary Elizabeth Mastrantonio, che si guadagnò una meritata nomination all’Oscar. Ciò nonostante, Scorsese ha fatto di meglio. Da segnalare il dialogo tra il vecchio Eddie, da poco tornato alle gare, e il mediocre avversario che ha appena sconfitto: “Sei stato fortunato”, “Sì, ad incontrarti”.

Voto: 7-

Trivia
(Tom Cruise esegue di persona tutti i suoi colpi da biliardo del film, ad eccezione di uno particolarmente difficile (in cui deve saltare due palle per colpirne una terza), per il quale fu ingaggiato il giocatore professionista Michael Sigel)
(All’interno del cast sono presenti numerosi campioni di biliardo anni ’80)
(Martin Scorsese fa un cameo all’interno del film nella scena del casinò di Atlantic City, mentre passeggia col suo cane Zoe)

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Olimpiadi di Parigi 1924: storia vera degli atleti britannici Harold Abrahams e Eric Liddell, oro rispettivamente nei 100 e 400 metri: il primo dopo essere caduto nella sua gara, i 200; il secondo dopo aver rifiutato di gareggiare di domenica nelle batterie dei 100.
Oscar a sorpresa dell’annata 1981, “Chariots of fire” (titolo un po’ intraducibile in italiano, così si preferì il più classico “Momenti di gloria”), esordio alla regia del pubblicitario Hugh Hudson (che non si è mai più ripetuto a questi livelli) è un film inglese che ha tutto per piacere agli statunitensi: del resto, basta sostituire le stars&stripes all’Union Jack per avere già pronta l’esaltazione dell’America dei primi ’80, proprio all’alba del reaganismo. Film repubblicano (o conservatore, a seconda dei punti di vista) che mette al primo posto i Valori: Dio, patria e famiglia. Esauriti i difetti, bisogna ammettere che come film sportivo ha pochi eguali nella storia: eccellente ricostruzione d’epoca dell’ambiente e dello spirito olimpico, l’uso del rallenty nelle scene di competizione (oggi è un cliché, ma allora non ci aveva ancora pensato nessuno), interpretazioni sincere. I due protagonisti, Ben Cross e Ian Charleson, non faranno molta strada; diversi nomi noti tra i non protagonisti (Ian Holm, sir John Gielgud, Lindsay Anderson e Brad Davis). Quattro Oscar, di cui il più meritato è senza dubbio quello alle originali musiche del greco Vangelis: c’era perplessità per quelle sonorità non propriamente anni ’20, ma fu una scommessa vinta.

Voto: 6,5

Trivia
(Nella banda militare maschile ci furono molte comparse femminili con i baffi finti)
(L’università di Cambridge non concesse il permesso di riprendere la scena della tradizionale Great Court Run, perchè non voleva che i suoi studenti apparissero come anti-semiti; l’università di Eton, dove aveva studiato Hugh Hudson, acconsentì al posto suo)
(Tra i ragazzi che corrono sulla spiaggia di St. Andrews nella sequenza dei titoli di testa, molti di loro erano caddies al circolo di golf di St. Andrews)
(Il titolo “Chariots of Fire” venne in mente allo sceneggiatore Colin Welland dopo aver ascoltato un canto religioso trasmesso dalla BBC in cui c’era il verso “Bring me my chariot of fire”)

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