Category: Storico




Il 20 luglio 2001, all’indomani della morte di Carlo Giuliani durante il G8 di Genova, la Polizia italiana sfrutta alcuni tafferugli isolati per organizzare una durissima rappresaglia che culmina nell’irruzione notturna alla scuola Diaz, dove dormono e sono accampati decine di manifestanti, pestati a sangue, arrestati, trascinati in caserma e sottoposti a nuove violenze.
Eccolo dunque il film dello scandalo, indesiderato e persino osteggiato dalle nostre autorità, come ha pubblicamente lamentato il produttore Domenico Procacci. Chi vuole sapere già sa, o perlomeno dispone di tutti i mezzi per informarsi; chi non sa vuole evidentemente restare nell’ignoranza, perciò non entreremo nel merito di quella che – come recita anche la tagline della locandina – Amnesty International ha definito “la più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la Seconda Guerra Mondiale”. Forse, però, c’è una terza categoria, quella di chi non ricorda perché troppo giovane all’epoca dei fatti. E’ nel loro nome che “Diaz” gioca la propria sfida, addirittura paradossale per un Paese come l’Italia che negli anni ’60 e ’70 produceva cinema civile di primissima qualità: affermare l’idea che stavolta non si tratta di fiction, ma che tutto quel che è mostrato (a volte persino in forma edulcorata) è successo davvero. Eccolo, il vero “romanzo criminale” della Seconda Repubblica. Daniele Vicari porta a casa un bel risultato con un film probabilmente “facile” da pensare e scrivere grazie agli atti delle indagini, ma complicato da rendere in immagini proprio per i motivi sopra elencati. Il regista decide giustamente per uno stile sporco, il più possibile vicino al documentario, con un unico evitabile artificio retorico (il ralenty della bottiglia che scandisce il ritmo e il passaggio da un punto di vista all’altro); sono resi bene l’orrore, l’incubo, il non-senso di quella notte di sangue e merda. Mezzo voto in meno per la scelta tartufesca, anche se umanamente comprensibile, di non fare neanche un nome dei responsabili che autorizzarono quest’operazione che il vicequestore Michelangelo Fournier, in una famigerata dichiarazione agli inquirenti, ebbe a definire “una macelleria messicana”.

Voto: 7



Alle 16:37 del 12 dicembre 1969 una (?) bomba esplode nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura in Piazza Fontana, Milano.
A nove anni da “La meglio gioventù” e a dodici da “I cento passi”, il ritorno di Marco Tullio Giordana al cinema civile e alla rievocazione rimette al centro della scena uno degli imbrogli per antonomasia nella storia del nostro sfortunato Paese. Il lavoro è ben fatto, molto accurato nella ricostruzione d’epoca, recitato ottimamente: menzione d’onore per il Pinelli di Pierfrancesco Favino e l’Aldo Moro di Fabrizio Gifuni, mentre Valerio Mastandrea sta un po’ stretto nei panni di un commissario Calabresi a una dimensione. La tesi portata avanti con coraggio e chiarezza (merito della calibratissima sceneggiatura di Rulli & Petraglia) è quella sostenuta da Paolo Cucchiarelli nel libro “Il segreto di Piazza Fontana”, vale a dire la “doppia bomba”: una piazzata dagli anarchici a scopo dimostrativo, l’altra – dal potenziale ben più distruttivo, la vera colpevole della strage – a opera dei neofascisti veneti con l’aiuto determinante di elementi deviati della NATO e dei nostri servizi segreti (occorre ricordare che la tesi di Cucchiarelli non è certo inoppugnabile, ed è stata di recente contestata da alcuni protagonisti della vicenda come Adriano Sofri, tra i leader di Lotta Continua, condannato in via definitiva come mandante dell’omicidio Calabresi).
Un po’ appesantito da un certo didascalismo (specialmente nei dialoghi), comunque necessario per raggiungere i fini didattici che Giordana si è lodevolmente prefissato, il film si muove abbastanza fedelmente nel solco tracciato per primo dal fortunato “Romanzo criminale” di Placido, con cui condivide una certa fascinazione per le trame più che oscure, per il complottismo d’assalto e per quel sempre più diffuso senso di anti-Stato che va diffondendosi in Italia da tempo, e certamente non senza ragioni. Va ricordato, per esempio, che non è del tutto vero che la strage sia rimasta senza colpevoli, come si legge prima dei titoli di coda: se non è stato possibile arrivare a una verità giuridica, quella storica ha comunque riconosciuto come esecutori materiali della strage i neofascisti Franco Freda e Giovanni Ventura. Tutto quel che resta lo cataloghiamo in un altro fascicolo: la dimensione emotiva, la sfera dei sentimenti, dell’indignazione, della rabbia e dell’angoscia (molto ben rappresentate) che condividiamo col ferroviere Pinelli torchiato da tre giorni in un ufficio di commissariato, con l’etereo Aldo Moro che si muove lieve e felpato come un fantasma, con i tormenti di Calabresi accompagnato dall’angelo della morte fin dalla prima scena, con l’arrogante impunità del questore Guida che mente senza pudore ai giornalisti, al Paese. Facce e corpi di italiani, alcuni perbene altri no: il vero dramma – che con il tempo, si sa, si trasforma in farsa – è che non sapremmo dirvi chi sono gli uni e chi gli altri.

Voto: 7+



Di come Sir Thomas More non volle mai avallare la legittimità del divorzio del suo sovrano Enrico VIII, non volendo ammettere la supremazia del Re sulla Chiesa Cattolica, e di come la sua integrità morale lo condusse alla forca.
Dramma energico e appassionato a firma Fred Zinnemann, il regista viennese qui al suo ultimo acuto dopo aver diretto negli anni ’50 classici come “Mezzogiorno di fuoco” e “Da qui all’eternità”; trasposizione cinematografica di una fortunata produzione teatrale che aveva protagonista lo stesso Paul Scofield. E’ evidente l’influenza shakespeariana sul testo di Robert Bolt, che riflette acutamente sul potere e sugli effetti irrimediabilmente drammatici che derivano dallo scontro di due morali, di due ideali, di due modi di intendere la Legge. Girato e portato in scena senza grande fantasia, con minime variazioni rispetto all’originale di Bolt, è un’opera che si fa piacevole col passare dei minuti e l’intensificarsi del racconto, dopo una prima fase un po’ ostica a causa dei continui riferimenti alla società inglese cinquecentesca, che ne frenarono il successo oltre Manica. Cinque Oscar (film, regia, Paul Scofield, sceneggiatura non originale, fotografia) in un anno senza capolavori indiscussi; Robert Shaw (doppiato da Oreste Lionello) fa un Enrico VIII decisamente sopra le righe che giunse alla nomination come attore non protagonista con due sole scene all’attivo.

Voto: 7-



Nella Svizzera di inizio ‘900 la relazione tra Carl Gustav Jung e la sua paziente Sabine Spielrein, consumata all’ombra dell’ingombrante presenza del dottor Sigmund Freud.
David Cronenberg fa ormai quel che vuole. Dopo la sua rappresentazione prima allegramente grottesca (“A History of Violence”) e poi magnificamente glaciale (“La promessa dell’assassino”) della violenza intesa come strumento da istinto di sopravvivenza, il regista canadese stravolge le regole e gli stilemi dominanti della sua arte per un’opera fredda e analitica al limite del didattico, che sta alla psichiatria esattamente come “Inseparabili” stava alla ginecologia e alla sua concezione quasi biologica del cinema. La ben nota dicotomia Freud-Jung (rigoroso e pessimista il primo, fermamente convinto della possibilità di uno “slancio vitale” il secondo) viene illustrata con didascalismi da libro di testo, e contemporaneamente i loro personaggi sono corposi, seducenti, fascinosi come eroi di un romanzo con le loro evoluzioni dialettiche (vanno a segno i dialoghi di Christopher Hampton). E però: nonostante lo attraversi una costante, sottile ironia (quasi tutta nel sardonico personaggio di Herr Freud), “A Dangerous Method” è trattenuto e anche troppo algido e professorale. Conosciamo troppo bene Cronenberg per sospettare che si tratti solo di una pura dimostrazione di stile, ma il distacco che il regista impone alla storia e ai suoi protagonisti porta con sé una sgradevole sensazione: che lui guardi all’umanità come un branco di topi da laboratorio. Film ambiguo, che ha il fuoco dentro, ma troppo lontano dalla superficie. Visivamente sontuoso, con le due performance di Michael Fassbender e Viggo Mortensen che riescono a passare oltre le solite moine di una Keira Knightley comunque lodevole per aver saputo affrontare un ruolo così difficile. Cent’anni dopo, comunque, la domanda è sempre quella: il sesso deve suscitare più parole o più pensieri?

Voto: 6,5

(Keira Knightley ha dichiarato che inizialmente non sapeva come affrontare il suo personaggio e soprattutto non sapeva come rendere l’isteria. Cronenberg le consigliò di immaginare di essere “un diavolo, o un cane”. Dopo le prime prove, l’attrice contattò Cronenberg su Skype e gli mostrò il risultato via webcam)
(Tra Viggo Mortensen e Michael Fassbender ci sono 19 anni di differenza, esattamente tanti quanti quelli tra Freud e Jung)



L’hotel Ambassador di Los Angeles brulica di varia umanità aspettando i risultati delle Primarie dei Democratici in California, che molto probabilmente eleggeranno il senatore Robert F. Kennedy come candidato per le Presidenziali 1968.
Film-santino che beatifica la figura di Robert Kennedy, elevandolo a simbolo di un’ipotetica età dell’oro della società americana che fu spazzata via in pochi secondi dal gesto sconsiderato di un folle (dietro il quale, caso quasi più unico che raro nella plurisecolare storia di dietrologie made in USA, non si sono mai scatenate più di tanto teorie complottiste). Si sa, Emilio Estevez (primogenito di Martin Sheen e fratello di Charlie Sheen; a differenza degli altri due, ha conservato il cognome originario) non è Robert Altman. Il tentativo di mettere su un film corale, in cui agiscano sulla scena oltre venti personaggi senza che nessuno abbia il sopravvento sugli altri, naufraga sostanzialmente perché c’è pochissima polpa, un interesse assai limitato attorno a figure bi-dimensionali che parlano per stereotipi (si prenda a esempio il primo dialogo tra il cameriere messicano e il suo collega che gli rinfaccia senza troppi giri di parole la sua inferiorità razziale, con una fiacchezza di scrittura che grida vendetta), vivono situazioni precotte (il trip da LSD) e non riescono mai a sviluppare la minima empatia con lo spettatore, a volte a causa anche della pochezza degli interpreti (spiccano il bolsissimo Anthony Hopkins, lì solo perché anche produttore esecutivo del film, e la sciagurata coppia Lindsay Lohan-Elijah Wood, uno dei più clamorosi casi di miscasting della storia recente del cinema americano). Le Primarie Repubblicane di Nashville sono lontane mille miglia, anche perché Estevez – ben lontano dalle asperità espressive del grande regista di Kansas City – preferisce un registro più pulito e irrimediabilmente piatto, dove non esistono sottintesi e mezze verità e ognuno è ciò che fa o ciò che dice di essere: il massimo dell’abiezione è l’addetto alle cucine che svela alla moglie del direttore dell’hotel l’adulterio del marito. Estevez non contempla il Male se non al di fuori dell’albergo e della cerchia del partito, commettendo così un peccato di sesquipedale ingenuità che mina alla base la credibilità dell’intero film. Per chi ci tiene, c’è però (in una piccola parte) Mary Elizabeth Winstead, che – per chi scrive – è oggi una delle tre attrici più belle di Hollywood.

Voto: 5+


Mentre le truppe garibaldine avanzano e l’Italia si appresta a diventare unita, come tutte le estati il Principe di Salina e la sua famiglia vanno a passare le vacanze presso la loro residenza di Donnafugata.
Dal romanzo omonimo – in parte autobiografico, raccontando momenti della sua infanzia – di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, caso editoriale alla fine degli anni ’50, che in pochi anni fu portato sullo schermo da Visconti. Gigantesco dispendio di mezzi tecnici e finanziari per un kolossal che è, ovviamente, sontuoso al limite dell’esagerazione nelle scenografie, nei costumi, nelle musiche (spicca un valzer inedito di Verdi a far da colonna sonora alla lunghissima sequenza del ballo); fastosa celebrazione del lato commerciale e popolare del viscontismo (c’è anche il cast internazionale non esattamente in parte, compresa la pur luminescente Claudia Cardinale) in un film a lungo illustrativo a rischio di pedanteria. Onestamente: passata la boa delle due ore, diventa tutt’un tratto interminabile. Oltre centottanta minuti di romanzone e tre scene che da sole valgono tutto il film: la partenza di Tancredi, la grottesca scena del referendum, la sepolcrale carrellata sui volti terrei della famiglia Salina – immagine perfetta per un finale, o per una morale. Due o tre sentenze memorabili che hanno contribuito a coniare l’aggettivo “gattopardesco”, ad indicare le finte smanie di cambiamento di taluni che sono invece conservatori nell’intimo. Comunque la pensiate, un classico del nostro cinema.

Voto: 6,5

Trivia
(La prima scelta di Visconti per il ruolo del principe Fabrizio era Laurence Olivier. Warren Beatty volò fino a Roma per chiedere a Visconti di concedergli la parte di Tancredi, invano)

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Undici registi, undici punti di vista, undici cortometraggi: ognuno lungo undici minuti, nove secondi e un fotogramma.
Il film-puzzle sull’11 settembre, più obbligatorio che necessario, si tiene in media apprezzabilmente lontano dalla retorica (con poche eccezioni) e sceglie di confinare la tragedia delle Twin Towers fuori dall’inquadratura, al massimo ristretta in uno schermo televisivo. In ordine crescente di valore: la palma del corto peggiore va a quello dell’egiziano Youssef Chahine (5+), didascalico e predicatorio nel suo proporre lo sguardo dell’intellettuale. Più “popolare” ma ugualmente piatto e convenzionale è quello dell’indiana Mira Nair (6-); quello del burkinabé Idrissa Ouedraogo (6), nonostante una certa esilità, ha dalla sua l’ingenuo candore del Continente Nero; quello del bosniaco Danis Tanovic (6,5) condivide l’assunto di fondo di Chahine, ma lo sviluppa in una direzione meno altezzosa e più incisiva; l’iraniana Samira Makhmalbaf (7) offre il punto di vista innocente-indifferente dei bambini, senza rinunciare ad una garbata ironia; sdegnato e coraggioso, al solito, è l’inglese Ken Loach (7), impegnato in un doloroso parallelismo con l’11 settembre 1973, il giorno del golpe cileno; il più sperimentale è il messicano Alejandro Gonzalez Inarritu (7), che lasciando il campo a voci, suoni e frammenti visivi trasmette più di altri l’orrore fisico della mattinata newyorkese; il piano-sequenza dell’israeliano Amos Gitai (7+), chiassoso e babelico, è il più pessimista e disperato; l’americano Sean Penn (7+) cita Eastwood a più riprese e vanta la conclusione più delicata e poetica; il giapponese Shohei Imamura (7+), il cui corto chiude il film, è il più distante dalla stretta cronaca e si permette un apologo grottesco sull’assoluta insensatezza di tutte le guerre; a sorpresa, il migliore è quello del francese Claude Lelouch (8), che scopre vette mai toccate in carriera con 11 minuti, 9 secondi e un fotogramma quasi interamente muti, stupendi nella raffigurazione della dimensione anche quotidiana che possono avere stragi come queste.

Voto: 7-

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Aprile 1945: Berlino è assediata dall’Armata Rossa e le milizie del Reich sono allo sbando. Il Fuhrer, rinchiuso in un bunker, cerca di resistere insieme a un manipolo di fedelissimi.
I due film simbolo della rinascita cinematografica tedesca su scala mondiale raccontano entrambi pagine dolorose della loro storia contemporanea. Artisticamente parlando, però, c’è un abisso tra la toccante compostezza de “Le vite degli altri” (di cui si parla altrove) e la fluviale verbosità di questa “Caduta” che inciampa sull’ostacolo che l’altro aveva brillantemente superato: comunicare il corso della Storia allo spettatore, ignaro specie se straniero, utilizzando il minor numero possibile di parole e spiegazioni, ma puntando l’attenzione su simboli, sguardi, gesti sintomatici (la malattia di Hitler, qui ridotta a un tremolio-macchietta) della fine di un impero. Il clima è immensamente angosciante, e l’ultima mezz’ora, scandita da un’impressionante sequenza di suicidi e morti ammazzati, ha suscitato in patria numerose polemiche non del tutto infondate: perché lasciare fuori campo, quasi per imprecisato rispetto o senso del pudore, i suicidi del Fuhrer, della sua consorte e dei coniugi Goebbels ma indugiare sulla fine straziante dei sei figli di questi ultimi? Checchè se ne dica, il film non è comunque soltanto la cronistoria delle ultime ore dell’Hitler paranoico e crepuscolare (comunque tutt’altro che umanizzato) di un inappuntabile Bruno Ganz, ma una lugubre e grave carrellata di fantasmi su cui Hirschbiegel risparmia almeno ogni commento, ché la Storia li ha già giudicati.

Voto: 6-

Trivia
(Bruno Ganz studiò i sintomi tipici del Parkinson osservando i pazienti di una clinica svizzera)
(Il ritratto che a un certo punto Hitler fissa immobile nel suo studio è quello di Federico il Grande, re di Prussia)
(Delle trentasette persone rimaste in vita dopo gli eventi raccontati nel film, l’unico superstite è Rochus Misch, guardia del corpo di Hitler che abita oggi in un sobborgo alla periferia di Berlino)

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