Category: Thriller


rossoshocking

Dopo la morte accidentale della loro figlia, i coniugi Laura e John Baxter si trasferiscono per qualche settimana a Venezia per lavoro. Ma non riescono a ritrovare la tranquillità…
Oltre alla mitologica traduzione del titolo dall’inglese all’italiano (l’originale era il più discreto “Don’t look now”), sono vari i motivi che col tempo hanno fatto un piccolo cult di “A Venezia… un dicembre rosso shocking”. Innanzitutto la chiacchieratissima scena di sesso Sutherland-Julie Christie, che da più testimoni fu ritenuta molto poco cinematografica e ben più autentica; quindi il tono generale dell’opera, un thriller-horror inizialmente confuso e barocco e via via sempre più ansiogeno, fino all’agghiacciante finale che ispirerà le generazioni future; infine l’uso originale del montaggio e delle musiche antifrastiche realizzate dal veneziano Pino Donaggio, che da qui iniziò a costruirsi una solida fama di musicista thriller-horror, finendo per essere apprezzato da moltissimi cineasti di genere, primo fra tutti Brian De Palma. Da un racconto di Daphne du Maurier, clamoroso successo in Gran Bretagna e all’estero, è il film più famoso del londinese Nicolas Roeg; impressionarono all’epoca lo stile aggressivo e raffinato e l’indimenticabile ritratto di una Venezia cupa, lugubre e autunnale, in una specie di dépliant all’incontrario. La logica narrativa si espone a parecchie alzate di sopracciglio, ma col passare dei minuti lo spettatore impara a fare meno lo schizzinoso. Oltre al titolo di cui si è già detto, il pubblico italiano ha motivo di lagnarsi anche per un doppiaggio criminoso.

Voto: 7

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angelheart

New York 1955. Un detective scalcinato riceve un’indagine su commissione dal ricco e misterioso Louis Cyphre: rintracciare Johnny Favorite, un cantante sparito nel nulla dopo un incidente in guerra, senza aver saldato con Cyphre un non meglio precisato debito.
Semi-horror robusto ma non esattamente elegantissimo a firma Alan Parker, uno che non ha mai amato troppo i convenevoli (come dimostrerà anche nel successivo “Mississippi Burning”, rozzissimo thriller a sfondo razziale). La clava sostituisce lo scalpello nel disegno dei personaggi, tutti solidamente ancorati a un preciso stereotipo: Mickey Rourke nel fiore degli anni dà corpo e sostanza al cliché dell’investigatore maledetto, la femme fatale di turno si sdoppia nelle ambigue figure di Charlotte Rampling e Lisa Bonet (meglio la seconda) e dulcis in fundo il villain della situazione è un Robert De Niro persino oltraggioso nel suo denireggiare a tutto spiano approfittando dell’eccezionalità del suo ruolo (il diavolo, probabilmente). Parker usa la mano pesante anche in fase di sceneggiatura: l’effettaccio gratuito ha spesso la meglio sulla plausibilità della situazione, nonostante un paio di piroette mica male e un cruento finale a suo modo indimenticabile. Tra i film pionieri della corrente neo-noir, sviluppatasi in America a partire da metà anni ’80, con i temi classici del genere a mischiarsi con nuovi come la ricerca della propria identità da parte del protagonista. Punti a favore: una parte tecnica (regia compresa) di prim’ordine e un Rourke più che convincente. Punti deboli: un copione che nella seconda parte è a serio rischio naufragio. Scena cult: De Niro che sbuccia e mangia l’uovo sodo.

Voto: 6

Argo (Ben Affleck, 2012)



Iran 1979. Infuria la rivoluzione e ne fanno le spese 52 diplomatici dell’ambasciata americana a Teheran, sequestrati dai rivoltosi. Altri sei funzionari riescono a scappare e a rifugiarsi a casa dell’ambasciatore canadese, dove tocca alla CIA andarli a prendere per riportarli negli Stati Uniti.
Terzo film di Ben Affleck, il suo migliore e anche, in fondo, il più convenzionale e fedele alle norme dello showbiz impegnato: una storia aspra, poco conosciuta, ricca di zone d’ombra e possibilmente vera, che si risolva nel migliore dei modi, ma in maniera tale che l’autore non rinunci a esprimere un punto di vista critico e sarcastico verso il proprio Paese. “Argo” è tutto ciò, un thriller-spy story declinato secondo le regole – non è un caso la presenza come produttore di George Clooney, al cui percorso artistico Ben Affleck sembra rifarsi esplicitamente – e con ritmi e tensioni degne dei grandi thriller politici anni ’70 (i movimenti di macchina in interni sono gli stessi di “Tutti gli uomini del presidente” di Alan J. Pakula). La cura della suspense, in particolare, è notevolissima e il merito spetta quasi interamente all’Affleck regista, che adotta uno stile senza troppi fronzoli e svolazzi, al totale servizio della narrazione, delegando la gestione del ritmo del racconto all’eccellente montaggio di William Goldenberg: il punto di riferimento sembra proprio essere Michael Mann, come già si era intuito nel precedente “The Town”.
Affleck non si sottrae inoltre al solito discorso meta-cinematografico, che ormai da un discreto lustro occupa ossessivamente i copioni hollywoodiani a ogni livello: la sotto-trama sul lato più cialtrone e peracottaro degli Studios, con tanto di scritta HOLLYWOOD significativamente ammaccata, ha comunque il dono dell’ironia, aiutata in questo dall’indiscutibile verve dei mattacchioni Alan Arkin e John Goodman. Insomma è un film perbene, in cui gli occidentali sono i Buoni ma perfino gli iraniani non sono poi così cattivi, son giusto un po’ permalosi e ipertesi. Un film che non ha alcuna vis polemica né la cerca, che persiste nell’ostinata opinione che l’America, malgrado tutto, sia comunque un grande paese; e noi siamo ancora disposti a crederci, anche grazie a un marchingegno perfettamente oliato in ogni dettaglio – pensate, persino Ben Affleck sembra un attore vero.

Voto: 7+



Coppietta felice si trasferisce in una bella villa sul lago, dove lei inizia ad avvertire strane presenze, mentre lui cerca vanamente di tranquillizzarla. Chi ha ragione?
Escursione-thriller di buon successo firmata Robert Zemeckis, tra i più capaci e autorevoli tra i cosiddetti registi da botteghino (almeno fino a dieci anni fa). Qui asseconda la moda del periodo – il giallo spiritistico con colpo di scena allegato – mettendo su un’impalcatura solidissima con due divi di mezza età per catturare tutte le fasce di pubblico e una sceneggiatura di rassicurante banalità. Tanto mestiere in questa specie di “Hitchcock for dummies” che si fa comunque guardare senza troppe pretese fino al termine, nonostante un finale lungo oltre ogni sopportazione – in cui ci si scopre a fare il tifo per il decesso immediato dei due protagonisti – e un’interpretazione fin troppo marmorea da parte di Harrison Ford, che all’epoca aveva smesso di recitare più o meno da una decina d’anni (mentre Michelle Pfeiffer è deliziosa come al solito). Brividi a profusione e tensione sempre altissima, anche se l’artificiosità dell’intreccio e le millemila citazioni superano più volte la soglia consentita. Tremenda tag-line di involontario umorismo presente sulla locandina originale: “Sta alle vasche da bagno come Psycho alle docce”.

Voto: 6-



Cesar, infelice e solo al mondo, è l’inquietante portiere di un condominio in città: conosce i segreti di tutti gli inquilini e ne spia personalmente qualcuno, a cominciare dalla bella e spensierata Clara da cui è ossessionato, invidiandone la gioia di vivere e il perenne buon umore. Come fare a toglierle quel sorriso dalla faccia?
Sesto film del 43enne catalano Jaume Balagueró, che si è ormai costruito una solida fama presso gli appassionati dei thriller e degli horror meno truculenti e più psicologici. Questo “Mientras duermes” continua a percorrere il solco dei precedenti lavori, muovendosi su un percorso classico, ricorrente e un po’ risaputo (un portinaio psicopatico e stalker che sviluppa una relazione ossessiva con una sua inquilina – vi ricorda qualcosa?) con perizia e mestiere innegabili, senza mai “svaccare” né concedere al pubblico facili emozioni. Balagueró sa far aspettare i suoi spettatori, intrattenendoli con descrizioni convincenti e perfino ironiche dei personaggi e dell’ambiente in cui si muovono, prima di piazzare l’affondo con grazia e decisione da sciabolatore; e, quel che è più importante, non asseconda i pensieri e le speranze del pubblico, ma – pur mantenendo uno stile classico e quasi cristallino, senz’alcun svolazzo o barocchismo tipicamente ispanici – lo spiazza e lo gela con uno dei finali più disturbanti degli ultimi tempi. Il cast è composto da attori praticamente sconosciuti al di là dei confini spagnoli, ma è ben diretto e regge benissimo la scena a cominciare da Luis Tosar, novello Anthony Perkins; il resto lo fanno la regia e la sceneggiatura di Alberto Marini, entrambe “invisibili” nel senso migliore del termine. La distribuzione italiana che traduce in inglese (“Bed time”!) un titolo spagnolo si distingue per idiozia come spesso accade.

Voto: 7-



Svezia: un giornalista economico si dimette dalla direzione del suo periodico dopo essere stato condannato per diffamazione verso un potente finanziere. Per risalire la china accetta di indagare sulla scomparsa della nipote di un ricco imprenditore, avvenuta quarant’anni prima. Nel frattempo, la hacker Lisbeth Salander…
Il grande successo postumo della trilogia “Millennium” a opera dello svedese Stieg Larsson ha già stabilito un piccolo record: in tre anni sono stati già tratti ben due film dal primo capitolo, “The Girl with the Dragon Tattoo” (traduzione italiana un po’ libera ma appropriata, “Uomini che odiano le donne”). Il primo film, diretto da Niels Arden Oplev, era una produzione svedese uscita in Europa nei primi mesi del 2009; ma il pubblico d’oltre oceano, si sa, non guarda nulla che non sia americano, così i produttori statunitensi hanno buon gioco a importare quel che d’interessante viene dal Vecchio Continente. Il remake è stato affidato alle sapienti mani di David Fincher, che da qualche anno ha intrapreso un percorso non troppo lontano da quello di cineasti come Scorsese negli anni ’90, alternando film d’autore a film di cassetta i cui proventi servono a finanziare il successivo film d’autore. “Millennium” – ovviamente – fa parte della seconda categoria: con gioielli come “Seven” e “Zodiac” Fincher ha rifondato il sottogenere “thriller con serial killer” e, nonostante la trasferta svedese, gioca nel suo giardino,  inserendo il pilota automatico e impostando la solita infallibile atmosfera specialità-della-casa (fotografia gelida, montaggio serratissimo, musiche in tono di Trent Reznor); si auto-cita per il sollazzo dei fan ed elargisce stille di classe purissima come la scena della tortura con “Orinoco Flow” di Enya in sottofondo. L’operazione è squisitamente commerciale e dunque non c’è da fare troppo i buongustai: il film tiene tutto sommato decorosamente, malgrado la durata extralarge e almeno un grave errore di miscasting (l’aver affidato la parte principale all’oggettivamente scarsissimo Daniel Craig). Rooney Mara rifà con lo stampino il personaggio già nobilitato da Noomi Rapace e insomma tutti vivono felici e contenti, spettatori compresi. Un Fincher minore per esigenze di botteghino (cfr. “Panic Room”, 2002), ma è pur sempre Fincher. Notevolissimi e già cult i titoli di testa: se siete impazienti, potete goderveli nel video qua sotto.

Voto: 6,5



Londra 1973: tra gli agenti segreti al servizio di Sua Maestà c’è un infiltrato al soldo del KGB.
Non è facile accostarsi alla recensione di “Tinker Tailor Soldier Spy” (meglio il bel titolo originale, omonimo del famoso romanzo di John Le Carré che diede origine nel 1979 anche a una mini-serie televisiva con Alec Guinness come protagonista). Il motivo è presto detto: è un film pressoché incomprensibile, densissimo di nomi luoghi fatti e ulteriormente complicato da una struttura a flashback che evita ellitticamente l’azione e si concentra praticamente solo sui dialoghi. Magari potete prenderlo come una sfida con voi stessi: se riuscirete a stargli dietro, sarete pronti per una carriera da provetti giallisti. E se andrà male, non è detto che avrete buttato due ore: a noi, dopo aver smarrito il filo del discorso dopo poco più di mezz’ora e trovandoci perciò costretti a trovare un motivo d’interesse nei successivi 90 minuti, è capitato di scoprire un grande regista. Lo svedese Tomas Alfredson, già rivelatosi nel 2008 col bellissimo horror “Lasciami entrare”, ha una personalità sconosciuta alla quasi totalità dei registi americani cosiddetti “di genere”, specializzati cioé in thriller e polizieschi spesso altrettanto complicati ma con molto meno arrosto. Alfredson non sbaglia una scena, non banalizza mai un’inquadratura, non trascura alcun dettaglio; non è di quelli che si appoggiano passivamente al copione e agli attori, ma ne esalta le qualità immergendoli in un’atmosfera rarefatta, fuori dal tempo (anche se la ricostruzione d’epoca è impeccabile). Sa andare oltre la semplice costruzione di un viluppo inestricabile e invita a dirigere lo sguardo in tutte le direzioni, esibendosi in lampi di estro registico spesso sorprendenti (la scena finale). Ha 46 anni e il talento per reggere l’urto di una carriera mainstream. Da buoni cinefili annotiamo infine la fresca nomination agli Oscar per il buon vecchio Gary Oldman – incredibile ma vero, è la prima della sua carriera.

Voto: 6,5



Un rampante avvocato con bella famigliola incontra per caso una bionda femme fatale e ci va a letto senza farsi troppi problemi, sottovalutando le imprevedibili conseguenze del caso.
Pochi autori sono così rappresentativi degli anni ’80 USA come il britannico Adrian Lyne, regista lanciato dal successone di “Flashdance” (1983) e quindi abilissimo a vellicare i pruriti dello spettatore con “9 settimane e 1/2”. Un anno dopo porta il suo meccanismo a vette di perfezione con “Attrazione fatale”, micidiale frullato di reaganismo e yuppismo che concentra in due ore tutti i desideri e le paure dell’occidentale medio: l’affermazione sociale (che ha come immediata conseguenza l’affermazione sessuale), la mancanza di sicurezza e la voglia di giustizia privata, il terrore ipocrita del maschio dominante di “perdere tutto”. Film accattivante nella confezione e nel ritmo quanto odioso nella sua sempre crescente misoginia, che addossa tutte le colpe alla matta di turno assolvendo del tutto il buon Michael Douglas, che ne esce intonso come un bambino. Non stupitevi, perciò, se vi ritroverete più o meno inconsciamente a fare il tifo per Glenn Close. Dopo il boom, gli anni ’90 accompagneranno Lyne in quell’oblio da cui non sarebbe mai dovuto uscire.

Voto: 5+

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