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Cinemascope cambia casa! Da oggi ci trovate al nuovo indirizzo www.cinema-scope.org. Accorrete numerosi!

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Gaudium magnum



Dopo appena cinque anni e due mesi, Cinemascope approda su Facebook! Ho sempre avuto i riflessi pronti.

http://www.facebook.com/pages/Cinemascope/205235206234145



Dopo una delusione d’amore, Checco lascia il paesino natìo di Polignano a Mare (Bari) per cercare fortuna a Milano.
Sulla scia del grande successo televisivo del personaggio di Checco Zalone, ecco il passaggio sul grande schermo, ormai una tappa obbligata. Tralasciamo la sceneggiatura stantia (firmata Gennaro Nunziante, un tempo – intorno agli anni ’90 – autore di brillanti sketch comici e satirici sulle reti locali pugliesi), florida di battute muffose, fondate per il 90% su giochi di parole e strafalcioni verbali del Nostro Eroe, di situazioni comiche vecchie come il cucco (l’equivoco calce-cocaina nel bagno della festa: cfr. “Johnny Stecchino” 1991, con effetti ben più dissacranti), di passaggi logici inesistenti (l’impresario accetta di far esibire Checco nel suo locale senz’aver neanche ascoltato il CD!). La tralasciamo ma non dovremmo, perché in un film comico la sceneggiatura è tutto (o almeno dovrebbe; vent’anni di micidiali cine-panettoni hanno fatto il loro sporco lavoro, in questo senso); comunque, la lasciamo stare.
C’è però, esibita in bella mostra, quest’esaltazione dell’omofobo-razzista-ignorante che viene innalzato a eroe positivo che “sconfigge i pregiudizi”. Un eroe che vellica il pubblico più becero e assuefatto con ripetute strizzatine d’occhio (Checco fa l’offeso con la ragazza che lo rifiuta: “Sei troppo colta!”). Tranquillo, o popolo: Checco è “come voi”, è solamente un personaggio buffo e un po’ tamarro, e come tale ottiene il tanto atteso successo. Senz’alcun talento né motivo, senza migliorare né maturare, viene assoldato in un talent-show (come se la TV fosse l’unico traguardo interessante per un musicista) e conquista il cuore dell’amata (Giulia Michelini, tanto caruccia quanto insopportabile) fino a sposarla, dopo che costei si è finalmente accorta di quanto è palloso e polveroso l’intellettuale di cui era invaghita. Si viene quasi da simpatizzare per la Lega – e non è facile, vi assicuriamo – per il modo macchiettistico in cui è ritratto il personaggio del povero Ivano Marescotti. Si dirà: è satira! Rispondiamo noi: è paraculaggine della peggior specie, quella legata a bassi interessi economici, adeguatamente foraggiati da Medusa con una distribuzione-monstre. Incassi favolosi in tutta Italia.

Voto: 0,5

Vita e opere di Renato Vallanzasca e della sua banda, che negli anni ’70 si meritò sul campo i gradi di pericolo pubblico numero 1: rapine a banche e supermercati, evasioni plurime, sanguinose sparatorie con carabinieri e polizia.
Dopo l’infelicissimo “Il grande sogno”, Michele Placido si gioca al meglio l’ultima spiaggia per nobilitare la propria contraddittoria carriera da regista, tornando prudentemente a ricalcare le orme di quello che era fin qui il suo miglior film, “Romanzo Criminale”, sopravvalutato ma innegabilmente avvincente e ben confezionato. Ma questo “Vallanzasca” – che si presenta piuttosto esplicitamente come la trasposizione settentrionale delle avventure della banda della Magliana – è per certi versi superiore al film tratto dal romanzo di De Cataldo: se lì spesso Placido si era fatto prendere dalla foga e aveva rimpinzato di troppa roba le due ore e venti di pellicola, qui ha miglior gioco a concentrarsi su un personaggio, una storia, una singola vicenda umana (senza concessioni alla politica o al complottismo) e a fargli gravitare attorno l’intera trama. La sceneggiatura è quella di un classico bio-pic: va avanti e indietro nel tempo, con ampio uso di didascalie chiarificatrici, non ha le increspature di “Public Enemies” di Michael Mann ed è filologicamente più affine a quelle dei due film “Nemico pubblico n.1” sul bandito francese Jacques Mesrine, interpretati da Vincent Cassel e diretti da Jean-François Richet. La regia, all’americana, dimostra ancora una volta che Placido sa copiare i grandi maestri, e – sia detto senza ironia – è una qualità non da tutti.
Urgerebbe, poi, il dibattito su quanto sia “etico” rappresentare come una rockstar bella e dannata il cattivone assassino Vallanzasca, e altre scempiaggini del genere. Da “Scarface” di Howard Hawks fino ai giorni nostri, la storia del cinema ne uscirebbe dimezzata se avesse dovuto rinunciare ai propri villain; chi è così stupido da lasciarsi plagiare dalla biografia di un pluri-omicida (cosa che il film non nasconde, tutt’altro), beh, fattacci suoi. Da Batman in su (o in giù), da sempre il Male affascina più del Bene, la trasgressione e l’infrazione delle regole stuzzicano più del pigro tran-tran da impiegato catastale; nessuno farà mai un film su un personaggio che osserva scrupolosamente il regolamento condominiale della raccolta differenziata, semplicemente perchè è noioso. Chi spara boiate (i soliti politici verdognoli, perlopiù) sul cattivo messaggio propalato dal film è in malafede e al solito strumentalizza un’opera di buon valore culturale per basse speculazioni politiche.
Tornando a noi, “Vallanzasca” non sarebbe così ben riuscito con un altro attore protagonista. Kim Rossi Stuart (che ha anche collaborato alla sceneggiatura) azzecca il film della vita con una performance sui livelli di Toni Servillo nel “Divo” (anche se, per vari motivi, Vallanzasca è più “facile” da interpretare di Andreotti), risultando spesso impressionante per la fedeltà e la totale aderenza all’originale. Meno riusciti i personaggi di contorno, a cominciare da un Timi decisamente fuori parte del quale però non si può non notare la somiglianza sempre più spiccata con Gianmaria Volonté. Forse l’entusiasmo e il voto sono eccessivi, ma sono il dovuto premio a un’opera eccitata ed eccitante, molto più energica e vibrante della media italica.

Voto: 7,5

Si ricomincia!

Con il 2010 si rimette in moto Cinemascope. Scusate l’interruzione e buona visione!


Michele, professore di matematica appena entrato al liceo “Marylin Monroe”, ha seri problemi di relazione con le persone. S’innamora malsanamente di Bianca, una sua collega.
Il quarto capitolo della saga di Michele Apicella sembra essere specularmente opposto al romanzo di formazione che Truffaut ha scritto e messo in scena per il suo Antoine Doinel. Laddove questi si spogliava pian piano dei panni di enfant sauvage per iniziare una nuova vita più matura e consapevole, il personaggio morettiano avanza ad ampie falcate verso la distruzione di sé e degli altri: propositi inaugurati con il prologo-manifesto (Michele che torna a casa, entra in bagno e lo disinfetta dando fuoco a lavandino, vasca e gabinetto) ed esplicitati in questa finta e tremenda commedia dall’azione più eversiva e immorale di tutte (l’omicidio) e mai più ripetuta nelle pellicole successive. L’ingresso dell’eterno femminino (l’innocua Laura Morante) nell’universo morettiano contribuisce alla definitiva deflagrazione di un personaggio nella cui costruzione pesa sicuramente l’innegabile narcisismo esibizionista del Nostro, ma che si può e si deve definire uno dei più riusciti (e contemporaneamente irrisolti) dell’ultimo quarto di secolo di cinema italiano: in clamoroso anticipo sull’era dei trentenni-macchietta à la Muccino, Moretti stronca una generazione (la propria) prendendo a modello il caso limite del misantropo frustrato, e le sue ossessioni (la Nutella, le scarpe) – lungi dall’essere elementi puramente comici – sono spie rivelatrici delle follie contemporanee fondate sul culto dell’oggetto e del possesso (di cose, di animali, di persone) per fuggire l’inaccettabile sospetto di essere rimasti soli. Scena cult: Apicella a pranzo dal suo alunno che rampogna il padrone di casa su come tagliare il Mont-Blanc, “continuiamo così, facciamoci del male”.

Voto: 7


Rimasto orfano dopo che i suoi genitori sono stati uccisi da un balordo, il giovane miliardario Bruce Wayne ha un obiettivo: ripulire dal marcio l’amata Gotham City.
Quinto capitolo della saga di Batman; il primo in ordine cronologico, diretto da uno dei registi più cool di Hollywood che per inscenare la sua personale visione dell’uomo pipistrello ha voluto distaccarsi sia dai fasti burtoniani che – fortunatamente – dagli aberranti episodi schumacheriani. Il risultato è originale e quantomeno degno di nota, perché tanto per iniziare è probabilmente il superhero-movie con meno effetti speciali e digitali della storia recente del cinema; scelta che simboleggia la volontà di Nolan di confinare in un angolino gli ammennicoli da popcorn e abbandonarcisi per obblighi di copione soltanto nel finale, cedendo il passo a uno scavo psicologico di inedita profondità seppur penalizzato dal marmoreo e bamboleggiante Christian Bale, ennesimo Batman privo d’ironia (da questo punto si salvava – ma appena appena – solo George Clooney). Un eroe senza poteri ma ipertecnologico di cui Nolan spiega, al limite della pignoleria, la natura del suo portento per bocca di Morgan Freeman. Un blockbuster adulto di un regista che ha saputo felicemente traslocare dal cinema indie a quello delle majors mantenendo sostanzialmente intatti i propri principi e i propri temi ricorrenti (il trauma che ossessiona, la vendetta spesso cieca), nonostante in questo caso la sceneggiatura di David S. Goyer accusi più del solito la tensione del grande evento specie nel disegno dei personaggi (e così: l’evitabile spruzzata di jujitsu e altra-roba-orientale, l’imbarazzante Katie Holmes sempre più trascinata dallo sciagurato consorte in un gorgo nero e senza uscita, il britannico Tom Wilkinson improbabile mafioso italo-americano…). Prosegue il filone dell’ “eroe problematico” già portato al successo da Sam Raimi con “Spiderman” arricchendolo di un’ulteriore patina noir che non sarebbe dispiaciuta ai creatori del fumetto; il finale apre la strada all’annunciato sequel “Il cavaliere oscuro”, in questi giorni un po’ in tutte le sale del globo.

Voto: 6,5

Trivia
(Prima che venisse contattato Nolan, nel 2003 Darren Aronofsky e Frank Miller lavorarono insieme a una sceneggiatura basata sulla graphic novel “Batman: Year One” e sottoposta alla Warner Bros, che la rifiutò probabilmente a causa di alcune variazioni di copione come la sostituzione di Alfred con un robot afro-americano di nome “Big Al” o l’aver reso Bruce Wayne un senzatetto)
(Christian Bale perse la voce per tre volte a causa delle variazioni della voce per interpretare Batman)
(Tra i candidati al ruolo del dottor Jonathan Crane c’era anche Marilyn Manson)
(Una delle macchine guidate da Bruce Wayne è una Lamborghini Murcielago. In spagnolo, “murcielago” significa “pipistrello”)
(Il personaggio di Rachel Dawes, che non fa parte di nessuna storia di Batman, è stato appositamente creato da Christopher Nolan e David S. Goyer)


A Milano si incrociano le solitudini di Ernesto, triste proprietario di lavanderia, Caterina, suora a un anno dalla consacrazione che “trova” per caso un neonato di pochi giorni, e Teresa, sperduta ragazza madre.
Quinto film dell’ascolano Giuseppe Piccioni, regista destinato a non passare alla storia per alcun motivo. Benchè ci sia dell’originalità nell’ambientazione in una Milano anonima e antiestetica e nel racconto dell’ambigua relazione tra la suora (Margherita Buy in un ruolo alla Margherita Buy) e il piccolo e grigio imprenditore (Silvio Orlando in un ruolo alla Silvio Orlando-quando-fa-film-drammatici), la rappresentazione e la messa in scena hanno la verve di un impiegato postale sveglio appena da cinque minuti. Alle volte, applicare la sordina ad un intero film può essere indice di eleganza, compassione, pudore; qui, a parte qualche sbalzo d’umore causato dalle due sporadiche apparizioni di una Marina Massironi usata poco e male, sembra più che altro esserci quel finto e sofferto sopimento delle emozioni tipico dell’italdramma contemporaneo che sconfina nella fiction. Comunque apprezzabile la descrizione laica e neutrale dell’ambiente monastico: brilla la scena della cerimonia dei voti. Vinse inopinatamente il David di Donatello come miglior film in un anno di generale povertà del cinema italiano.

Voto: 6+

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