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zonamorta

Dopo un grave incidente automobilistico che l’ha costretto in coma per cinque anni, Johnny ha sviluppato l’insolita capacità di poter vedere il futuro attraverso il contatto con le altre persone.
Dall’omonimo romanzo (1979) di Stephen King, il film più convenzionale e meno personale di David Cronenberg, alla sua prima grande produzione hollywoodiana (targata Dino De Laurentiis) dopo il folgorante inizio di carriera. Opera fredda e trattenuta, poco in sintonia con la scrittura pop dell’autore di Portland. Più che occuparsi della sintonia tra i personaggi e lo spettatore, Cronenberg, impegnato in un insolito lavoro su commissione, si occupa di tenere in ordine la stanza e fare in modo che tutto risulti immediatamente comprensibile e interpretabile; nessuna traccia delle ambiguità morali del Cronenberg passato e futuro, sostituite da una netta e brutale separazione tra buoni e cattivi. L’intrattenimento è comunque di discreto livello, grazie alle riuscite interpretazioni di un delicato Christopher Walken e di un Martin Sheen “presidente operaio” più schizzato del solito, e non c’è mai rischio di annoiarsi.

Voto: 6

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gambler 2

Un rispettabile professore d’inglese di New York è schiavo del demone del gioco e si indebita fortemente con un bookmaker clandestino controllato dalla mafia: deve rimediare 44 mila dollari in pochi giorni o saranno guai.
Tra i fondatori del free cinema, la nouvelle vague britannica esplosa tra gli anni ’50 e ’60, il cecoslovacco Karel Reisz girò in America negli anni ’70 un paio di ottimi film che non ottennero però il meritato successo. In particolare “40 mila dollari per non morire”, inspiegabilmente poco conosciuto, è un saggio lucidissimo e inappuntabile sul vizio del gioco, il miglior film mai realizzato sul gambling come condotta di vita ancor più che come bizzarra strategia economica. In altre parole: il giocatore compulsivo non aspira a diventare ricco e non si illude di poter vincere sempre, anzi in un certo senso anela inconsciamente la sconfitta perché quel che più gli importa è il “juice”, il brivido del rischio che più è prolungato più dà piacere, e nessun discorso moralistico o di semplice buon senso potrà mai fargli cambiare idea. Perciò, lo stato d’animo a cui il vero gambler non rinuncerebbe mai, la “droga” che lo fa andare avanti anche con debiti a sei zeri non è la soddisfazione di una larga vittoria secondo pronostico, ma la tensione di un finale di partita punto a punto come quello dell’incontro Lakers-Seattle che James Caan ascolta alla radio immerso nella vasca da bagno. La regia di Reisz asseconda l’ottima sceneggiatura di James Toback con uno stile nervoso e sincopato, dal taglio tipicamente anni ’70, in cui ogni giudizio morale sul protagonista si sublima nel malinconico finale. La personalità e la fisicità di un grande James Caan invadono ogni scena, ma molti attori di supporto non gli sono da meno, in particolare Morris Carnovsky (il nonno) e Jacqueline Brookes (la madre). Da qualche mese a Hollywood si parla di un remake probabilmente affidato a Todd Phillips, regista del fortunato ciclo di “Una notte da leoni”.

Voto: 7,5

moonrise-kingdom-international-poster

1965: avventurosa fuga d’amore nei boschi del New England tra i dodicenni Sam e Suzy, osteggiata dalla famiglia di lei e dai capi scout di lui. Intanto sta arrivando la bufera.
Ritorna Wes Anderson, e prosegue con successo sempre crescente nel suo cinema lezioso e delizioso, sempre più denso e ricco di piccoli dettagli e perle nascoste, ma anche ugualmente leggiadro e svolazzante. La caccia ai difetti di “Moonrise Kingdom” è compito arduo. Si potrebbe trovare il pelo nell’uovo di uno sguardo ancora un po’ troppo distaccato e “trattenuto” anche davanti a un tema come quello dell’adolescenza, che ben si concilierebbe con il suo stile studiatamente naif; ma stiamo pur sempre parlando di un cineasta che per ritmo, inventiva, profondità e stile vola usualmente mille miglia sopra la concorrenza. E quindi è vietato distrarsi, perché si può essere folgorati in ogni momento, da una striscia di sangue, dalla gerarchia di un campo scout, da una canzone di Françoise Hardy. Se il filone principale va a segno anche per la bravura dei due giovani interpreti Jared Gilman e Kara Hayward, altrettanto azzeccate come sempre le vicende di contorno, a cui il super-cast partecipa aderendo in pieno alla classica atmosfera andersoniana in cui si rimane impassibili e serissimi pur prendendosi amabilmente in giro. Al suo settimo film, grazie alla sua grande capacità di rinnovarsi e saltare con straordinaria naturalezza da un genere all’altro (compresa l’escursione nel cartoon con “Fantastic Mr. Fox”), Anderson non corre ancora il rischio di diventare stucchevole; pure, adesso che la sua fama è diventata solidissima e grandi stelle di Hollywood fanno a gara per poter lavorare con lui, non ci dispiacerebbe un ulteriore salto di qualità verso un cinema più intenso e meno pastelloso – non guardateci male, sono aggettivi che fanno storcere il naso anche a noi, ma sono anni che guardiamo i film di Anderson e ci manca sempre la parola giusta per catturarli. Sarà questa la sua nuova sfida?

Voto: 7,5

angelheart

New York 1955. Un detective scalcinato riceve un’indagine su commissione dal ricco e misterioso Louis Cyphre: rintracciare Johnny Favorite, un cantante sparito nel nulla dopo un incidente in guerra, senza aver saldato con Cyphre un non meglio precisato debito.
Semi-horror robusto ma non esattamente elegantissimo a firma Alan Parker, uno che non ha mai amato troppo i convenevoli (come dimostrerà anche nel successivo “Mississippi Burning”, rozzissimo thriller a sfondo razziale). La clava sostituisce lo scalpello nel disegno dei personaggi, tutti solidamente ancorati a un preciso stereotipo: Mickey Rourke nel fiore degli anni dà corpo e sostanza al cliché dell’investigatore maledetto, la femme fatale di turno si sdoppia nelle ambigue figure di Charlotte Rampling e Lisa Bonet (meglio la seconda) e dulcis in fundo il villain della situazione è un Robert De Niro persino oltraggioso nel suo denireggiare a tutto spiano approfittando dell’eccezionalità del suo ruolo (il diavolo, probabilmente). Parker usa la mano pesante anche in fase di sceneggiatura: l’effettaccio gratuito ha spesso la meglio sulla plausibilità della situazione, nonostante un paio di piroette mica male e un cruento finale a suo modo indimenticabile. Tra i film pionieri della corrente neo-noir, sviluppatasi in America a partire da metà anni ’80, con i temi classici del genere a mischiarsi con nuovi come la ricerca della propria identità da parte del protagonista. Punti a favore: una parte tecnica (regia compresa) di prim’ordine e un Rourke più che convincente. Punti deboli: un copione che nella seconda parte è a serio rischio naufragio. Scena cult: De Niro che sbuccia e mangia l’uovo sodo.

Voto: 6

furyo

Giava 1942: alcuni soldati occidentali (soprattutto inglesi) vengono tenuti prigionieri in un campo di lavoro giapponese; i rapporti tra le autorità e i detenuti vengono gestiti dal tenente colonnello Lawrence. La tensione aumenta all’arrivo dell’ufficiale Jack Celliers, un nuovo prigioniero catturato da poco.
Dal romanzo autobiografico “The Seed and the Sower” (1963) dell’olandese Laurens van der Post. Atipico film di ambientazione bellica senz’alcuna scena di battaglia o combattimento, “Furyo” (distribuito in Inghilterra come “Merry Christmas Mr. Lawrence”) è una delle maggiori opere del giapponese Nagisa Oshima, assurto a notorietà il decennio precedente con “L’impero dei sensi” e qui atteso a un nuovo successo internazionale. Film molto conturbante, che inizia come una tradizionale storia di scontro tra civiltà con la guerra sullo sfondo, prima di virare nella seconda parte su un registro decisamente più onirico e predicatorio, esaltati dai toni saturi della fotografia di Toichiro Narushima. Il tema dell’omosessualità e dell’attrazione sotterranea del capitano Yonoi verso Celliers, occultato dalle sforbiciate della censura italiana e restituito anni dopo nella versione integrale, è sviluppato in maniera elegante e sostenuta, senza mai abbassarsi alle didascalie o pescare nel torbido. Non tutti i momenti e gli elementi del film sono in armonia (per esempio, è fin troppo stridente il contrasto tra il pratico buonsenso del tenente Lawrence e l’eterea strafottenza dell’ufficiale Celliers), ma visto da lontano è un affresco potente, ispirato, che non ha timore di mirare alto. Splendide (e famosissime) le musiche di Ryuichi Sakamoto, anche attore nel ruolo del generale Yonoi; non ancora famoso e citato ancora con il solo nome d’arte di Takeshi, è il primo ruolo importante della carriera di Kitano.

Voto: 7,5

donnadomenica

Torino: l’architetto Garrone, uomo dalla moralità discutibile, viene trovato ucciso in casa sua, ferito a morte alla testa con un grosso fallo di pietra. Il commissario Santamaria indaga: l’assassino? Il movente?
Dall’omonimo romanzo di successo (1972) di Carlo Fruttero e Franco Lucentini, un giallo brillante di ritmo sostenuto, scrittura briosa (di Age e Scarpelli) e qualche indulgenza letteraria di troppo. La trasposizione all’opera è piuttosto fedele e questo forse giustifica una tendenza decisamente marcata all’accumulo e all’eccesso di fatti, idee e suggestioni, quasi che, a tralasciare qualche passaggio o situazione, si facesse un torto al testo originale. Il cast è moderatamente ispirato e alla fine della fiera il migliore è il solito Mastroianni, magistrale come sempre nell’equilibrismo tra farsa e tragedia. L’artigiano Comencini dirige il traffico e, forte di un’adeguata copertura commerciale, si prende qualche libertà di linguaggio e messa in scena, anche se non riesce completamente a tradurre in immagini il brulicante microcosmo della buona borghesia torinese, ritratta in un contorno insolitamente caldo ed estivo. Ci si affida perciò a uno stuolo di caratteristi infallibili, tra cui spicca – in una delle sue rare apparizioni al cinema – Lina Volonghi nel caustico e indimenticabile ruolo della vedova Tabusso. Piccola parte per Antonino Faà di Bruno (il padre di Massimo), che lo stesso anno si consegnò all’immortalità cinematografica (e non solo) interpretando il Duca-Conte Semenzara nel “Secondo Tragico Fantozzi” di Luciano Salce.

Voto: 7-

rustyilselvaggio

Tulco, Oklahoma: Rusty James cerca la sua strada facendosi largo tra le bande della sua città, che ancora vivono nel mito di “quello della moto”, fratello maggiore di Rusty che un giorno torna all’improvviso dopo un lungo viaggio in California.
Secondo capitolo della duologia anni ’80 di Francis Ford Coppola dedicata all’adolescenza e al tema del ribellismo giovanile, declinabile in mille maniere (il primo è “I ragazzi della 56° strada”). Film complesso, classico nella trama e affascinante nella forma, visivamente sontuoso con espliciti rimandi ai grandangoli e all’espressionismo di Orson Welles, girato con un bianco/nero a forte contrasto con un preciso significato narrativo (il “ragazzo della moto” interpretato da Mickey Rourke è daltonico e non distingue i colori). Ambientato nel presente ma carico di suggestioni passate anche cinematografiche (la canottiera di Matt Dillon è vicina parente di quella di Marlon Brando in “Un tram chiamato desiderio”), è un’opera delicata e appassionata che taglia fuori gli adulti e colloca i ragazzi su degli ideali posti di comando, capaci di prendere decisioni coraggiose e anche sviluppare relazioni sentimentali complicate come quella, struggente, tra il protagonista e Diane Lane. La più felice delle idee è quella di colorare i “rumble fish” (come da titolo originale), pesci-tuono che, quando costretti nei confini di un acquario, attaccano i propri simili e persino la propria immagine: in anticipo di dieci anni sul cappotto rosso della bambina di “Schindler’s List”, quando l’intelligenza dell’artigiano si mescola alla potenza tecnica degli effetti speciali.

Voto: 7+

C’è uno sceneggiatore che si chiama Martin ed è in crisi perché non riesce a scrivere una sceneggiatura ambiziosa imperniata sulle vicende di sette psicopatici; e ci sono appunto sette psicopatici, variamente vivi e vegeti, che non si limitano a rimanere sulla carta.
Il meritato successo dell’opera prima “In Bruges” ha fruttato al 52enne inglese Martin McDonagh una telefonata dagli Stati Uniti; come dire di no? Orgoglioso della propria sapienza drammaturgica e desideroso di metterla in mostra, McDonagh mira altissimo, muovendosi sui sentieri già battuti per esempio da un semi-intoccabile come Charlie Kaufman: il film nel film, il processo creativo che si fa esso stesso pellicola, il tradizionale groviglio di piani narrativi, insomma il solito discorso autoreferenziale e un po’ ombelicale a cui proprio nessuno pare volersi sottrarre negli ultimi cinque anni. Per il grande ciclo “non siamo tutti Fellini”, “7 Psicopatici” nulla aggiunge e nulla toglie alla filmografia sul tema, limitandosi a una messinscena decisamente squinternata ma piuttosto gradevole, in cui si deduce – dai dialoghi e dal tono generale dell’opera – che il regista e gli attori devono essersi divertiti una cifra. Il cast fa complessivamente il verso a sé stesso, e perciò ecco un pensoso Christopher Walken che fa riflessioni sul Vietnam, ecco Sam Rockwell e Woody Harrelson schizzati come sempre, ecco il solito Colin Farrell irlandese alcolizzato; l’operazione riesce abbastanza divertente, a patto che siate abbastanza ferrati in fatto di cinefilia contemporanea. A una fitta sequenza di singoli momenti notevoli non fa da contraltare una tenuta complessiva pari al precedente celebrato film, ma è ingiusto negarne i meriti e le potenzialità: sospeso tra i lampi di genio de “Il ladro di orchidee” e la supponenza di “Rosencrantz e Guildenstern sono morti”, “7 Psicopatici” prova a volare molto più alto di quel che sembra a una prima visione. Un gran numero di piccoli cammei, a riprova del grande credito già accumulato da McDonagh in appena due soli film: Michael Pitt, Michael Stuhlberg e un inquietante Harry Dean Stanton.

Voto: 6+

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