The Hurt Locker (Kathryn Bigelow, 2008)

•5 febbraio 2010 • Lascia un commento


A Baghdad giorni sempre uguali per l’unità speciale “Bravo Company”, tre artificieri dal delicatissimo compito di disinnescare bombe inesplose (o sul punto di) in giro per il deserto iracheno.
Ritorno al cinema di Kathryn Bigelow a sei anni dal malriuscito “K-19”; l’ex moglie di James Cameron (bella sfida agli Oscar, quest’anno) prosegue la strada del film bellico con un racconto di soli uomini (e uomini soli) che le calza a pennello. La via del low-budget favorisce la riesplosione del suo stile registico dalla grande personalità, già apprezzata nel favoloso “Strange days” e poi un po’ annacquatasi nei lavori successivi: la macchina da presa compie evoluzioni di raro dinamismo e la tensione e il senso di spaesamento dei soldati sono esaltati da un montaggio e da una messa in scena volutamente caotici e privi di punti di riferimento. Sempre riallacciandosi ai suoi film precedenti, la Bigelow continua ad indagare sulle irragionevoli dipendenze dell’essere umano, sempre usate come via di fuga dall’orrore quotidiano e malsane contenitrici di inquietudine ulteriore. Jeremy Renner si mantiene a debita distanza dai clichés del soldato al fronte, ovattando la stupidità del suo personaggio evitando di andare sopra le righe. Obbligatori pedaggi ai capisaldi del cinema di guerra, ma il risultato finale è originale e più che dignitoso, anche perché rinuncia a battere la strada della denuncia alla “guerra ingiusta” per sottolineare la dimensione privata che ogni conflitto genera in ognuno di noi, dentro di noi. Una sequenza iniziale di thriller d’attesa non facile da sopportare. Camei di Ralph Fiennes, Guy Pearce e di Evangeline Lilly, la Kate di “Lost”.

Voto: 7

Trivia
(Secondo James Cameron, ex marito della regista, questo film “sarà il “Platoon” dei film sulla guerra in Iraq”)

Il dottor Parnassus gira Londra insieme alla sua scalcagnata compagnia per mostrare agli scettici passanti il suo specchio magico, attraverso il quale è possibile entrare in mondi misteriosi e fantastici dove l’immaginazione di ognuno diventa realtà. Lo specchio è un dono del Diavolo, che in cambio però ha preteso l’anima della figlia di Parnassus al compimento del sedicesimo anno di età.
L’ultimo film di Heath Ledger, la cui tragica morte sopraggiunse nel bel mezzo delle riprese, è prima di tutto un omaggio all’attore australiano: esplicito, come da didascalia finale e da sinceri e teneri cammei dei tre divi Depp, Law e Farrell che hanno accettato ruoli minori per omaggiarlo, e sottinteso nei tanti frammenti che sembrano realizzati apposta per eternare la figura di Ledger, dall’ingresso in scena appeso a una corda sotto il ponte dei Frati Neri (citazione del caso Calvi, che come ha sottolineato lo stesso Gilliam “solo gli italiani coglieranno”) fino al monologo di Depp con la partecipazione di Rudy Valentino, James Dean e lady Diana. Orazioni funebri a parte, è un film che non sfigura nel Pantheon dell’opera omnia gilliamiana: viene appagato il consueto gusto per l’eccesso e per lo svolazzo stilistico a serio rischio di svarionamenti, ma intorno il regista ex Monty Python ci costruisce una storia suggestiva che ha il carburante per reggere due ore ad alta quota; l’esaltazione del potere dell’immaginazione, tema nodale in Gilliam già da “Brazil” in poi, trova qui il suo degno collocamento in una storia fatalmente faustiana, ma dalle atmosfere felliniane (anche se il tocco del regista è perfettamente riconoscibile nelle sue scenografie magniloquenti, le sue inquadrature nervose, i suoi deliri visivi senza rete); i nemici non sono la burocrazia o gli adulti, ma semplicemente la Realtà, che rende Tony un lestofante e l’esimio Parnassus un modesto clochard. Un film che è un urlo: evadere, bisogna.

District 9 (Neil Blomkamp, 2009)

•2 febbraio 2010 • Lascia un commento


Da vent’anni gli alieni sono rinchiusi nel Distretto 9, un’area di Johannesburg adibita a ghetto e controllata solo formalmente dal governo sudafricano. La MNU, una multinazionale che cerca di sfruttarne le avanzate tecnologie militari, è incaricata di farli traslocare in una zona a 100 km di distanza. Un suo impiegato, Wikus Van de Merwe, è incaricato di dirigere le operazioni…
“Caso” di viral cinema filologicamente affine al geniale “Cloverfield” ideato da JJ Abrams, dietro “District 9” c’è lo zampino di quel vecchio lupo di Peter Jackson, che ha affidato all’esordiente regista sudafricano Neill Blomkamp lo sviluppo di un suo precedente cortometraggio del 2005 sullo stesso tema, “Alive in Joburg”. Fanta-pulp jacksoniano della prima maniera, che strizza l’occhio al mockumentary ma ha anche una sostanza che va al di là della forma accattivante (e ultimamente un po’ abusata): la condanna di ogni forma d’emarginazione e rifiuto del prossimo; un concetto che, applicato al genere fantascientifico, si risolve in un insolito j’accuse della razza umana verso sé stessa, che ci tiene a sottolineare anche la nostra incurabile idiozia (Wikus pre-contagio è, a tutti gli effetti, un idiota: distrugge un nido di uova aliene con stupefacente nonchalance, tratta i “gamberoni” in modo sprezzante e la sua massima aspirazione è una banale esistenza piccolo-borghese tutt’altro che fantascientifica). Nel tratteggio di un’umanità disumana e burocraticamente disumanizzante (la consegna dei moduli di sfratto agli alieni!) si nota l’influenza di “Brazil” e in generale delle tipiche atmosfere di Gilliam nel raccontare con sotterranea ironia la disperata e orgogliosa resistenza dei “diversi”. Il finale furbamente poetico apre la strada al sequel.

Voto: 7+

Trivia
(Tutti i “gamberoni” che si vedono nel film sono stati creati in computer grafica, ad eccezione di quelli che giacciono sui tavoli della sala operatoria)

Il dottor Parnassus gira Londra insieme alla sua scalcagnata compagnia per mostrare agli scettici passanti il suo specchio magico, attraverso il quale è possibile entrare in mondi misteriosi e fantastici dove l’immaginazione di ognuno diventa realtà. Lo specchio è un dono del Diavolo, che in cambio però ha preteso l’anima della figlia di Parnassus al compimento del sedicesimo anno di età.
L’ultimo film di Heath Ledger, la cui tragica morte sopraggiunse nel bel mezzo delle riprese, è prima di tutto un omaggio all’attore australiano: esplicito, come da didascalia finale e da sinceri e teneri cammei dei tre divi Depp, Law e Farrell che hanno accettato ruoli minori per omaggiarlo, e sottinteso nei tanti frammenti che sembrano realizzati apposta per eternare la figura di Ledger, dall’ingresso in scena appeso a una corda sotto il ponte dei Frati Neri (citazione del caso Calvi, che come ha sottolineato lo stesso Gilliam “solo gli italiani coglieranno”) fino al monologo di Depp con la partecipazione di Rudy Valentino, James Dean e lady Diana. Orazioni funebri a parte, è un film che non sfigura nel Pantheon dell’opera omnia gilliamiana: viene appagato il consueto gusto per l’eccesso e per lo svolazzo stilistico a serio rischio di svarionamenti, ma intorno il regista ex Monty Python ci costruisce una storia suggestiva che ha il carburante per reggere due ore ad alta quota; l’esaltazione del potere dell’immaginazione, tema nodale in Gilliam già da “Brazil” in poi, trova qui il suo degno collocamento in una storia fatalmente faustiana, ma dalle atmosfere felliniane (anche se il tocco del regista è perfettamente riconoscibile nelle sue scenografie magniloquenti, le sue inquadrature nervose, i suoi deliri visivi senza rete); i nemici non sono la burocrazia o gli adulti, ma semplicemente la Realtà, che rende Tony un lestofante e l’esimio Parnassus un modesto clochard. Un film che è un urlo: evadere, bisogna.

Avatar (James Cameron, 2009)

•1 febbraio 2010 • Lascia un commento


2154: l’uomo (= gli americani) vuole colonizzare il pianeta Pandora, ricco di Unobtanium (un raro minerale che rappresenta l’unica fonte di energia per mandare avanti la Terra) ma abitato dal popolo dei Na’vi; per perseguire il proprio obiettivo ha inviato su Pandora una squadra di ex marines e ricercatori nel tentativo di convincere i Na’vi a stabilire un contatto o comunque a cedere la preziosa risorsa. Jake Sully, ex marine ridotto su una sedia a rotelle, viene spedito su Pandora utilizzando un avatar, un alter ego creato in laboratorio geneticamente identico a lui ed esteticamente somigliante ai Na’vi.
Premesso che qualsiasi recensione fa un baffo al film che ha incassato di più nella storia (due miliardi di dollari superati nell’ultimo weekend, and counting), non è oggettivamente sbagliato dire che qualcosa come “Avatar” mai si era visto prima in una sala cinematografica. L’uso della tecnologia, del digitale e degli effetti speciali ha dello strabiliante, raggiungendo risultati grandiosi nella rappresentazione dell’ecosistema pandoriano e nella naturalezza dei movimenti del popolo e della fauna Na’vi, nella più classica e spettacolare delle dimostrazioni di forza di Hollywood e di James Cameron in particolare, vero archetipo della filosofia yankee applicata alla settima arte. Già nel 1989 il regista canadese si era cimentato nel fanta-kolossal con moraletta ambientalista incorporata, il dimenticabilissimo “The Abyss” che – per quanto di fattura stupefacente all’epoca – difettava clamorosamente di consistenza al momento del dunque, fino a macchiarsi di ridicolo involontario nel finale. La tenuta drammatica di “Avatar”, al contrario, regge senza scossoni fino al centosessantesimo minuto, tanto da proporre il film come pilastro di un ideale Pantheon della science-fiction di ogni tempo (la cura riservata all’armamentario militare del ventiduesimo secolo è ancora più notevole dell’inventiva adoperata per immaginare Pandora). Il mito dell’America come unico luogo degno del mondo è del resto storia vecchia per il cinema USA, e “Avatar” non fa eccezione; né ci dev’essere molto da scandalizzarsi per le semplificazioni di una sceneggiatura che non si preoccupa di cadere nel didascalico più avanzato (il primo dialogo/spiegazione tra Parker e la dottoressa Augustine, talmente goffo da riderne), convinta che ogni perplessità sarà cancellata dagli “oooh” di meraviglia con cui il pubblico accoglierà la scena successiva (e gli “oooh” ci sono sul serio, fidatevi). Personaggi dalla psicologia tagliata con l’accetta e plot scopiazzato qui e lì da “Pocahontas”, “Balla coi lupi” e “Braveheart” (quando Jake arringa i Na’vi prima della battaglia finale sembra davvero di sentire William Wallace). Film tuttavia imperdibile, comunque la si pensi. James Horner prenota il suo secondo Oscar dopo “Titanic”, ma “I see you” di Leona Lewis sui titoli di coda non è neanche paragonabile alla ben nota nenia di Celine Dion. Fa sorridere che a sparare a zero su “un cinema contemporaneo dominato da immagini virtuali e artificiali, in cui l’uomo non è più al centro” sia stato nelle scorse settimane Roberto Faenza, responsabile di alcuni tra i peggiori crimini cinematografici commessi in Italia negli ultimi quattro-cinque anni.

Voto: 7,5

Trivia
(Il film è costituito per il 60% da azioni realizzate in computer grafica)
(Film dalla genesi molto complicata: Cameron interruppe la lavorazione, cominciata già negli anni ’90, finchè dinanzi al personaggio di Gollum nel “Signore degli anelli” non si convinse dei progressi della CGI)
(Per creare la lingua Na’vi, Cameron si è avvalso della decisiva collaborazione del linguista Paul R. Frommer, che lo ha aiutato a inventare circa mille parole che non assomigliassero a nessun’altra lingua parlata sulla Terra ma che fossero comunque facilmente memorizzabili dagli attori)
(Primo film di fantascienza di James Cameron che non menziona o mostra armi nucleari)
(Per ottenere il ruolo di Jake Sully, lo sconosciuto Sam Worthington ha superato la concorrenza di attori come Matt Damon e Jake Gyllenhaal)

Il dottor Parnassus gira Londra insieme alla sua scalcagnata compagnia per mostrare agli scettici passanti il suo specchio magico, attraverso il quale è possibile entrare in mondi misteriosi e fantastici dove l’immaginazione di ognuno diventa realtà. Lo specchio è un dono del Diavolo, che in cambio però ha preteso l’anima della figlia di Parnassus al compimento del sedicesimo anno di età.
L’ultimo film di Heath Ledger, la cui tragica morte sopraggiunse nel bel mezzo delle riprese, è prima di tutto un omaggio all’attore australiano: esplicito, come da didascalia finale e da sinceri e teneri cammei dei tre divi Depp, Law e Farrell che hanno accettato ruoli minori per omaggiarlo, e sottinteso nei tanti frammenti che sembrano realizzati apposta per eternare la figura di Ledger, dall’ingresso in scena appeso a una corda sotto il ponte dei Frati Neri (citazione del caso Calvi, che come ha sottolineato lo stesso Gilliam “solo gli italiani coglieranno”) fino al monologo di Depp con la partecipazione di Rudy Valentino, James Dean e lady Diana. Orazioni funebri a parte, è un film che non sfigura nel Pantheon dell’opera omnia gilliamiana: viene appagato il consueto gusto per l’eccesso e per lo svolazzo stilistico a serio rischio di svarionamenti, ma intorno il regista ex Monty Python ci costruisce una storia suggestiva che ha il carburante per reggere due ore ad alta quota; l’esaltazione del potere dell’immaginazione, tema nodale in Gilliam già da “Brazil” in poi, trova qui il suo degno collocamento in una storia fatalmente faustiana, ma dalle atmosfere felliniane (anche se il tocco del regista è perfettamente riconoscibile nelle sue scenografie magniloquenti, le sue inquadrature nervose, i suoi deliri visivi senza rete); i nemici non sono la burocrazia o gli adulti, ma semplicemente la Realtà, che rende Tony un lestofante e l’esimio Parnassus un modesto clochard. Un film che è un urlo: evadere, bisogna.

Il caso Thomas Crawford (Gregory Hoblit, 2007)

•28 gennaio 2010 • Lascia un commento


L’ingegner Thomas Crawford spara alla sua giovane e bella moglie dopo aver scoperto la di lei relazione con un detective della polizia. Immediatamente si autoaccusa del delitto e rifiuta di farsi difendere nel processo. Sembra un caso facilissimo per il rampante avvocato dell’accusa Willy Beachum, in procinto di trasferirsi presso un potente studio legale. Sembra.
Sesto film del solido texano Gregory Hoblit, specializzato in thriller di varie foggie, tutti più o meno collocati su un apprezzabile livello medio (la sua perla è “Il tocco del male”, sulfureo poliziesco del 1998 con Denzel Washington, tra le pellicole più sottovalutate del decennio nella sua categoria). Qui la materia è squisitamente legale, e come tale viene sviluppata alla maniera dei caposaldi del genere tribunalizio: c’è un avvocato yuppie e stronzetto (copia carbone, solo un po’ più giovane, del personaggio di Richard Gere in “Schegge di paura”, sempre Hoblit, 1996; i calciofili apprezzeranno la notevole somiglianza tra il promettente Ryan Gosling e Daniele De Rossi), c’è un lestofante sardonico e brillantissimo ch’è un ruolo su misura per Anthony Hopkins (che infatti assolve il compito alla perfezione); c’è una sceneggiatura (di Daniel Pyne e Glenn Gers) elegante e misurata il giusto, con tocchi di black humour tutti riservati al nostro Hopkins versione Hannibal, finalizzata quasi esclusivamente al colpo di scena conclusivo, neanche così clamoroso e geniale come la réclame farebbe intendere. Ben fatto e ben confezionato, senza orpelli e deviazioni Kitsch che blocchino il flusso della narrazione. Il titolo americano, “Fracture”, fa riferimento alla professione del personaggio di Hopkins, che è ingegnere specializzato in meccanica della frattura e nella versione originale si chiama Ted e non Thomas; il titolo italiano (non) si spiega forse per un’affinità con “Il caso Thomas Crown”, 1968, di Norman Jewison, con Steve McQueen; fosse davvero così, sarebbe puro distillato d’idiozia.

Voto: 6+

Il dottor Parnassus gira Londra insieme alla sua scalcagnata compagnia per mostrare agli scettici passanti il suo specchio magico, attraverso il quale è possibile entrare in mondi misteriosi e fantastici dove l’immaginazione di ognuno diventa realtà. Lo specchio è un dono del Diavolo, che in cambio però ha preteso l’anima della figlia di Parnassus al compimento del sedicesimo anno di età.
L’ultimo film di Heath Ledger, la cui tragica morte sopraggiunse nel bel mezzo delle riprese, è prima di tutto un omaggio all’attore australiano: esplicito, come da didascalia finale e da sinceri e teneri cammei dei tre divi Depp, Law e Farrell che hanno accettato ruoli minori per omaggiarlo, e sottinteso nei tanti frammenti che sembrano realizzati apposta per eternare la figura di Ledger, dall’ingresso in scena appeso a una corda sotto il ponte dei Frati Neri (citazione del caso Calvi, che come ha sottolineato lo stesso Gilliam “solo gli italiani coglieranno”) fino al monologo di Depp con la partecipazione di Rudy Valentino, James Dean e lady Diana. Orazioni funebri a parte, è un film che non sfigura nel Pantheon dell’opera omnia gilliamiana: viene appagato il consueto gusto per l’eccesso e per lo svolazzo stilistico a serio rischio di svarionamenti, ma intorno il regista ex Monty Python ci costruisce una storia suggestiva che ha il carburante per reggere due ore ad alta quota; l’esaltazione del potere dell’immaginazione, tema nodale in Gilliam già da “Brazil” in poi, trova qui il suo degno collocamento in una storia fatalmente faustiana, ma dalle atmosfere felliniane (anche se il tocco del regista è perfettamente riconoscibile nelle sue scenografie magniloquenti, le sue inquadrature nervose, i suoi deliri visivi senza rete); i nemici non sono la burocrazia o gli adulti, ma semplicemente la Realtà, che rende Tony un lestofante e l’esimio Parnassus un modesto clochard. Un film che è un urlo: evadere, bisogna.

Ferie d’agosto (Paolo Virzì, 1995)

•27 gennaio 2010 • Lascia un commento


Scontro di civiltà a Ventotene tra un gruppo di amici “di sinistra”, snob e libertari, e i loro vicini di casa “di destra”, più rozzi e praticoni, entrambi in vacanza, entrambi alle prese con piccole beghe familiari e sentimentali.
Secondo film di Paolo Virzì, quello che gli diede la notorietà nazionale e i primi riconoscimenti di pubblico e critica con il David di Donatello come miglior film del 1995. Profondamente ancorato all’epoca in cui è girato e ambientato, l’Italia di metà anni ‘90 confusa dai cambiamenti politici, stordita dalla tv ma allora ancora capace di dialogare e dibattere sulle divergenze sociali e culturali (è questo quello che fanno Sandro e Ruggero; oggi, il più delle volte, alla ricerca del confronto si sostituisce un’incondizionata ostilità). Quindici anni dopo, è facile vedervi degli stereotipi; ma l’esperienza insegna che tuttora queste due categorie parallele di italiani continuano a relazionarsi in questo modo, stentando a tenere a freno l’aggressività che deriva dal non riuscire neanche a concepire le azioni e i pensieri dell’altro. La critica di costume è un po’ frettolosa e superficiale (come anche la chiave di lettura di gran parte dei media dell’epoca, che lo ridusse a semplice scambio di schermaglie tra i soliti comunisti e i soliti fascisti), dovendo essere distribuita su quasi una ventina di personaggi, ma quasi ognuno di loro ha dignità e spessore: brilla il Marcello del compianto Piero Natoli, delicato e sensibile inetto, uno di quei caratteri per cui Virzì ha sempre avuto una predilezione. Attori tutti bravi, ad eccezione di Silvio Orlando, bravissimo.

Voto: 7-

Il dottor Parnassus gira Londra insieme alla sua scalcagnata compagnia per mostrare agli scettici passanti il suo specchio magico, attraverso il quale è possibile entrare in mondi misteriosi e fantastici dove l’immaginazione di ognuno diventa realtà. Lo specchio è un dono del Diavolo, che in cambio però ha preteso l’anima della figlia di Parnassus al compimento del sedicesimo anno di età.
L’ultimo film di Heath Ledger, la cui tragica morte sopraggiunse nel bel mezzo delle riprese, è prima di tutto un omaggio all’attore australiano: esplicito, come da didascalia finale e da sinceri e teneri cammei dei tre divi Depp, Law e Farrell che hanno accettato ruoli minori per omaggiarlo, e sottinteso nei tanti frammenti che sembrano realizzati apposta per eternare la figura di Ledger, dall’ingresso in scena appeso a una corda sotto il ponte dei Frati Neri (citazione del caso Calvi, che come ha sottolineato lo stesso Gilliam “solo gli italiani coglieranno”) fino al monologo di Depp con la partecipazione di Rudy Valentino, James Dean e lady Diana. Orazioni funebri a parte, è un film che non sfigura nel Pantheon dell’opera omnia gilliamiana: viene appagato il consueto gusto per l’eccesso e per lo svolazzo stilistico a serio rischio di svarionamenti, ma intorno il regista ex Monty Python ci costruisce una storia suggestiva che ha il carburante per reggere due ore ad alta quota; l’esaltazione del potere dell’immaginazione, tema nodale in Gilliam già da “Brazil” in poi, trova qui il suo degno collocamento in una storia fatalmente faustiana, ma dalle atmosfere felliniane (anche se il tocco del regista è perfettamente riconoscibile nelle sue scenografie magniloquenti, le sue inquadrature nervose, i suoi deliri visivi senza rete); i nemici non sono la burocrazia o gli adulti, ma semplicemente la Realtà, che rende Tony un lestofante e l’esimio Parnassus un modesto clochard. Un film che è un urlo: evadere, bisogna.

La prima cosa bella (Paolo Virzì, 2010)

•26 gennaio 2010 • Lascia un commento


“Rapito” dalla sorella Valeria, Bruno – professore di istituto alberghiero da anni a Milano – è costretto a tornare a Livorno per assistere la madre malata terminale, con cui aveva litigato oltre vent’anni prima.
Le imperfezioni di cui è costellato il nono film di Paolo Virzì, segnato dal ritorno alle tematiche familiari e all’amata Livorno dov’era già ambientato il tenerissimo “Ovosodo”, lo rendono ancora più adorabile e degno di affetto: è un grande film italiano nel senso migliore di quest’ultimo aggettivo, superiore alle “Invasioni barbariche” di cui si nota sovente l’influenza per l’autenticità dello sguardo e della passione infusa alla storia e ai suoi protagonisti. Torna ad affermarsi, presso la critica ma anche soprattutto presso il pubblico, una scuola che si è sempre contraddistinta per la felicità – in fase di sceneggiatura prima ancora che in regia – con cui descrive e tratteggia personaggi di lodevole complessità. All’altezza delle nostre migliori commedie drammatiche della storia: ci sono il riso e il dolore straziante, raffigurato senza mai neanche sfiorare la mielosità e i luoghi comuni del caso. Triste, sì, ma di quella tristezza necessaria e in qualche modo balsamica, potrà anche rivelarsi per qualcuno un film terapeutico: il personaggio di Bruno, scritto alla perfezione e interpretato in maniera meravigliosa da un Valerio Mastandrea che sfoggia anche un impeccabile accento livornese, si discosta anni luce dagli ipotetici quarantenni di gran parte del nostro cinema e brilla per verosimiglianza e partecipazione che induce nello spettatore. In ultimo, Virzì si conferma eccellente direttore d’attori (perfetti, ad esempio, i due bambini), curando come pochi altri l’espressività e il fisico, risultando più che credibile e in definitiva commuovendo nel notare ad esempio l’identico gesticolare di Anna da giovane da anziana. Il voto è altissimo, sì, ma pensateci: come si possono trovare difetti in un cinema così generoso?

Voto: 8-

Il dottor Parnassus gira Londra insieme alla sua scalcagnata compagnia per mostrare agli scettici passanti il suo specchio magico, attraverso il quale è possibile entrare in mondi misteriosi e fantastici dove l’immaginazione di ognuno diventa realtà. Lo specchio è un dono del Diavolo, che in cambio però ha preteso l’anima della figlia di Parnassus al compimento del sedicesimo anno di età.
L’ultimo film di Heath Ledger, la cui tragica morte sopraggiunse nel bel mezzo delle riprese, è prima di tutto un omaggio all’attore australiano: esplicito, come da didascalia finale e da sinceri e teneri cammei dei tre divi Depp, Law e Farrell che hanno accettato ruoli minori per omaggiarlo, e sottinteso nei tanti frammenti che sembrano realizzati apposta per eternare la figura di Ledger, dall’ingresso in scena appeso a una corda sotto il ponte dei Frati Neri (citazione del caso Calvi, che come ha sottolineato lo stesso Gilliam “solo gli italiani coglieranno”) fino al monologo di Depp con la partecipazione di Rudy Valentino, James Dean e lady Diana. Orazioni funebri a parte, è un film che non sfigura nel Pantheon dell’opera omnia gilliamiana: viene appagato il consueto gusto per l’eccesso e per lo svolazzo stilistico a serio rischio di svarionamenti, ma intorno il regista ex Monty Python ci costruisce una storia suggestiva che ha il carburante per reggere due ore ad alta quota; l’esaltazione del potere dell’immaginazione, tema nodale in Gilliam già da “Brazil” in poi, trova qui il suo degno collocamento in una storia fatalmente faustiana, ma dalle atmosfere felliniane (anche se il tocco del regista è perfettamente riconoscibile nelle sue scenografie magniloquenti, le sue inquadrature nervose, i suoi deliri visivi senza rete); i nemici non sono la burocrazia o gli adulti, ma semplicemente la Realtà, che rende Tony un lestofante e l’esimio Parnassus un modesto clochard. Un film che è un urlo: evadere, bisogna.

Il seme della discordia (Pappi Corsicato, 2008)

•14 gennaio 2010 • Lascia un commento


Dopo cinque anni di matrimonio non esaltante, Veronica riesce a rimanere incinta; lo stesso giorno, suo marito scopre di essere sterile. Ma allora chi…?
Ritorno al cinema, a sette anni dal bellissimo “Chimera”, del napoletano Pappi Corsicato, nel frattempo dedicatosi al teatro, ai documentari, alle mostre d’arte e alla regia lirica. Anche a prescindere di una storia volutamente esile e meramente figurativa, quanti punti valgono il coraggio e l’originalità di sapersi distaccare – anche e soprattutto trattandosi di un’opera comica – dalla media melassa del cinema italiano, decennale propinatore di sbobbe in virtù di un vago e malinteso “realismo”? Comunque la si pensi sul cinema pop, sulle contaminazioni del post-moderno e sull’adozione di un’estetica quasi pubblicitaria, il cinema di Corsicato è un’isola felice nel desolante quadro nostrano. Citazioni a pioggia: De Palma (Brian, non Rossy), poi Ejzenstein, “Pane, amore e…”, Maléna, l’ultimo Kubrick di “Eyes Wide Shut”, “American Beauty” e ovviamente Almodovar (la scena con la commessa suora e l’amplesso del marito con la cliente, le due scene più divertenti), tutto all’insegna di un’intelligenza e di una cultura fuori discussione, che privilegia gli sguardi e le immagini (la lavatrice che perde acqua, ottimo anticipatore) all’inetto chiacchiericcio da cucina&salotto. Veronica cerca la verità sul padre di suo figlio come Corsicato prova a cercarla sull’oggi e sulla quotidianità dei rapporti umani – pur senza impegnarsi e impegnarci troppo, e dunque non trovandola e arrendendosi felicemente alla calibrata vacuità dei suoi personaggi, la cui irrealtà è esaltata dalle scenografie metafisiche del Centro Direzionale di Napoli. Il cammeo di Iaia Forte è una chicca.

Voto: 7

Il dottor Parnassus gira Londra insieme alla sua scalcagnata compagnia per mostrare agli scettici passanti il suo specchio magico, attraverso il quale è possibile entrare in mondi misteriosi e fantastici dove l’immaginazione di ognuno diventa realtà. Lo specchio è un dono del Diavolo, che in cambio però ha preteso l’anima della figlia di Parnassus al compimento del sedicesimo anno di età.
L’ultimo film di Heath Ledger, la cui tragica morte sopraggiunse nel bel mezzo delle riprese, è prima di tutto un omaggio all’attore australiano: esplicito, come da didascalia finale e da sinceri e teneri cammei dei tre divi Depp, Law e Farrell che hanno accettato ruoli minori per omaggiarlo, e sottinteso nei tanti frammenti che sembrano realizzati apposta per eternare la figura di Ledger, dall’ingresso in scena appeso a una corda sotto il ponte dei Frati Neri (citazione del caso Calvi, che come ha sottolineato lo stesso Gilliam “solo gli italiani coglieranno”) fino al monologo di Depp con la partecipazione di Rudy Valentino, James Dean e lady Diana. Orazioni funebri a parte, è un film che non sfigura nel Pantheon dell’opera omnia gilliamiana: viene appagato il consueto gusto per l’eccesso e per lo svolazzo stilistico a serio rischio di svarionamenti, ma intorno il regista ex Monty Python ci costruisce una storia suggestiva che ha il carburante per reggere due ore ad alta quota; l’esaltazione del potere dell’immaginazione, tema nodale in Gilliam già da “Brazil” in poi, trova qui il suo degno collocamento in una storia fatalmente faustiana, ma dalle atmosfere felliniane (anche se il tocco del regista è perfettamente riconoscibile nelle sue scenografie magniloquenti, le sue inquadrature nervose, i suoi deliri visivi senza rete); i nemici non sono la burocrazia o gli adulti, ma semplicemente la Realtà, che rende Tony un lestofante e l’esimio Parnassus un modesto clochard. Un film che è un urlo: evadere, bisogna.

Moon (Duncan Jones, 2009)

•13 gennaio 2010 • Lascia un commento


Addetto per la Lunar sul lato oscuro della Luna alla produzione di energia pulita da inviare sulla Terra, Sam Bell inizia le sue ultime due settimane di lavoro prima di tornare a casa. Ma…
Opera prima di Duncan Jones, 38enne regista pubblicitario e soprattutto figlio di David Robert Jones aka David Bowie. Con un genitore così, la natura fantascientifica del suo film d’esordio era quasi obbligatoria: ma più che una dedica al papà, “Moon” (titolo di sublime semplicità) è un omaggio alla grande science-fiction anni ’60 e ’70, ancora lungi dall’essere infestata dagli effetti speciali, in cui il punto di vista sul futuro era influenzato – nelle sue atmosfere intimiste e riflessive – dalle inquietudini del presente (seguì la muscolarità degli ottimisti e ipervitaminici anni ’80). Citazioni cristalline da “2001: Odissea nello spazio” (il computer Gerty con la voce di Kevin Spacey è cugino di HAL 9000, con una cruciale differenza), “Solaris” di Tarkovskij (per l’alienazione e i dilemmi esistenziali), echi lontani di “Blade Runner” (ovviamente) e anche di “Alien” di Ridley Scott, cui si rifà per il biancore delle scenografie. Piccola fantascienza d’assalto che non fa uso di steroidi ma di cervello: sotto accusa, anche nel futuro, il capitalismo sprezzante e spersonalizzante che inganna l’uomo ad ogni livello di rappresentazione e soffoca l’affermazione di sé; Sam Bell non sa chi è e può solo tentare – cosa ancora più amara – di sapere chi non è. Di rado si sono visti debutti più quadrati e misurati. Rockwell a tutto campo tiene magnificamente la scena; musiche dell’aronofskiano Clint Mansell.

Voto: 7

Il dottor Parnassus gira Londra insieme alla sua scalcagnata compagnia per mostrare agli scettici passanti il suo specchio magico, attraverso il quale è possibile entrare in mondi misteriosi e fantastici dove l’immaginazione di ognuno diventa realtà. Lo specchio è un dono del Diavolo, che in cambio però ha preteso l’anima della figlia di Parnassus al compimento del sedicesimo anno di età.
L’ultimo film di Heath Ledger, la cui tragica morte sopraggiunse nel bel mezzo delle riprese, è prima di tutto un omaggio all’attore australiano: esplicito, come da didascalia finale e da sinceri e teneri cammei dei tre divi Depp, Law e Farrell che hanno accettato ruoli minori per omaggiarlo, e sottinteso nei tanti frammenti che sembrano realizzati apposta per eternare la figura di Ledger, dall’ingresso in scena appeso a una corda sotto il ponte dei Frati Neri (citazione del caso Calvi, che come ha sottolineato lo stesso Gilliam “solo gli italiani coglieranno”) fino al monologo di Depp con la partecipazione di Rudy Valentino, James Dean e lady Diana. Orazioni funebri a parte, è un film che non sfigura nel Pantheon dell’opera omnia gilliamiana: viene appagato il consueto gusto per l’eccesso e per lo svolazzo stilistico a serio rischio di svarionamenti, ma intorno il regista ex Monty Python ci costruisce una storia suggestiva che ha il carburante per reggere due ore ad alta quota; l’esaltazione del potere dell’immaginazione, tema nodale in Gilliam già da “Brazil” in poi, trova qui il suo degno collocamento in una storia fatalmente faustiana, ma dalle atmosfere felliniane (anche se il tocco del regista è perfettamente riconoscibile nelle sue scenografie magniloquenti, le sue inquadrature nervose, i suoi deliri visivi senza rete); i nemici non sono la burocrazia o gli adulti, ma semplicemente la Realtà, che rende Tony un lestofante e l’esimio Parnassus un modesto clochard. Un film che è un urlo: evadere, bisogna.