Batman Begins (Christopher Nolan, 2005)


Rimasto orfano dopo che i suoi genitori sono stati uccisi da un balordo, il giovane miliardario Bruce Wayne ha un obiettivo: ripulire dal marcio l’amata Gotham City.
Quinto capitolo della saga di Batman; il primo in ordine cronologico, diretto da uno dei registi più cool di Hollywood che per inscenare la sua personale visione dell’uomo pipistrello ha voluto distaccarsi sia dai fasti burtoniani che – fortunatamente – dagli aberranti episodi schumacheriani. Il risultato è originale e quantomeno degno di nota, perché tanto per iniziare è probabilmente il superhero-movie con meno effetti speciali e digitali della storia recente del cinema; scelta che simboleggia la volontà di Nolan di confinare in un angolino gli ammennicoli da popcorn e abbandonarcisi per obblighi di copione soltanto nel finale, cedendo il passo a uno scavo psicologico di inedita profondità seppur penalizzato dal marmoreo e bamboleggiante Christian Bale, ennesimo Batman privo d’ironia (da questo punto si salvava – ma appena appena – solo George Clooney). Un eroe senza poteri ma ipertecnologico di cui Nolan spiega, al limite della pignoleria, la natura del suo portento per bocca di Morgan Freeman. Un blockbuster adulto di un regista che ha saputo felicemente traslocare dal cinema indie a quello delle majors mantenendo sostanzialmente intatti i propri principi e i propri temi ricorrenti (il trauma che ossessiona, la vendetta spesso cieca), nonostante in questo caso la sceneggiatura di David S. Goyer accusi più del solito la tensione del grande evento specie nel disegno dei personaggi (e così: l’evitabile spruzzata di jujitsu e altra-roba-orientale, l’imbarazzante Katie Holmes sempre più trascinata dallo sciagurato consorte in un gorgo nero e senza uscita, il britannico Tom Wilkinson improbabile mafioso italo-americano…). Prosegue il filone dell’ “eroe problematico” già portato al successo da Sam Raimi con “Spiderman” arricchendolo di un’ulteriore patina noir che non sarebbe dispiaciuta ai creatori del fumetto; il finale apre la strada all’annunciato sequel “Il cavaliere oscuro”, in questi giorni un po’ in tutte le sale del globo.

Voto: 6,5

Trivia
(Prima che venisse contattato Nolan, nel 2003 Darren Aronofsky e Frank Miller lavorarono insieme a una sceneggiatura basata sulla graphic novel “Batman: Year One” e sottoposta alla Warner Bros, che la rifiutò probabilmente a causa di alcune variazioni di copione come la sostituzione di Alfred con un robot afro-americano di nome “Big Al” o l’aver reso Bruce Wayne un senzatetto)
(Christian Bale perse la voce per tre volte a causa delle variazioni della voce per interpretare Batman)
(Tra i candidati al ruolo del dottor Jonathan Crane c’era anche Marilyn Manson)
(Una delle macchine guidate da Bruce Wayne è una Lamborghini Murcielago. In spagnolo, “murcielago” significa “pipistrello”)
(Il personaggio di Rachel Dawes, che non fa parte di nessuna storia di Batman, è stato appositamente creato da Christopher Nolan e David S. Goyer)

Il matrimonio di mia sorella (Noah Baumbach, 2007)


Margot parte per un weekend a casa di sua sorella Pauline (che non vede da anni) che l’ha invitata al suo matrimonio.
Secondo lungometraggio di Noah Baumbach, 38enne di Brooklyn già sodale di Wes Anderson come sceneggiatore de “Le avventure acquatiche di Steve Zissou”. Le forti difficoltà di distribuzione incontrate sia in patria che all’estero (in Italia non si è neanche affacciato nelle sale ed è direttamente uscito in DVD) sono sintomatiche del forzato declino imposto a un certo cinema eppure vivissimo, di emozionante realtà, di stupefacente vicinanza con gli spettatori per le storie che racconta e per la lieve autunnalità dei caratteri e dei toni che potrebbero a buon diritto eleggerlo a “film del cuore” per moltissime persone. Rohmer e Bergman sono gli osservati speciali di Baumbach, peraltro abile a tradurre il linguaggio universale dei suoi maestri e a mantenerne l’atmosfera magica che pervade anche e soprattutto le scene più drammatiche e tracimanti di sofferenza interiore (la scalata all’albero, Margot che si masturba disperatamente a letto, i continui cambi di prospettiva nel rapporto tra sorelle) e fisica (l’agguato del piccolo Vogler a Claude, direttamente da “L’ora del lupo”). La commovente applicazione di una diva come Nicole Kidman, straordinaria, rende ancora più magico questo piccolo grande film.

Voto: 7,5

The Bourne Identity (Doug Liman, 2002)


Ripescato in mare quasi cadavere da un peschereccio italiano, Jason Bourne vuole scoprire chi è e perché dei minacciosi scagnozzi della CIA gli stanno dando la caccia.
Primo capitolo della fortunata serie (tre episodi and counting) tratta dai romanzi di Robert Ludlum che hanno molto contribuito a ridisegnare la letteratura dell’agente segreto e del suo rapporto con l’ineffabile Central Intelligence Agency. L’agente “buono” Jason Bourne, nella cui interpretazione lo squadrato Matt Damon si applica con diligenza, si contrappone ai suoi capi cattivoni con la gamma di sfumature che separa Road Runner da Wile E. Coyote. Comprimari (dal rognoso Chris Cooper a Clive Owen) all’altezza del livello medio di una pellicola d’onestà cristallina nel mantenere esattamente ciò che promette, con un minimo di credibilità e una discreta inventiva nell’alternanza di luoghi, sfondi, situazioni. Resta agli atti un film d’azione più che godibile, con almeno una sequenza (l’inseguimento per i viottoli di Parigi) che, nel suo genere, è un capolavoro e non solo di montaggio. Nella scena iniziale c’è anche Orso Maria Guerrini.

Voto: 6,5

Trivia
(Non ci sono titoli di testa)
(In una delle prime versioni della sceneggiatura, il personaggio di Marie era americano, si chiamava Purcell di cognome e aveva i capelli verdi)
(Il finale è girato a Mykonos)

Il caso Moro (Giuseppe Ferrara, 1986)


Cronaca dei 55 giorni che intercorsero tra il rapimento del segretario della DC Aldo Moro e l’uccisione dei cinque agenti che componevano la sua scorta (16 marzo 1978 ) e il ritrovamento del cadavere nel bagagliaio di una Renault rossa in via Caetani (9 maggio 1978).
Ispirato al libro “I giorni dell’ira” di Robert Katz, che ha anche collaborato al copione. Arido come un mattinale di questura ma puntigliosamente documentato a serio rischio di verbosità, “Il caso Moro” è probabilmente il film definitivo su uno dei misteri politici più oscuri della storia patria, nonché una delle pagine più nere e umilianti della nostra repubblica. Fedele alla sua vocazione cronachistica, Ferrara realizza un lungo diario di una prigionia con pochissimi svolazzi stilistici, perlopiù dedicati al cinismo dei compagni di partito (la carrellata sui volti che leggono in Parlamento la prima lettera; il macabro tempismo del manifesto commemorativo), e con tono di voce uniforme s’impone di raccontare pianamente quei 55 giorni di primavera, non tralasciando nessun dettaglio (la disputa su Gradoli paese o via, il fioraio che si ritrova le gomme bucate) ma cadendo a più riprese nel didascalismo davanti alle riunioni DC o ai commenti della moglie Nora: stile da fiction, si direbbe oggi. Gianmaria Volonté (Orso d’Argento a Berlino), che già era stato Moro dieci anni prima nel lugubre “Todo modo” di Petri, spadroneggia nei panni ormai familiari del segretario DC, risultando in fin dei conti l’unico personaggio veramente tridimensionale del film, circondato da carcerieri e colleghi che la sceneggiatura fa apparire – forse anche in un empito di denuncia – come insignificanti figurine schiacciate dal peso della Storia e delle loro decisioni.

Voto: 6

π - Il teorema del delirio (Darren Aronofsky, 1997)


Un solitario matematico crede di aver scoperto la chiave del mondo e della natura in un numero di 216 cifre che può persino farlo arrivare a comunicare con Dio.
Già profondamente irritati – avendo dovuto spulciare l’elenco dei simboli di Word allo scopo di trovarvi quello del pi greco –, ci apprestiamo a questa recensione con un avvertimento: Aronofsky ci fa schifo e non facciamo nulla per nasconderlo, come conferma il trattamento riservato e la valutazione appioppata a “Requiem for a dream” (voto 3, il più basso di tutto il blog) (tra l’altro, la suddetta recensione è anche quella che ad oggi ha ricevuto più commenti su queste pagine: interessante prova a supporto della tesi che vuole gli italiani affascinati dalla violenza verbale). Comunque, questo è il suo esordio cinematografico premiato al Sundance con il premio alla miglior regia per film drammatici. In un certo senso, non si può negare che “
π” sia drammatico, nel suo ciclico avvitarsi intorno a quattro scene quattro (presunta nuova scoperta, colloquio col vecchio prof, colloquio col giovane ebreo, comparsa dei vicini molesti e dei cattivoni di Wall Street: anche questo film è regolato da uno schema facente capo a un numero di 216 cifre?) e nel suo traboccare di esecrabili puttanate collocate spazio-temporalmente in una Manhattan di cui nulla c’importa. Particolarmente maldestra la sceneggiatura: presentandoci Max Cohen già dall’inizio come un genio pazzoide, non lo fa progredire, non lo fa crescere, non lo fa approdare a nessuna conclusione che non sia un parto della sua mente; illustra ineffabile il peggioramento del suo quadro psichico agendo qua e là con raffinati colpi di martello pneumatico tra urlacci, minacce di morte, isterie varie e – dulcis in fundo – un bel trapanamento. Procedendo a ritroso lungo la sua filmografia, cresce l’impressione che Aronofsky sia sostanzialmente un nerd recentemente arricchitosi dopo avere a lungo mal vissuto, i cui film sono essenzialmente fondati su un unico, rispettabilissimo tema (le malattie, psicosomatiche e non, che sfociano in follia) trattato con la delicatezza di un Enzo Salvi nella Biblioteca Alessandrina. Qualcuno potrà anche trovarlo abile con la cinepresa in mano, ma tra il braccio e la mente corre un Oceano Atlantico.

Voto: 4-

Trivia
(Si sprecano le interpretazioni del numero di 216 cifre che secondo il film sarebbe alla base di ogni evento, trascendente e non, della storia del mondo. Qualcuno ha osservato che 216 è 6 al cubo, ovvero 666…)
(Non fu chiesto nessun permesso per girare nei luoghi in cui si svolsero le riprese: la troupe dovette sempre mettere un uomo a fare da “palo” in caso di arrivo della polizia)

 

 

 

U Turn (Oliver Stone, 1997)


Per un guasto alla sua Ford Mustang, un tizio con i creditori alle calcagna finisce in uno sperduto paese nel deserto dell’Arizona. Inizia un lungo incubo.
U Turn, ovvero: Oliver Stone quando viene lasciato libero, da vincoli bio-storiografici (i capolavori su JFK e Nixon) o da sceneggiatori inesperti (particolarmente esecrabile il primo copione cinematografico dello scrittore 32enne John Ridley) che gli mettono tra le mani tutto l’eccesso di cui lui va ghiotto. “U Turn” vorrebbe essere un ricalco dei noir anni ’40 (l’incidente fortuito, il “villaggio dei dannati”, la femme fatale e l’intrigo sempre più soffocante di soldi, sesso e morte) immerso nel grottesco a tutto gas verso il caricaturale, e poi strizzato del delirio ipercinetico del regista; ma è soltanto un mezzo pastrocchio in bilico tra il virtuosistico e il biecamente manieristico, con solo pochi personaggi in grado di farsi ricordare (il balordo meccanico di Billy Bob Thornton) nel bailamme audio-visivo che sovrappone l’estemporanea colonna sonora del forestiero Morricone a pezzi folk-country da Johnny Cash a Patsy Cline. Non è schizzato come “Natural Born Killers”, ma l’affastellarsi di turpitudini col preciso scopo di mostrare nei dettagli l’intera discesa tra i vari gironi infernali dopo un po’ dà la nausea, o semplicemente viene a noia. Comunque, Sean Penn è una garanzia.

Voto: 6=

Trivia
(Sean Penn aveva dovuto originariamente rifiutare la parte per mancanza di tempo, ed era stato sostituito da Bill Paxton, che però si tirò indietro appena una settimana prima dell’inizio delle riprese; fu richiamato Penn, che fortunatamente era tornato disponibile)
(Il ruolo di Grace era stato originariamente scritto per Sharon Stone, con la quale non si trovò tuttavia un accordo sul compenso)

Invito a cena con delitto (Robert Moore, 1976)


I cinque migliori detective al mondo vengono invitati a cena da un eccentrico miliardario che vuole sfidarli: darà in premio un milione di dollari a chi per primo smaschererà il colpevole di un delitto che verrà commesso durante la cena stessa.
Neil Simon al meglio del suo sfrenato e multiforme sense of humour, esibito in molti modi: dai salaci botta e risposta agli squisiti sproloqui del memorabile Sidney Wang, fino ai giochi di parole che fanno da saporiti riempitivi tra una gag e l’altra. Dietro la copertina di una magnifica sceneggiatura comica si celano argute prese in giro dei meccanismi del cinema e della letteratura di consumo, in particolare quella gialla, la cui parodia è strumento per sbertucciare la gran parte della produzione contemporanea (non tutta: Simon non manca d’inserire affettuosi omaggi ai padri del genere, specialmente Dashiell Hammett e Agatha Christie ai quali si rifanno i personaggi di Sam Diamond e Miss Jessica Marbles) e svelare, enfatizzandoli, gli assurdi meccanismi logici che spesso regolano le trame di opere presuntuosamente impegnate. I momenti nonsense raggiungono le vette del sublime (i “dialoghi” tra il maggiordomo cieco e la cuoca sordomuta), ancora più ridicoli se contrastati dall’impeccabile logica dimostrata da tutti i protagonisti; ma il vero punto di forza è il perfetto assortimento del cast: straordinari tutti, dall’impeccabile Niven al rubicondo Coco, da Maggie Smith al debuttante Truman Capote, con Peter Falk e Peter Sellers strepitosi solisti. Perfetto anche il doppiaggio in italiano.

Voto: 8-

Trivia
(Primo film anche per James Cromwell)
(Myrna Loy rifiutò il ruolo di Dora Charleston, spiegando tra gli altri motivi che non voleva “farsi pizzicare il sedere da David Niven”)
(Le urla utilizzate come campanello sono quelle originali di Fay Wray in “King Kong” del 1933)

The Game (David Fincher, 1997)


Come regalo per il suo 48° compleanno, un cinico e ricchissimo uomo d’affari riceve dal fratello una tessera per partecipare a un complicato e affascinante gioco di società organizzato dalla misteriosa società CRS.
A David Fincher non fa difetto l’ambizione: il suo terzo film, successivo all’exploit di “Se7en”, è un apparente thriller che maschera una labirintica riflessione sull’arte della finzione, sui metodi attraverso cui viene esercitata e soprattutto sulle reazioni che genera in coloro che si lasciano sedurre dal piacere del richiamo dell’infanzia attraverso il ritorno alla dimensione ludica. Persino il glaciale Nicholas Van Orton è ossessionato da immagini ricorrenti del proprio passato ed è questa l’unica motivazione che lo spinge – lui che “detesta le sorprese” – a non rovesciare immediatamente il tavolo (”Non neghi che la cosa la attrae”, osserva con acutezza l’uomo della CRS). Va da sé che l’intero apparato organizzativo della Consumer Recreation Services altro non è che la miniatura di Hollywood stessa, raffigurata da Fincher con sottile ironia apocalittica, aiutato dalla sceneggiatura (di John D. Brancato e Michael Ferris) che bene fa a non impelagarsi in puntute spiegazioni di ogni perché e percome. (Sin troppo ovvia l’osservazione che “to play” in inglese vuol dire sia “giocare” che “recitare”). Ai giocatori, come agli spettatori, piace essere ingannati. In una versione ancora più gelida e viscida di Gordon Gekko, Michael Douglas (e il suo ottimo doppiatore italiano Oreste Rizzini) è infallibile; si fa apprezzare anche la cronenberghiana Deborah Unger.

Voto: 7

Trivia
(Anche se non è drammatico come quello del film, un vero “Game” ha ispirato la sceneggiatura di Brancato e Ferris: una caccia al tesoro con 25 mila dollari come quota di partecipazione, finanziata anche da donazioni di gruppi importanti (tra cui Microsoft), che ha una durata standard di circa 24 ore e si gioca con al massimo dieci squadre di sei persone l’una. Negli ultimi anni la risoluzione degli indizi si è fatta estremamente complicata e necessita di apparecchiature high-tech come palmari, fotocopiatrici portatili e connessioni wireless)