Category: Anni ’60


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Sparta, Mississippi: la polizia locale indaga sulla morte di un ricco industriale con l’aiuto di un ispettore di colore lì di passaggio, nonostante le diffidenze degli abitanti locali.

Unico attore nero che all’epoca avesse una certa rilevanza, Sidney Poitier fu spesso utilizzato negli anni ’60 per veicolare, grazie ai suoi modi gentili e al suo aspetto elegante, messaggi anti-razzisti di solenne buonismo: pensiamo a “Indovina chi viene a cena” e soprattutto a questo film, ambientato in quel Mississippi in cui, proprio in quel decennio, operarono i famigerati “Cavalieri Bianchi del Ku Klux Klan”. Rassicurante crime-movie dal successo superiore ai meriti, “La calda notte dell’Ispettore Tibbs” vinse cinque Oscar, tra cui quello al miglior attore (Rod Steiger) e al montaggio (di Hal Ashby, futuro regista di successo anni ’70). Intreccio di prevedibilità cristallina: all’inizio il poliziotto nero e il poliziotto bianco non vanno d’accordo, ma alla lunga l’arguzia, la competenza e l’umanità del primo riusciranno a fare breccia nell’animo del secondo. Classico esempio di cinema sociale un po’ di grana grossa, ma che è lentamente servito – più di tanti buoni esempi e di tanti bei discorsi – alla causa dell’integrazione e della convivenza civile; in fondo, chi dubita della funzione educativa dell’arte si sbaglia o è in malafede. Uno dei primi grandi successi dell’allora 41enne canadese Norman Jewison; la canzone “In the heat of the night”, che apre e chiude il film di cui è anche titolo originale, è cantata nientemeno che da Ray Charles.

Voto: 7=



Vita e opere di Henri Désiré Landru, il serial killer che tra il 1915 e il 1919 sedusse e uccise dieci donne, sole e ricche, per mettere le mani sui loro conti in banca – il che gli valse il poco onorevole soprannome di “Barbablù”.
Alla fine sì, pare proprio che Landru fosse colpevole di undici omicidi (dieci donne più un ragazzino che in una circostanza aveva fatto da accompagnatore a una di loro); a lui pensò anche Charlie Chaplin per tratteggiare il suo indimenticabile Monsieur Verdoux. Il film che ne trae nel 1963 Claude Chabrol, all’epoca 33enne in piena ascesa da Nouvelle Vague, è un’opera piuttosto insolita che si discosta dai classici drammi giudiziari (molto in voga già nei primi anni ’60) per un uso spregiudicato e a tratti disturbante dello humour nero: tanto nella prima parte in cui vediamo Landru all’opera mentre circuisce le sue vittime, quanto nella seconda dove l’ironia di Chabrol si fa sarcasmo, anche acido, a svillaneggiare l’impietosa cagnara mediatica e la brutalità di una legge che non è più innocente degli assassini che manda al patibolo. Alla sceneggiatura molto complessa firmata da Françoise Sagan, ricca di sfumature soprattutto nei dialoghi, si affianca una regia brillante e molto capace di cambiare repentinamente toni e registri, creando l’atmosfera straniante che permea tutto il film: Landru è una persona orribile ma anche un ottimo padre di famiglia, è un sadico assassino ma anche un uomo distinto dallo spiccato senso dell’umorismo. Opera a più letture, in grado sia di intrattenere che di sviluppare sotto traccia il proprio j’accuse contro ogni tipo di potere. Co-prodotto da Carlo Ponti; la versione francese è più lunga di circa un quarto d’ora rispetto a quella italiana.

Voto: 7-



Napoli (ma potrebbe essere dappertutto): sullo sfondo del boom economico e della conseguente speculazione edilizia, il partito di maggioranza si interroga sotto elezioni sull’opportunità di ricandidare e nominare come assessore il costruttore Edoardo Nottola, coinvolto in un’inchiesta sul crollo di un palazzo fatiscente in una zona degradata della città.
In tempi bui di anti-politica e di intere classi dirigenti che brancolano nel buio (salvo poi riavvicinarsi fatalmente alla “gente” tra qualche mese per la sospirata campagna elettorale), la visione de “Le mani sulla città” – che proprio nel 2013 compie 50 anni di vita e ne dimostra sì e no 5 – mette addosso una strana sensazione di disincanto, e a tratti perfino disgusto, da cui però è molto difficile allontanarsi. Il film sembra girato l’altro ieri per la lucidità e l’attualità del quadro, e risulta perciò incredibilmente avvincente: speculazione edilizia, conflitti d’interessi, commissioni d’inchiesta che poggiano sulle stesse precarie fondamenta dei palazzi crollati. Parabola universale (che va oltre la stretta attualità) su quel Potere che da decenni riesce a preservare sé stesso e rimanere a galla grazie a un cinico realismo e a uno spietato senso pratico, come emerge nello straordinario e illuminante dialogo tra il futuro sindaco De Angelis e il riottoso consigliere Balsamo. Rosi non ha paura di affondare le mani nel fango e di sbilanciarsi nella propria tesi usando toni da comiziante, consapevole che la retorica ha nobili origini ed è lo strumento migliore per dare voce alla denuncia e all’indignazione. Ne esce così un’orazione civile vibrante e appassionata, così com’era dolente e rassegnato il tono del funebre “Salvatore Giuliano”, realizzato appena l’anno prima. Leone d’Oro a Venezia 1963.

Voto: 8-

(Molti attori del film non erano professionisti e in alcuni casi svolgevano mestieri ben lontani dal cinema e dall’arte: per esempio, nella parte del combattivo consigliere De Vita fu utilizzato l’onorevole Carlo Fermariello, all’epoca deputato PCI)



La visita in clinica a un caro amico, la presentazione di un libro, una puntata in un night club, una festa in una villa lussuosa: ventiquattro ore (le ultime?) nella vita di una coppia borghese di Milano.
A un anno di distanza da “L’avventura”, secondo episodio della trilogia dell’incomunicabilità di Michelangelo Antonioni. La vicenda si sposta a Milano e per l’occasione il regista ferrarese amplia lo spettro d’indagine, non limitandosi solamente alla crisi privata del singolo individuo ma spingendosi fino a inquadrare quel dissesto politico e sociale che si cela, ancora invisibile, dietro l’imminente boom economico. Non del tutto immune da tentazioni intellettualoidi, la sceneggiatura di Antonioni, Tonino Guerra ed Ennio Flaiano è debitrice in qualche passaggio a situazioni joyciane e suggestioni da “Dolce vita” (che era del 1960 e anch’essa co-firmata da Flaiano) ma è a lungo in grado di brillare di luce propria, nel ritratto lucidamente moraviano di un’alta borghesia raffigurata una volta di più senza macchiette e facili stereotipi. Un Mastroianni misurato e tormentato è il motore di un film onirico ed evocativo fin dallo scarno titolo: nel personaggio di Giovanni la noia e il disgusto per la propria condizione morale e sociale si accompagnano alla consapevolezza di non riuscire a trovare un posto diverso in questa realtà; condizione ancora più frustrante per chi di mestiere fa lo scrittore, l’artista, l’inventore di nuovi mondi e nuove possibilità.
Più ostico de “L’Avventura” – specialmente perchè calato in un contesto cui è aliena la gran parte degli spettatori presenti e futuri (di qui le accuse di snobismo) -, “La notte” non manca comunque di momenti ispirati (il “gioco nel gioco” tra Mastroianni e Monica Vitti) e battute di disperata secchezza (“Il futuro è probabile che non cominci mai”). Fu Orso d’Oro a Berlino 1961 e Antonioni vinse il David di Donatello per la regia: il suo cinema dell’incertezza e della precarietà è quanto mai attuale in questo momento storico.

Voto: 7



Ferdinand e Marianne commettono un omicidio e abbandonano Parigi dirigendosi a sud. Fino a dove, fino a cosa?
“Noi siamo dei morti in permesso. E gli alberi???”. Il decimo film del parigino Jean-Luc Godard, diretto a 35 anni nel pieno del suo periodo di sfrenato attivismo (girerà ben 22 film tra il 1960 e il 1967), se ne sta per tutto il tempo in precario equilibrio su un sottile crinale tra l’ammirevole e il fastidioso. Percorso da un vitalismo sfacciatamente esibito e provocatorio (“Me ne infischio dei libri, dei soldi, di tutto: quello che voglio è vivere”), è un’avventura che va oltre i propri personaggi per investire e dare un significato all’intero universo mondo, laddove tutto ciò che è vecchio, banale, prevedibile e conformista è semplicemente privo di senso, come le frasi assurde (“Raggiungimi fra mezz’ora” “No. Io conto fino a 137”) e le improbabili derivazioni poliziesche di una trama che i due protagonisti subiscono, invece che esserne gli artefici. Prendiamo il personaggio di Jean-Paul Belmondo, che per tutto il film non fa che ripetere pedantemente a sé stesso e agli altri di chiamarsi Ferdinand e alla fine viene mortificato persino da Godard stesso, che intitola la propria opera con quel nomignolo così detestato. Opera eversiva se ce n’è mai stata una, “Pierrot le fou” non fa che urlare per 95 minuti il proprio spaesamento e disorientamento verso un mondo di cui fa a pezzi le regole grammaticali, logiche, sintattiche e cinematografiche, aggiungendoci una marcata decostruzione narrativa che di certo non incontrerà i favori dello spettatore medio. Nonostante sia progettato per farsi odiare dai benpensanti – o forse proprio per questo – ha frammenti che si incidono incontrollabilmente nel cervello: il dialogo sublime con Samuel Fuller alla festa, le incongrue luci colorate che illuminano la prima fuga in auto, il finale potentissimo e memorabile. Titolo in italiano, “Il bandito delle undici”: no comment.

Voto: 7,5



Costretta per un weekend nell’inospitale Bodega Bay per andare dietro a un bel forestiero, la ricca e capricciosa Melania deve purtroppo fare i conti con una certa quale ostilità di corvi, gabbiani e altre creature volanti del luogo.
Dopo il successo e lo choc provocato in tutto il mondo da “Psyco” (1960), ecco la seconda escursione di Alfred Hitchcock nell’horror puro. Ancora più radicale della precedente, “The Birds” è un’opera insulsa e pretestuosa dal punto di vista della trama e della sceneggiatura, ma possiede una tecnica clamorosamente innovativa, in cui viene per esempio soppressa qualsiasi colonna sonora extra-diegetica e gli inquietanti versi degli uccellacci – creati elettronicamente con un marchingegno chiamato Trautonium – la fanno da padroni da metà film in avanti. Hitch sfoga la sua voglia di grand-guignol con un montaggio invadente e martellante e una regia che è essa stessa il film: rimangono memorabili frammenti come il macabro primo piano sul cadavere con gli occhi cavati o la soggettiva dall’alto degli uccelli che si preparano ad attaccare la città. Anche se l’origine della rabbia pennuta non viene mai spiegata esplicitamente – accrescendo grottescamente il senso di folle angoscia che incombe su tutto il film – si sprecano le allusioni e i sottotesti di natura religiosa e sessuale, incoraggiati dall’indole notoriamente puritana di Hitchcock. Il tema dell’inadeguatezza umana di fronte alla furia della natura (che qui ha tutta l’aria e le sembianze di una punizione divina, non solo perchè arriva “dall’alto”) è alimentato dalla vaga raffigurazione dei due protagonisti come personaggi dissoluti: li interpretano i maldestri Rod Taylor e Tippi Hedren, che formano una coppia di protagonisti di rara inefficacia. Caso più unico che raro di film in cui i titoli di coda – compreso il canonico “The End” – sono del tutto assenti.

Voto: 7



Durante una gita al largo delle isole Eolie, Anna scompare improvvisamente. Il suo compagno Sandro e la sua amica Claudia iniziano le ricerche, che proseguono con sempre minor convinzione.
Sesto film di Michelangelo Antonioni e primo capitolo della cosiddetta “trilogia dell’incomunicabilità” con cui il regista ferrarese raggiunse il successo internazionale nei primi anni ’60. Dietro il paravento di un finto giallo la cui artificiosità è evidente già dopo poche battute, è uno dei film più velenosi e graficamente violenti che (insieme al suo coetaneo “La dolce vita”) interruppero la quiete borghese all’inizio del decennio del boom, tanto da meritarsi persino un sequestro per qualche giorno per opera della Procura di Milano, che lo accuso di oscenità e impose l’oscuramento di cinque brevi sequenze. Opera spietata, ben poco costituzionalmente italiana nel non concedere attenuanti o vie di fuga ai suoi personaggi, vittime e anzi schiavi del paesaggio siciliano (fotografato memorabilmente da Aldo Scavarda) e della natura animalesca che si riverbera anche nei suoi abitanti. Antonioni dà dignità al dolore e alla solitudine come condizioni esistenziali permanenti, fuggendo dalla scorciatoia consolatoria di ridurli a semplici accidenti curabili come una malattia: e infatti di Anna, che esce di scena dopo mezz’ora, non se ne saprà più niente, lasciando un vuoto che in un certo senso è il vero protagonista del film. Finale amarissimo, splendida Monica Vitti. Prima tappa di un percorso che rese Antonioni regista “difficile” e impopolare, classico feticcio da cinéphiles seguito pochissimo dalle masse (cui dà voce Gassman in una famosa battuta del “Sorpasso”). La chiave della sua poetica aspra e rigorosa sta in una battuta rivelatrice di Lea Massari a inizio film: “Quando sei da solo pensi quello che vuoi, come vuoi… mentre quando qualcun altro è lì davanti a te, è tutto lì… capisci?”. Si riferisce alle relazioni di coppia, ma è una frase che può valere perfettamente per il suo modo di fare cinema.

Voto: 7,5



Di come Sir Thomas More non volle mai avallare la legittimità del divorzio del suo sovrano Enrico VIII, non volendo ammettere la supremazia del Re sulla Chiesa Cattolica, e di come la sua integrità morale lo condusse alla forca.
Dramma energico e appassionato a firma Fred Zinnemann, il regista viennese qui al suo ultimo acuto dopo aver diretto negli anni ’50 classici come “Mezzogiorno di fuoco” e “Da qui all’eternità”; trasposizione cinematografica di una fortunata produzione teatrale che aveva protagonista lo stesso Paul Scofield. E’ evidente l’influenza shakespeariana sul testo di Robert Bolt, che riflette acutamente sul potere e sugli effetti irrimediabilmente drammatici che derivano dallo scontro di due morali, di due ideali, di due modi di intendere la Legge. Girato e portato in scena senza grande fantasia, con minime variazioni rispetto all’originale di Bolt, è un’opera che si fa piacevole col passare dei minuti e l’intensificarsi del racconto, dopo una prima fase un po’ ostica a causa dei continui riferimenti alla società inglese cinquecentesca, che ne frenarono il successo oltre Manica. Cinque Oscar (film, regia, Paul Scofield, sceneggiatura non originale, fotografia) in un anno senza capolavori indiscussi; Robert Shaw (doppiato da Oreste Lionello) fa un Enrico VIII decisamente sopra le righe che giunse alla nomination come attore non protagonista con due sole scene all’attivo.

Voto: 7-

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